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CRONACA 2 Luglio Lug 2014 1630 02 luglio 2014

Yeti, le tracce del mostro sono dei falsi

Scoperto dna simile a quello di un fossile di orso polare.

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Le montagne del Nepal.

Peli di mucca, di procione, di cani e cavalli e poi lana di pecora, setole di porcospino e di un tapiro malese. E anche originale peluria umana arrivata dal Texas.
Nei campioni custoditi in collezioni e musei di tutto il mondo come presunte prove dell'esistenza dello yeti c'è di tutto, tranne che una traccia dell'abominevole uomo delle nevi.
Per appurarlo, Bryan Sykes, professore di Genetica all'Università di Oxford, ha impiegato tempo e rimesso parte della sua reputazione.
«Il margine», ha spiegato al Guardian, era «troppo sottile per avviare uno studio di rilievo, ma pensavo che anche se ci fosse stata una sola possibilità, c'era la chance di scoprire qualcosa di straordinario».
TUTTE LE PROVE SONO FAKE. La sua ricerca, invece, pubblicata negli Atti della autorevole Royal society ha dimostrato proprio il contrario, cioè che non esiste una prova dell'esistenza dello yeti. E che tutte le tracce sparse in giro per il mondo appartengono in realtà ad altre specie animali.
Bella scoperta, si dirà. Ci voleva una squadra di studiosi di prim'ordine di Oxford? Ebbene sì.
«Da giovane», ha ammesso il professore «non mi sarei arrischiato, prima avevo una solida reputazione», ha dichiarato con rammarico: per questo studio infatti è stato criticato aspramente e a priori.
«Ciò che mi viene contestato è in conflitto con un principio fondamentale: la scienza non rifiuta né accetta nulla senza esaminare le prove», ha dichiarato al Guardian.
E lo studio di questa materia, ha spiegato il genetista, era stato in gran parte evitato per più di mezzo secolo.
Negli Anni 50 furono organizzate numerose spedizioni per dare la caccia allo Yeti. Ma allora i test del Dna non esistevano.
Insomma, una ricerca andava fatta: «L'assenza di prove non è prova di assenza e questa indagine non può confutare l'esistenza di primati anomali», si sono giustificati gli autori costretti a indagare i resti più disparati.
SOLO PELI DI ANIMALI SELVATICI E DOMESTICI. I capelli di un Almasty, il nome russo per lo yeti, si sono rivelati essere peli di procione e orso nero, per giunta nativi del Nord America.
Dal Nepal è arrivato il pelo di una capra, da Sumatra quello di un tapiro e dagli Stati Uniti, probabilmente da diverse fattorie, il pelo di vacche da pascolo.
Tra i cimeli conservati e spacciati per resti del mostro c'erano persino un filo di erba e una fibra di vetro.
Un risultato, i ricercatori, l'hanno comunque ottenuto.
In due esemplari di pelliccia marrone e dorata di orso, originari del Bhutan e dell'Himalaya, hanno individuato infatti una sequenza di Dna simile a quella trovata in resti fossili di un orso polare di 40 mila anni fa.
Gli scienziati intravedono la possibilità che in Himalaya vivano i discendenti di un orso preistorico: ricorda niente?
YETI IBRIDO TRA ORSO POLARE E ORSO BRUNO? La prima pelliccia in cui è stato trovato il Dna anomalo viene da Ladakh in India. L'animale a cui apparteneva è stato ucciso 40 anni fa da un esperto cacciatore che ha riferito come il comportamento dell'animale fosse diverso da quello degli orsi bruni.
La seconda, invece, viene dal Bhutan, terra dove fioriscono le leggende sui migyur, il nome locale dell'abominevole uomo delle nevi.
«Gli orsi polari», ha fatto notare Sykes, «hanno un comportamento ben diverso dagli orsi bruni. Per esempio cacciano gli uomini». Secondo il professore bisognerebbe valutare il comportamento di quelli dell'Himalaya per capire se il segreto delle storie su yeti e bigfoot.
È quindi possibile, spiega il professor Sykes, che sulle montagne dell'Himalaya ci sia un ibrido di orso polare e bruno che avrebbe potuto dar vita alla leggenda dell'uomo delle nevi.
Sykes insomma non molla: «Lo yeti», annuncia convinto, «potrebbe essere ancora là fuori».

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