Meriam Sudan 140623153211
RILASCIATA 2 Luglio Lug 2014 1300 02 luglio 2014

Sudan, ong: «Meriam fatta partorire in catene»

Ong: «Ora teme per la salute di sua figlia».

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La donna sudanese Meriam Ibrahim.

Meriam è ancora in Sudan, teme per il futuro della sua famiglia e ha paura per le condizioni di salute di sua figlia Maya. A raccogliere il disperato appello della giovane donna condannata a morte per apostasia in Sudan e poi rilasciata dopo l'annullamento della sentenza di primo grado, è stata Antonella Napoli, presidente di Italians for Darfur. «Meriam non parla inglese ma attraverso il marito e il suo avvocato ha voluto lanciare un appello, teme per il futuro della sua famiglia e ha paura per le condizioni di salute di sua figlia Maya, nata il 27 maggio mentre lei si trovava nel carcere di Khartoum», ha affermato Napoli.
LA ONG: «TEME PER LA SALUTE DELLA FIGLIA». «Ha raccontato di essere stata costretta a partorire incatenata alle caviglie» e per questo di «temere che la bambina al momento del parto possa aver subito danni», ha spiegato la presidente della ong. «Sono certa che il grido di aiuto di Meriam non rimarrà inascoltato e che nei colloqui che in queste ore il vice ministro agli Esteri Pistelli avrà con esponenti del governo sudanese, il suo caso avrà centralità», ha detto ancora Napoli, che ha raccolto, attraverso la testimonianza dell'avvocato Mohaned Mustafa Al Nour, le preoccupazioni della giovane donna sudanese.

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