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FENOMENO 3 Febbraio Feb 2014 0620 03 febbraio 2014

Sanatoria immigrati, il business dei falsi lavoratori

Assunti per finta per restare in Italia.

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Nel corso del 2013 sono stati effettuati molti controlli sulle richieste di sanatoria per i lavoratori immigrati.

Sulla carta figuravano come colf, badanti, dipendenti di aziende edili e metallurgiche. In realtà non lavoravano affatto. Ma avevano sborsato una somma che andava dai 500 agli 8 mila euro a testa per risultare formalmente come clandestini e lavoratori in nero. Lo scopo? Beneficiare della sanatoria 2012 per la regolarizzazione del lavoro sommerso e ottenere il permesso di soggiorno.
TRUCCO ANTI-CRISI. Una rete composta da immigrati e imprenditori italiani in rovina disposti a fare carte false e certificare di aver sfruttato manodopera abusiva per racimolare qualche migliaio di euro. A fare da tramite tra le due categorie, una schiera di poliedrici faccendieri, sia italiani sia stranieri, il cui compito era quello di procacciare gli irregolari che volevano 'emergere', appartenenti a diverse etnie: bengalesi, cingalesi, indiani, marocchini, cinesi, albanesi, indiani.
METÀ PRATICHE RESPINTE. Dai registri degli indagati delle procure italiane continuano a emergere i nomi di chi, nella sanatoria indetta oltre un anno fa, ha visto un business vantaggioso per entrambe le parti.
Le presunte irregolarità sono state individuate nel corso degli accertamenti su 134.576 pratiche presentate in tutta Italia tra il 15 settembre e il 15 ottobre 2012 (il «periodo finestra»), di cui 79.315 da colf, 36.654 da badanti e 18.607 da altri lavoratori subordinati. A oggi, quasi la metà di queste pratiche risulta respinta perché in odore di truffa o perché non è stato possibile accertare l’attendibilità dei dati forniti (nelle province italiane più grandi, con una mole di richieste maggiore, gli accertamenti non sono ancora stati conclusi a inizio 2014).

Regolarizzare gli immigrati arrivati prima del 31 dicembre 2011

La sanatoria 2012 puntava a regolarizzare gli immigrati arrivati in Italia prima del 2012.

Per rientrare nella sanatoria, all’immigrato che voleva regolarizzarsi veniva chiesta la prova documentale della propria presenza in Italia da prima del 31 dicembre 2011.
I datori di lavoro, per mettersi in regola ed evitare sanzioni (esclusi quelli condannati negli ultimi cinque anni per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, anche in primo grado) dovevano invece dichiarare di avere alle proprie dipendenze manodopera in nero e un reddito minimo di 30 mila euro l’anno, quindi si dovevano impegnare a pagare un forfait di 1.000 euro e almeno gli ultimi sei mesi di contributi per ciascun lavoratore. Somme che nella maggior parte dei casi, secondo gli inquirenti, venivano invece incluse nella 'mazzetta' richiesta al clandestino.
ARRESTI IN TUTTA ITALIA. Dalla seconda metà del 2013, manette e avvisi di garanzia sono scattati in Toscana, Abruzzo, Sardegna, Calabria, Lazio, Liguria.
La più recente inchiesta di cui sono stati resi noti gli esiti, è quella sviluppata dalla squadra mobile di Udine: 52 indagati di cui 41 clandestini (nove bengalesi, sette indiani, sei algerini, cinque marocchini, quattro egiziani, quattro cinesi, tre brasiliani, due albanesi e un nigeriano) e 11 tra datori di lavoro e 'procacciatori'.
Viene loro contestato il reato di favoreggiamento alla contraffazione di documenti finalizzati al rilascio del permesso di soggiorno. Le presunte violazioni sono emerse dalle circa 200 domande presentate nella provincia friulana.
RUOLO CENTRALE AI MEDIATORI. Il sistema ricostruito dagli inquirenti è analogo a quello adottato nelle altre regioni italiane.
Ruolo cardine, come detto, quello svolto dai cosiddetti mediatori. In alcuni casi si appoggiavano a un proprio contatto straniero incaricato di fare circolare la voce nella comunità di connazionali e di trovare chi potesse pagare. In altre occasioni, lavoravano sulla base degli accordi presi con un datore di lavoro disposto a fornire carte false per i lavoratori fittizi, dichiarando un reddito superiore a quello reale o facendo risultare come attiva l'azienda chiusa da anni (in un caso era 'operativa' una ditta chiusa dal 2001).
C’erano poi gli imprenditori tuttofare, come nel caso di un 30enne della provincia di Udine (già noto alle forze dell’ordine) che avrebbe agevolato 17 clandestini facendosi pagare 3 mila euro da ciascuno.
IL GIRO DEI COLLABORATORI. La parte più fruttuosa del business - come dimostra il numero degli episodi contestati - avrebbe però riguardato il settore dei collaboratori domestici.
In uno di questi casi il passaparola sarebbe andato oltre il confine del Friuli Venezia Giulia arrivando alla comunità bengalese di Mestre in provincia di Venezia. Qui un 60enne friulano residente in zona avrebbe ottenuto il supporto di tre mediatori del Bangladesh, ovviamente in cambio di una percentuale. Avrebbe così trovato sei clandestini poi 'assunti' come colf o badanti da altrettanti disabili della provincia di Udine che, in quanto tali, potevano dichiarare un reddito inferiore a 30 mila euro (come previsto dalla sanatoria). In questo caso il 'pizzo' era più economico: 500 euro a testa.

Le truffe alla sanatoria 2012 riguardano tutto il nostro Paese

Gli immigrati figuravano anche come dipendenti di aziende, ma molte assunzioni erano false.

Questa è solamente l’ultima delle truffe 'stimolate' dalla sanatoria 2012.
A dicembre 2013 a Olbia sono state chiuse le indagini preliminari a carico di sette persone mentre a Firenze due pregiudicati sono finiti agli arresti domiciliari e 36 persone sono state indagate (25 extracomunitari e 11 imprenditori italiani). Anche in questo caso, datori di lavoro e dipendenti fittizi avrebbero redatto di comune accordo le carte necessarie: il prezzo andava da 500 a 1000 euro per ogni documento falso.
SERIE DI DENUNCE A PRATO. A novembre 2013 un’indagine identica è stata conclusa a L'Aquila con 11 arresti (cinque titolari di aziende agricole e sei intermediari stranieri) mentre a Roma sono scattate sette ordinanze di custodia cautelare (di cui sei in carcere).
Stesso sistema quello smascherato a Prato a settembre 2013, dove cinque garanti italiani e 12 stranieri sono stati denunciati per truffa e falso.
LE INDAGINI SU CROTONE. L’inchiesta condotta dai carabinieri di Crotone, ad agosto 2013, ha invece portato a un arresto e 25 indagati (13 imprenditori agricoli ed edili italiani e 12 indiani). Figura di spicco in questa indagine è quella di un 45enne indiano residente da otto anni in provincia (è accusato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e permanenza nel territorio nazionale di cittadini privi di permesso di soggiorno) che avrebbe indirizzato i propri connazionali verso alcuni degli imprenditori indagati. Per quanto riguarda le 'scartoffie' si sarebbe invece appoggiato a una complice, dipendente della prefettura di Crotone.
STRANIERI NON SUL LAVORO. Un caso simile è esploso a Teramo con 40 indagati, di cui solamente 11 stranieri. Anche qui - come emerso in provincia di Udine - la truffa sarebbe stata perpetrata per la maggior parte da 'colf e badanti' d’accordo con i rispettivi datori di lavoro fittizi. La somma pagata dai clandestini oscillava tra i 3.500 e gli 8 mila euro.
Nel corso dei controlli effettuati dopo la presentazione delle domande di «emersione», nessuno degli stranieri indagati è stato trovato sul posto di lavoro indicato.
Inoltre, nel corso del 2013 altri casi sospetti sono stati segnalati anche a Savona e Genova.
I CLANDESTINI SFRUTTATI. Tutti episodi che si aggiungono ad altre forme di sfruttamento della clandestinità. Tra queste, i racket smascherati periodicamente dalle forze dell’ordine, in cui gruppi di italiani (alcuni impiegati pubblici o professionisti) dietro pagamento promettono agli stranieri agevolazioni o documenti falsi per ottenere il tanto agognato permesso di soggiorno.
Insomma, più che il lavoro sommerso da queste inchieste sembra emergere per l’ennesima volta la propensione tipicamente italiana ad approfittarsi delle norme per fare il proprio interesse. Non è quindi escluso che a breve si aggiungano nuovi casi.

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