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L'INCHIESTA
3 Gennaio Gen 2013 0600 03 gennaio 2013

Stato-mafia, spiati i pm

Una lettera avverte la procura di Palermo.

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Strage di Capaci in cui perse la vita Giovanni Falcone e la sua scorta.

Nuovo inquietante capitolo nell'inchiesta sulla trattativa Stato-mafia.
Dopo le ombre sul Colle e sulla politica, a finire sotto la lente d'ingrandimento sono i pubblici ministeri.
Una lettera anonima arrivata ai magistrati della procura di Palermo li ha avvertiti che sarebbero spiati da «uomini delle istituzioni». La notizia è stata data da La Repubblica la mattina del 3 gennaio, e poco dopo è stata confermata dal tribunale del capoluogo sicliano, che ha avviato un'indagine.
Ma non solo: la missiva indica anche dove trovare altre prove del patto, vengono espressi giudizi pesanti su alcuni magistrati della procura, si sostiene che in alcune «catacombe» dello Stato molte verità sarebbero «sepolte e ricoperte di cemento armato», viene rivolto l'invito a fidarsi solo di Antonio Ingroia, ora leader del movimento politico Rivoluzione civile.
Inoltre sono fatti i nomi altisonanti di vecchi uomini politici che potrebbero sapere molto e afferma che l'agenda rossa di Borsellino «è stata rubata da un carabiniere».
DODICI PAGINE CON LO STEMMA DI STATO. Il mittente, che si definisce nella lettera «un esposto», ha spedito il testo infuocato il 18 settembre scorso a casa di Nino Di Matteo, uno dei sostituti procuratori che con Antonio Ingroia aveva dato il via all'indagine sulla trattativa.
Lo scritto, composto da dodici pagine, è giudicato dagli investigatori «attendibile».
Sul frontespizio è anche presente lo stemma della Repubblica italiana. L'autore avrebbe attribuito un numero di fascicolo, proprio come è di prassi nei documenti ufficiali. È in codice: «Protocollo fantasma».
L'anonimo sarebbe dunque una persona estremamente informata sui fatti, tanto che i pm di Palermo starebbero già verificando ogni sua dichiarazione.
«STO LAVORANDO CON TE, NELLE TENEBRE». Certo è che se i suggerimenti si dovessero rivelare fondati, il mittente è qualcuno «dal di dentro», che ha partecipato personalmente ad alcune operazioni poliziesche.
Gli investigatori pensano si tratti di una persona che, all’inizio degli anni ’90, ha lavorato in qualche reparto investigativo poichè conosce come un addetto ai lavori alcune vicende delicate, come quella della cattura di Totò Riina, la mattina del 15 gennaio del 1993.
E a conferma di ciò si troverebbe prova anche nella criptica chiusura della lettera a Di Matteo: «Tieni sempre in considerazione che sto lavorando con te, nelle tenebre». E di seguito in latino: «Impunitas semper ad deteriora invitat», ovvero l’impunità invita sempre a cose peggiori.

«Da Roma canalizzano le informazioni su di voi»

Antonio Ingroia.

Nella lettera si ripercorre la storia dei più noti delitti mafiosi di Palermo: dall’omicidio del segretario del Pci siciliano Pio La Torre, a Capaci e via D’Amelio. Solo in seguito si arriva alle nuove indiscrezioni. L'anonimo avverte i pm che «uomini delle Istituzioni», ma anche alcuni magistrati, li stanno sorvegliando, «canalizzano tutte le informazioni che riescono ad avere sul vostro conto». E precisa che questi dati sono contenuti «a Roma», in una «centrale».
D'altro canto è già stato riscontrato dai carabinieri della scorta che, a metà dicembre, qualcuno è arrivato sul pianerottolo dell’abitazione di Di Matteo, lavorando dentro una cassetta elettrica. Anche se non erano stati richiesti lavori e quel fine settimana il magistrato era via da Palermo.
FA I NOMI DI POLITICI DELLA PRIMA REPUBBLICA. Ma l'anonimo non si ferma ad avvertire i pm, rivela che «ci sono catacombe all’interno dello Stato sepolte e ricoperte di cemento armato, ma alcune verità si possono ancora trovare». Poi indica i luoghi e fa nomi politici della prima Repubblica. Anche di personalità ancora mai emerse nell'inchiesta sulla trattativa Stato-mafia.
Inoltre spiega che il giorno della cattura di Riina, nel suo covo, nel quartiere dell’Uditore, qualcuno aveva già ripulito l'archivio del capo dei capi prima della perquisizione del procuratore Caselli.
«UN CARABINIERE HA RUBATO L'AGENDA DI BORSELLINO». E infine afferma di sapere chi ha rubato dalla borsa di Paolo Borsellino la sua agenda rossa. Quella in cui il procuratore annotava qualsiasi cosa vedeva e sentiva dalla morte di Giovanni Falcone. L'anonimo è conciso: «L’ha presa un carabiniere». Effettivamente un colonnello dei carabinieri, Giovanni Arcangioli, era già stato accusato di aver preso il materiale. Ma poi era stato prosciolto dal giudice in fase d’indagine preliminare e prosciolto dalla Cassazione. Ora da qualche mese la caccia dei pm di Caltanissetta (quelli che indagansui massacri di Palermo) è stata riaperta. E i sospetti si annidano sempre sugli apparati investigativi. Su questa sorprendente missiva restano ancora tanti dubbi da chiarire, ma potrebbe avere il merito di offrire nuove piste in grado di smuovere definitivamente l'inchiesta. Una volta per tutte.
In verità, non è la prima volta che si verifica un episodio di questo genere: tra la strage di Falcone e quella di Borsellino nell’estate del 1992 arrivò una lettera anonima a 39 indirizzi (tra cui il Quirinale, le redazioni dei quotidiani italiani, il Viminale), nella quale si indicava per la prima volta di un presunto accordo fra Stato e mafia e si preannunciavo fatti poi avvenuti, come l'arresto di Totò Riina. Chissà che anche in questo caso, la missiva non faccia da oracolo.

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