Processo Aquila 140409125521
LETTERE 2 Luglio Lug 2014 1759 02 luglio 2014

«Processo grandi rischi, Salvadorini non dice la verità»

Un lettore attacca un commento su Lettera43.it «pieno di insinuazioni ed errori».

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di Massimiliano Stucchi

Una fase del processo Grandi rischi: a ottobre è atteso il secondo grado di giudizio.

I titoli, si sa, vengono scritti per catturare l’attenzione del lettore, specie se si teme che lo scopo non venga raggiunto con la qualità del testo.
In effetti capita spesso che più i titoli la sparano grossa più i pezzi vengano letti. E poi si sa, molti leggono solo i titoli, e credono di avere capito tutto.
Non so se il titolo del post di Ranieri Salvadorini (Processo Grandi Rischi: se scienza fa rima con falsificazione) sia stato scritto dall’autore, ma ho buone ragioni per pensare che lo condivida.
Falsificazione è parola grossa, che potrebbe avere risvolti penali. Conflitto di interessi, difesa corporativa, distorsione della realtà sono anch’esse parole grosse.
UN USO DISINVOLTO DEL VOCABOLARIO. Andiamo a vedere cosa c’è dentro, e troviamo parole altrettanto grosse: «travisati-mistificati», «bugie», «falso», «megafoni della propaganda», ecc. Il tutto peraltro con un singolare uso delle “virgolette”, a volte utilizzate per citare altri, a volte per evidenziare se stesso.
Difficile seguire il filo dell’intervento di Salvadorini e il su uso disinvolto del vocabolario.
ATTACCHI MAI NEL MERITO DELLA QUESTIONE. Parte dal post di Giacomo Cavallo (Processo Grandi Rischi: un contributo affinché giustizia sia fatta) ma non si cura di rispondergli nel merito, e lo attacca sul piano personale.
Lo accusa di «conflitto di interessi»: ma quali «interessi» dovrebbe avere un ricercatore astrofisico - da tempo in pensione - che si è appassionato al tema del processo Grandi Rischi, e in conflitto con che?
Non contento, Salvadorini lo taccia di difesa «corporativa», anche se Cavallo – nella sua carriera scientifica - si è occupato di quello che sta ben al di sopra della superficie terrestre, a differenza dei condannati. Constata poi, con amarezza, il fatto che un numero elevato di commentatori si sia schierato con i condannati e contro la sentenza, senza chiedersi se questo non significhi qualcosa.
La possibilità che questi commentatori abbiano una capacità autonoma di valutazione non lo sfiora nemmeno: fanno tutti parte, di fatto o per scelta, del complotto degli scienziati, così potenti da influenzare il mondo.

Accuse confuse piene di errori e svarioni

Il Palazzo del governo, a L'Aquila, distrutto dal sisma del 2009.

Tutto questo riguarda comunque la sfera delle opinioni, in generale considerate lecite nel nostro Paese, anche se alcuni sembrano negarlo (su questo si veda ad esempio l’ottimo saggio di Post-it). Quello che lascia perplessi, tuttavia, sono gli svarioni, con i quali l’autore – come in altre occasioni - si aiuta; cosa preoccupante per chi lancia accuse di falsificazione.
Ad esempio confonde il blog Terremotiegrandirischi.com, alla cui gestione il sottoscritto (anch’egli pensionato, da due anni) collabora, con il blog curato da ricercatori INGV.
NON CONOSCE QUELLO COMMENTA. Il fatto che questi due blog – entrambi aperti a commenti e contributi - abbiano una impostazione simile non autorizza certo una persona attenta a confonderli.
Sostiene che nessuno abbia commentato la «legge di copertura scientifica» elaborata da Antonello Ciccozzi, cosa non vera: evidentemente non ha letto abbastanza, ad esempio nei blog citati e in altre sedi, oppure non ha letto abbastanza bene.
E non si chiede perché tale legge non abbia avuto un grande riscontro: forse ignora che una “legge scientifica” diventa tale quando trova il consenso della categoria di scienziati cui fa riferimento, attraverso un processo di pubblicazione, critica, revisione ecc.
AFFERMAZIONI DIMOSTRABILMENTE SBAGLIATE. In campo scientifico una “legge” non diviene tale solo a partire da una consulenza di parte e la pubblicazione di un libro.
A Cavallo, che gli sottolinea diversi svarioni - alcuni deI quali gli erano già stati richiamati anche in altre sedi – Salvadorini non risponde, accusandolo peraltro di voler spostare l’attenzione dal cuore della sentenza ad aspetti marginali.
Strana accusa: finché Salvadorini farà affermazioni dimostrabilmente sbagliate, chiunque avrà il diritto/dovere di castigarlo perché, marginali o no, questi svarioni rappresentano altrettante «falsificazioni e mistificazioni mirate a distruggere la realtà del terremoto dell’Aquila», certo non dovute a Cavallo, che invece si limita a correggerle.

Le critiche di Salvadorini, un disco rotto

La tremenda scossa che polverizzò L'Aquila si verificò il 6 aprile 2009 intorno alle ore 3,32.
Pesantissimo il bilancio: 308 vittime, oltre 1.500 feriti e più di 10 miliardi di euro di danni stimati.
Nei giorni successivi al disastro, L'Aquila è stata vittima di diversi episodi di sciacallaggio: sono stati rubati oggetti di valore nelle case semidistrutte e generi alimentari per poi essere rivenduti a prezzi spropositati.
A contrastare il fenomeno è stato chiamato in causa l'esercito.

A me sembra che sia proprio Salvadorini a spostare l’attenzione dal cuore della sentenza ad altri aspetti. Come altri difensori della sentenza, ripete sempre le stesse cose: ad esempio ha pubblicato, a suo nome, un post che coincide in buona misura con la lettera degli scienziati anti-Boschi che la rivista Science non ha ritenuto di pubblicare.
Privo di argomenti nuovi, non gli è rimasto che riesumare una intervista di Boschi del 2008 (!), estrapolandone – secondo la peggiore tradizione – un frammento dal contesto.
GRACCHIATE LE SOLITE COSE. tornare al mantra secondo il quale la Grandi Rischi rassicurò la popolazione su ordine politico di Bertolaso, allora capo della Protezione Civile: «Facciamo un’operazione mediatica».
Che gli si faccia osservare che l’operazione mediatica non ci fu, che la Grandi Rischi non comunicò, che il sindaco Cialente fu tanto rassicurato che chiese la proclamazione dello stato di emergenza, che la comunicazione alla popolazione venne perturbata ben prima della riunione - e soprattutto in seguito - da interventi mediatici a dir poco disinvolti, non conta.
Il “megafono della propaganda” non ascolta, legge poco, insinua, alza la voce, usa virgolette e paroloni, ma sostanzialmente gracchia le solite cose, proprio come “un disco rotto”.

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