TERRORE SUL WEB 3 Luglio Lug 2014 0800 03 luglio 2014

Iraq e Isis, la violenza in Rete

Un ex analista Cia spiega perché gli estremisti sunniti postano foto e video sui social network.

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Oltre ad aver conquistato in poco tempo un terzo dell'Iraq, lo Stato islamico dell'Iraq e del Levante (il gruppo estremista sunnita noto anche con la sigla Isis) è anche una grande potenza dei social media (foto).
I militanti sfruttano abilmente piattaforme come Facebook e Instagram per diffondere immagini e video sulla loro guerra contro gli sciiti e il governo iracheno in generale.
Hanno pubblicato per esempio foto scioccanti di 1.700 soldati iracheni fatti prigionieri e condannati a morte.
NIENTE DI NUOVO. «Per quanto spaventose, queste storie non sono niente di nuovo», ha spiegato un ex analista della Cia al Washington Post (l'articolo è stato ripreso il 3 luglio da il Post). «Ricalcano una prassi vecchia ormai 10 anni. Io lo so bene: durante la guerra in Iraq uno dei miei compiti era intercettare e studiare tutti i contenuti diffusi online da al Qaeda per conto della Cia».

Khazair (Egitto): rifugiati scappano durante l'avanazata dell'Isis (Getty Images).

Nel 2005 Ayman al-Zawahiri, all'epoca vice di Osama bin Laden, disse al capo di al Qaeda in Iraq, Abu Musab al Zarqawi: «Siamo in battaglia e il grosso di questa battaglia non si combatte qui ma sui media».
TERRORE DEI NEMICI. Zarkawi, il cui gruppo a un certo punto è diventato l'Isis, lo sapeva bene: «Le sue gesta brutali gli hanno concesso per anni una grande e gratuita copertura da parte dei media e attraverso quella copertura mediatica ha ottenuto reclute, ha fatto conoscere le sue idee e ha terrorizzato i suoi nemici».

Khazair (Egitto): un bambino in fuga durante l'avanazata dell'Isis (Getty Images).

L'ex analista della Cia ha affermato che nel corso della sua carriera ha guardato «decine di video rivoltanti e all'inizio erano girati in modo rozzo e amatoriale. Il gruppo di al Zarqawi però ha imparato presto le regole del gioco e nel giro di poco tempo ha adeguato i suoi video agli standard patinati delle moderne produzioni multimediali».
I CORI IN ONORE DI ALLAH. Gli assassini «sembrano divertirsi ad ammazzare le persone. Sia gli esecutori materiali sia gli altri inquadrati sono molto a loro agio con quello che succede. Prendono con gusto quello che fanno. Anche i cori 'Allah è grande' che accompagnano le esecuzioni sono felici, a voce alta».

Khazair (Egitto): una famiglia in fuga durante l'avanazata dell'Isis (Getty Images).

«Che io sappia», ha concluso l'esperto della Cia, «pochissimi di questi assassini esprimono rimorso una volta catturati. I veri credenti pensano di stare facendo qualcosa di accettabile per l'avanzamento della loro causa».
SANGUE E CRISI. La passione dell'Isis per gesti così macabri «dimostra come i suoi leader governerebbero l'autoproclamato 'califfato' che attraversa Iraq e Siria. Ma la loro sete di sangue è anche la loro crisi. Dopo tutto, nessun'altra organizzazione o tribù sunnita condivide questo livello di fanatismo. È difficile immaginare che una situazione di equilibrio e stabilità politica possa tollerare questo genere di azioni».
I sunniti alla fine «si rivolteranno contro l'Isis come hanno già fatto in passato. Quando accadrà, però, aspettatevi ancora più bagni di sangue e quindi ancora più video rivoltanti».

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