Processo Aquila 140409125521
SISMA IN TRIBUNALE 22 Maggio Mag 2014 0950 22 maggio 2014

Processo Grandi Rischi: se scienza fa rima con falsificazione

Conflitti d'interesse e difesa corporativa distorcono la realtà sul terremoto de L'Aquila.

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Una fase del processo Grandi rischi: a ottobre è atteso il secondo grado di giudizio.

Giacomo Cavallo ha inviato a Lettera43.it un «contributo affinché giustizia sia fatta» sul processo Grandi Rischi, a «precisazione» di una ricostruzione dei punti travisati-mistificati da Enzo Boschi, dall’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) e da altri «megafoni della propaganda».
Il professore di astrofisica non si presenta e non dichiara il suo 'conflitto d’interesse' (le sue «analisi» sono sul sito dell’Ingv Terremoti e Grandi Rischi per la «comunicazione del processo») e mette in campo una difesa corporativa sul solco dell’«accusa all’accusa», binario su cui l’Ingv ha «blindato» il dibattito sin dal 2010.
INTERVENTO «SMINUENTE». L’intervento di Cavallo è «sminuente in modo bonario» (in gergo, patronizing), ma l’obiettivo è lo stesso di quelli che lo precedono: spostare l’attenzione dal cuore della sentenza (la «rassicurazione disastrosa»), su aspetti marginali e iper-specialistici, mossa che può far spazio all’idea che la Grandi Rischi sia una «questione tra esperti». Falso. La sentenza è complessa sul piano tecnico-penale (motivo per cui la difesa della Cgr annovera tra gli avvocati più preparati d’Italia), ma la sostanza è semplice: la commissione Grandi Rischi rassicurò la popolazione (su ordine politico di Guido Bertolaso, allora capo della Protezione civile: «Facciamo un’operazione mediatica»).
LO STRUMENTO DEL CAPRO ESPIATORIO. Eppure alte cariche istituzionali, accademiche, opinion leader e stampa specializzata stravolgono il punto focale della sentenza secondo una strategia precisa: omettere-marginalizzare la natura concausale della motivazione. Che significa «sentenza concausale»? Che la colpa si deve al verificarsi simultaneo di due eventi: la rassicurazione (veicolata dalla Commissione, «più scarica meglio è») e la vulnerabilità degli edifici. In poche parole: la concausalità non può risolversi in uno soltanto dei termini della relazione. Per definizione. Altrimenti si è di fronte alla tesi del capro espiatorio, un modo per caricare tutta la colpa su un solo ente («le case costruite male»), «scagionando» tutto ciò che possa aver concorso alla determinazione del danno («rassicurazione», «negligenza», eccetera).
BUGIE DANNOSE. Così ogni «interpretazione» della sentenza che recida, e isoli, un aspetto a scapito di un altro non è «confusione», ma inganno. Una bugia dannosa, che non consente di mettere a tema eventuali criticità della consulenza antropologica (la «legge di copertura scientifica» elaborata da Antonello Ciccozzi) attorno a cui ruota il processo.
Né indagare quel concetto di rassicurazionismo che, facendo perno su un principio cardine della disastrologia, la diminuzione della percezione del rischio aumenta l’esposizione al pericolo, ricostruisce il processo di rassicurazione istituzionale di cui il messaggio dello scarico fu solo l’acme.

Pressioni istituzionali e distorsioni mediatiche

Il capo della Protezione civile Franco Gabrielli.

La volontà di entrare nel merito è quindi assente: non c’è un solo intervento, tra le centinaia prodotti, che faccia i conti con il fulcro della ricostruzione di Ciccozzi. I disastri si misurano correlando «l’agente di impatto fisico» (terremoto) ai fattori di vulnerabilità (edifici che non reggono l’impatto) e ai fattori di esposizione («rassicurazioni disastrose» che inducono le persone a restare dentro gli edifici nonostante una serie di segni precursori). Nessuna contro-tesi, né critiche, né argomenti sul cuore della questione posta dal perito. La «rassicurazione disastrosa» è un tabù e quello dell’Ingv non è un argomento, ma un disco rotto: «Non abbiamo rassicurato nessuno».
L’omissione della rassicurazione produce un effetto più grave della travisazione delle carte, taglia le gambe alla domanda radicale sulla questione Aquila, quella che va al di là dell’esito processuale: perché la popolazione si sentì rassicurata? Ecco il sentimento di fondo della città verso la Grandi Rischi: «Poteva toccare a me», come dicono gli aquilani che sono restati a casa al crescere delle scosse, di contro alle loro vecchie abitudini, perché rassicurati. E che oggi sono vivi perché la casa ha retto. Per caso, in un certo senso. Ecco il rischio concreto che corre la specificità della tragedia aquilana, soccombere alla (cattiva) rappresentazione del processo.
LA VERSIONE DI GABRIELLI. Franco Gabrielli, capo della Protezione civile, a un convegno organizzato dall’Ingv, ha di recente commentato il processo Grandi Rischi sottolineando che la colpa fu la «vulnerabilità degli edifici».
Vincenzo Vittorini, rappresentante dell’Associazione familiari delle vittime, ha reagito con rabbia definendo quei passaggi «pizzini istituzionali». Parole forti, ma vere, perché un’alta carica istituzionale o non ha capito di che si parla (e allora è inadeguato) o sta facendo pressione («pizzini istituzionali», appunto). Il geologo Mario Tozzi, invece, su La Stampa scriveva che agli scienziati si può imputare, «al massimo, di aver mal comunicato» e che la «vera colpa» è «di chi ha costruito male e di chi ha controllato peggio (…)». Armando Massarenti, opinion leader del Sole24Ore, negli stessi giorni, ha twittato le analisi di Cavallo, che dimostrerebbero l’«illogicità della sentenza». Mentre Gilberto Corbellini, epistemologo del Domenicale del Sole24Ore, nel suo libro Scienza scrive: «I processi e le condanne sono spesso anche modi per trovare capri espiatori o attenuare una tensione sociale generata da tragedie incontrollabili (…)». La sentenza Grandi Rischi, per Corbellini, sarebbe un esempio moderno di caccia all’untore.
SCIENZA SOTTO PROCESSO. Il sito Terremoti e Grandi Rischi è un «gruppo di lavoro» che cura la «campagna di comunicazione» del processo, nato su impulso di dirigenti dell’Ingv attivi sin dal 2010. Con un obiettivo: dare a intendere che la scienza sia stata messa sotto processo. Alcuni nomi: Alessandro Amato, Massimo Cocco, Daniela Pantosti, Ingrid Hunstad. Se a questi si aggiungono: Alberto Michelini, Walter Marzocchi e Massimiliano Stucchi ecco i firmatari della lettera a Napolitano che ha diffuso nel mondo l’idea che in Italia fosse in corso un processo a Galileo.

Se va persa la lezione aquilana

L'Aquila, rovine dopo il terremoto del 2009.

L’appello fu depositato sulla scrivania della procura aquilana il 18 Giugno 2010 con 4 mila firme di scienziati di tutto il mondo, ma gli avvisi di garanzia erano pubblici da due settimane e, come ben sanno i proponenti, non c’è una sola parola, tra i capi d’imputazione, che parli della possibilità di prevedere i terremoti.
È un’operazione di falsificazione, a tutti gli effetti. Che seduce i media. E carpisce la solidarietà di colleghi stranieri in buona fede, sulla base di un’accusa palesemente assurda. Assurdità sdoganata dalla prestigiosa Nature. A seguire Science, l’organo di stampa della più importante comunità scientifica al mondo. Così, ottenuta la certificazione delle grandi riviste, il mantra del processo alla scienza ha fatto il giro del mondo: New York Times, Guardian, Washington Post, Al Jazeera, eccetera. La ricaduta sull’immagine del processo è stata devastante, le rettifiche tardive e ininfluenti.
LE COLPE DELLA STAMPA. La stampa italiana non ha fatto meglio, incluso quella specializzata. Marco Cattaneo, direttore di prestigiose riviste scientifiche, sposa nel 2013 la tesi del capro espiatorio e Pietro Greco, giornalista scientifico cui fa capo il Gruppo 2003 per la ricerca, sceglie la via di fuga dell’astratto processo alla comunicazione. Fuori rotta molti commentatori nazionali, che abbracciano l’idea del processo a Galileo. E così il commento politico. Anche per questo, ancora oggi, il rumore di fondo del processo alla scienza continua a ingenerare confusione.
Gabrielli, da quando è iniziato il processo Grandi Rischi, ha investito ogni risorsa nella difesa a oltranza dell’apparato che rappresenta. E senza una riflessione che prenda le mosse dall’assunzione di responsabilità istituzionale, la lezione aquilana rischia di andar persa. E gli effetti, stavolta, invece sono prevedibili. In una situazione simile a quella che si è verificata a L’Aquila il Dpnc – un domani affatto astratto - mostrerà la stessa inadeguatezza.
L'ASSENZA DI ACCOUNTABILITY. Perché sono molte le problematiche che la sentenza mette a tema e sono rimaste a uno stadio potenziale. A partire dal rapporto promiscuo tra comunità scientifica e potere politico, passando per l’assenza di accountability, ossia la «capacità di render conto nel corso dell’azione» – a questo proposito alcune parole di Enzo Boschi (rilasciate nel 2008 a La Stampa), mostrano in modo plastico come persone che hanno ricoperto una carica di responsabilità nei confronti della comunità fossero, nella migliore delle ipotesi, inconsapevoli del proprio ruolo di civil servant: «Anch'io ho fatto tutto quello che in genere si fa per fare carriera. Ho leccato il sedere quando c’era da leccarlo, ho assecondato, ho chinato la testa: non ho paura a negarlo. (…) Sono sempre stato gentile con i potenti perché sapevo che avrebbero potuto aiutarmi (…)». E ancora: la vaghezza legislativa del mandato dei consulenti; un concetto operativo di rischio inadeguato inscritto in procedure rigide e obsolete; l’assenza di un’educazione concreta al rischio, alla sicurezza e al che fare in situazioni d’emergenza; un’adeguata comunicazione in emergenza; l’implementazione legislativa del principio di precauzione.

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