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L'INTERVISTA 10 Giugno Giu 2014 0900 10 giugno 2014

Mondiali Brasile 2014, Mikkel Keldorf sul massacro dei meninos de rua

Il giornalista danese denuncia gli omicidi dei piccoli nelle favelas.

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Li chiamano meninos de rua, bambini di strada. Ufficialmente sono circa 24 mila, ma il loro vero numero non lo conosce nessuno: sono ragazzini senza identità, senza documenti, senza diritti. E, secondo il giornalista danese Mikkel Keldorf, la polizia brasiliana li sta ammazzando in vista dei Mondiali.
LE MATTANZE NOTTURNE. Accade di notte, quando nelle favelas cala il buio inviolabile a qualsiasi sguardo esterno. Il mattino dopo, qualche bambino manca all’appello. Una sorta di «pulizia» delle strade da queste vere e proprie baby gang a beneficio dei turisti del pallone.
Ed è per questo che Keldorf, che da freelance sognava di seguire l’evento sportivo, ha deciso di anticipare la sua partenza dal Brasile per non essere un momento in più complice degli orrori delle favelas, e ha realizzato un documentario, dal titolo Il prezzo della Coppa del Mondo per denunciare quanto scoperto lo scorso marzo, a Fortaleza, settima città più pericolosa al mondo, con una media di 73 omicidi ogni 100 mila abitanti, dove si giocheranno sei match dei Mondiali.
LA BATTAGLIA DI TORQUATO. «Abbiamo scoperto che questi squadroni della morte sparano ai bambini mentre dormono. E anche agli adulti», è la testimonianza nel documentario di Keldorf di Manoel Torquato, che è a contatto con numerose associazioni di recupero sociale dei meninos. «Lo fanno per spaventare e costringere questa gente a lasciare le strade», aggiunge nell'intervista «Due bambini stavano dormendo con sei amici, maschi e femmine, di fronte a una farmacia in una famosa strada di Fortaleza, Avenida Joao Pessoa. È arrivata un’auto nera durante la notte, e ha abbassato i finestrini. Hanno sparato a tutti. Quattro sono stati colpiti, due sono morti. Erano fratelli».
«Il motivo per cui è in atto la “pulizia” delle città sono gli stranieri», ha detto a Lettera43.it Mikkel Keldorf, «per questo ho deciso di non coprire più l’evento, ma tornare indietro e raccontare questa storia».

* Il giornalista danese Mikkel Keldorf (Facebook).

DOMANDA. Quanto tempo ha passato in Brasile?
RISPOSTA. Complessivamente un anno e mezzo. Nel 2007 ho viaggiato per tutto il Paese. Nel 2012 sono tornato per studiare il portoghese, la storia brasiliana e fare un documentario a Rio. Poi ci sono tornato ancora nel settembre 2013.
D. Perché proprio il Brasile?
R. Amo molto quel Paese. La sua cultura, la sua gente. Per me seguire come giornalista i Mondiali di Calcio era una fantastica opportunità di lavorare lì. Ma più scoprivo le conseguenze della Coppa del Mondo, più capivo quanti danni stava facendo.
D. In che senso?
R. Ero parte dello show, non importa se lo volevo o meno. E molto di quello che sta succedendo era a causa di persone come me. «Para gringo ver» dicono in Brasile, per far vedere agli stranieri.
D. A quale prezzo?
R. Quando ho capito che dei bambini di strada potevano essere stati uccisi perché gli stranieri non li vedessero mi sono sentito obbligato a raccontare la loro storia.
D. Perché è tornato in Danimarca?
R. Perché più inseguivo la loro storia più, con la mia semplice presenza, li mettevo in pericolo. Stanno ripulendo le città per gli stranieri. Così ho deciso di non seguire più le celebrazioni della Coppa del Mondo, tornare a casa e raccontare l’orrore di quanto sta accadendo nel mio documentario.
D. Come ha scoperto la storia dei bambini di strada?
R. Avevo programmato di andare a Fortaleza perché ospiterà sei partite dei Mondiali ed è la settima città più pericolosa al mondo. Ho pensato che ci sarebbe stata una storia da raccontare.
D. E c’era...
R. Ho conosciuto organizzazioni sociali e con l’aiuto di splendide persone della zona ho potuto incontrare molti bambini che vivono in strada con storie davvero orribili. E poi c’è stata l’intervista con Manoel Torquato, che è appena stato a Ginevra a raccontare quello che sa alle Nazioni Unite: lui è stato il primo a puntare i riflettori su qualcosa che non andava.
D. Sono accuse pesanti. Ha le prove dei crimini commessi dalla polizia?
R. I meninos de rua sono stati uccisi senza alcun dubbio. Posso provare che sono state le squadre della morte? Mi fido delle mie fonti, molto. Il racconto di Manoel Torquatos, quanto mi hanno raccontato quei ragazzini, e lo studio della storia brasiliana mi danno la sicurezza che questo sta succedendo davvero. Ho una pistola fumante? No.
D. C’è qualche ipotesi sul numero delle vittime di questo massacro?
R. No, nessuno. Nessun tipo di dato.
D. In molti sul web e sui social la accusano di aver inventato tutto...
R. Penso che la gente vorrebbe non fosse vero e non vuole crederci. Quando poi da straniero parli dei problemi di un Paese c’è sempre chi si offende e vuole proteggere la propria patria. Molti dicono che non dovrei parlar male del Brasile quando la Danimarca, casa mia, ha i suoi problemi.
D. E lei cosa risponde?
R. Che sono critiche senza senso. Se decidi di ospitare un mega evento come la Coppa del Mondo non puoi semplicemente invitare giornalisti affinché parlino delle partite e delle feste. È ipocrita.
D. Ha parlato di questo massacro con qualche autorità brasiliana?
R. Ho provato ad avere un incontro col segretario alla Sicurezza di Fortaleza ma, come si vede nel documentario, si è rifiutato. È stato difficile ottenere un’intervista con chiunque avesse un ruolo di potere. In Brasile i media funzionano in modo diverso da quanto accade in Danimarca.
D. E cioè?
R. In Brasile ottieni interviste se piaci o stai simpatico. Ed è facile capire che alle autorità in Brasile io non piaccio affatto.
D. Ma le organizzazioni internazionali non stanno facendo nulla per fermare gli omicidi?
R. Ci sono sul posto moltissimi operatori sociali che stanno facendo un grande lavoro. Torquato ha presentato un report all'Onu. Spero che con l’attenzione dei media e con il lavoro delle organizzazioni le cose possano migliorare. Ma è difficile, perché i politici brasiliani non sono molto propensi a collaborare.
D. Perché non si riesce a fare nulla per questi meninos?
R. Il Brasile è stato per secoli diviso e segnato dalle disuguaglianze. È una nazione con una storia di schiavismo. E anche oggi le disuguaglianza sono rimaste.
D. E questi bambini delle favelas non fanno eccezione...
R. Ci sono bambini di 10 anni che fumano crack di fronte a hotel lussuosi, con le Ferrari che sfrecciano. Molti fingono di non vederli, non se ne curano. Questi bambini sono considerati delinquenti, una minaccia. Non certo come ragazzini con un background disastroso e una vita difficile.
D. Dopo la messa online del documentario qualcuno l'ha contattata dal Brasile?
R. Nessuna istituzione. Ma ho avuto tantissimi commenti di brasiliani che mi hanno ringraziato.

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