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IL CASO
6 Settembre Set 2013 0620 06 settembre 2013

Campania, lo scandalo del registro tumori inesistente

L'inquinamento continua a uccidere. Ma la Regione non lo documenta.

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Don Maurizio Patriciello.

Il direttore del camposanto di Caivano lo ha confidato a don Maurizio Patriciello, parroco della Terra dei fuochi: di recente in paese sono morti in 300. «Il 70% per tumore», ha specificato fornendo, senza volerlo, l’unico dato disponibile al riguardo, visto che in Campania ancora non esiste un registro che conti quelli che muoiono avvelenati.
LA STRAGE SILENZIOSA. Una strage silenziosa e continua. I decessi per cancro sono aumentati del 47% nelle terre fra Napoli e Caserta, inquinate dai rifiuti tossici sotterrati anche dalle aziende del Nord, uno dei business più redditizi della camorra. Come ha confermato in un'intervista choc a SkyTg24 il boss pentito Carmine Schiavone.
Un’emergenza straziante e sotto gli occhi di tutti. Eppure, il registro regionale dei tumori continua a restare nei cassetti della Giunta regionale. «Finora si è perso solo un sacco di tempo», dice a Lettera43.it Maurizio Montella, epidemiologo dell’istituto oncologico Pascale di Napoli. «Faccio parte di un comitato scientifico che in otto mesi, invece di attivare il registro tumori in Campania, si è riunito solo due o tre volte senza combinare nulla».

La legge del 2012 e la bocciatura (prevedibile) della Consulta

La Campania, nonostante la tragedia-inquinamento, è fra le pochissime regioni italiane a essere rimasta al palo. La mancanza di un registro tumori «è un’omissione gravissima», denuncia Antonio Marfella, oncologo in prima fila nella battaglia anti-veleni. «Si è sottratto ai cittadini e ai magistrati l’unico strumento scientifico di monitoraggio che potrebbe essere usato nelle aule di tribunale per sancire giuridicamente i nessi tra l’incremento dei tumori e la persistenza in loco di fonti di inquinamento».
VENT'ANNI DI INCHIESTE. Adelphi (1993), Greenland (2002), Re Mida, Eldorado e Cassiopea (2003), Mosca (2004) Terra Madre (2006), Dirty Pack (2007), Carosello (2008). Sono numerose le inchieste giudiziarie che attestano il rischio salute in Campania, ma dimostrare i nessi tra sorgenti avvelenate e morti per cancro resta impresa ardua senza cifre né dati scientifici.
«Per noi», dicono al comitato Terra dei fuochi, «la storia del registro tumori costituisce l’esempio lampante di come non si debba gestire un territorio già devastato dal crimine organizzato e da una governance politica quasi sempre incapace».
IL MURO DELLA BUROCRAZIA. Le date sono impietose. Ed eloquenti. Il 10 luglio 2012, all’unanimità, i 62 consiglieri approvarono in Regione Campania la legge numero 19 che istituiva il registro per i tumori. Una legge tanto attesa. Pochi mesi dopo, il 14 settembre 2012, l’Autorizzazione unica ambientale, organo di controllo dello Stato italiano, impugnò dinanzi alla Corte costituzionale la legge perché «contiene alcune disposizioni in contrasto con il piano di rientro dal disavanzo sanitario della Campania». La Consulta, infine, accolse l'istanza e bocciò il registro, giudicandolo «troppo oneroso e fuori budget» (1 milione e mezzo è il costo annuale, rispetto ai 12 miliardi di danni finora stimato). I giudici, con la sentenza numero 79, ritennero che «la legge approvata in Campania viola gli articoli 117 comma 3 e 120 comma 2 della Costituzione».
Ma che vuol dire? Vuol dire, spiegarono i giudici, che «non è il registro a essere censurato, ma l’istituzione di nuovi uffici e di nuovi incarichi professionali che imporrebbero oneri aggiuntivi incompatibili con il piano di rientro previsto per la Campania».
UN ERRORE IN BUONA FEDE? Insomma, i consiglieri regionali (51 dei quali finirono di lì a poco sotto indagine della procura di Napoli per lo scandalo dei regalini fatti a spese della comunità e dei rimborsi spese gonfiati) approvarono all’unanimità una legge sacrosanta, ma sbagliandone l’elaborazione.
E così sorge un dubbio: è stato un errore commesso in (unanime) buona fede o nella consapevolezza che l'aumento dei costi per nuovi uffici e consulenze avrebbe costretto la Consulta a bocciare il travagliato provvedimento?
Non manca, poi, chi abbraccia la tesi più maliziosa, immaginando che l’attivazione di un efficiente registro dei tumori «porterebbe alla luce troppe verità finora tenute nascoste».

Il decreto di Caldoro e il nulla di fatto

Stefano Caldoro, governatore della Regione Campania.

Ma la storiaccia del registro tumori mancato non finisce qui. Di fronte al no della Consulta, il 24 settembre 2012 il governatore Caldoro varò un decreto legge che puntava ad attivare comunque il registro tumori in attesa che sul piano legislativo fosse elaborata una nuova proposta. Solo un'illusione. L'ennesima.
Il decreto di Caldoro innescò, infatti, un meccanismo che da subito apparve farraginoso e, per molti aspetti, gattopardesco.
LA SOVRAPPOSIZIONE DI RUOLI. «Nel decreto, il coordinamento e la lettura dei dati raccolti dalle Asl», spiega Marfella, «non vengono affidati, come accade in Lombardia e ovunque, all’istituto di ricerca oncologica Pascale ma all’Osservatorio epidemiologico regionale, cioè a una struttura che opera sotto il diretto controllo della Regione».
A dirigere l’Osservatorio è dal 1987, cioè da 26 anni, Renato Pizzuti, stimato professionista che però ricopre anche l’incarico di direttore del dipartimento per la Sanità regionale, comparto che è privo di assessore, visto che il governatore ne ha assunto le deleghe.
«Insomma», conclude l'oncologo, «ancora una volta i ruoli si confondono: controllore e controllato finiscono per sovrapporsi».
I 12 SAGGI DEL GOVERNATORE. A discutere e a decidere sui dati e sul da farsi sarà, infine, un comitato scientifico che Caldoro ha costituito scegliendo 12 fra i docenti e i ricercatori disponibili. L’unico esponente dell’istituto Pascale ammesso è l’epidemiologo Maurizio Montella.
Dopo otto mesi, il bilancio di Montella è da brividi. «Per me commissioni e comitati come questo non servono: sono solo un modo per allungare il brodo», denuncia. E poi aggiunge: «Eliminare l’istituto Pascale dal coordinamento dei lavori è stato un errore imperdonabile: in Svezia, in Europa, in altre zone d’Italia una simile assurdità non sarebbe stata mai consentita. Dalle Asl non sono arrivati dati ma solo uno studio sui costi e sui tempi del monitoraggio».
La verità, secondo il medico, è un'altra. «Sono 20 anni che su questo tragico tema si gioca a scaricabarile per beghe interne, voglia di visibilità, smania di finanziamenti», è il suo j'accuse.

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