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L'ANALISI 3 Luglio Lug 2014 1120 03 luglio 2014

Isis, la deriva etnico-settaria spaventa mezzo mondo

Ecco perché il califfo Abu Bakr al-Baghdadi va preso sul serio.

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Brigate armate irachene contro l'Isis.

Dare per sconfitto un avversario che ancora combatte è sempre rischioso, ma i nodi politico-etnico-settari e militari che stanno venendo al pettine del premier iracheno al Maliki sembrano superiori alla sua capacità di governo. E i segnali di divisione emersi nella prima riunione del neo eletto parlamento, chiamato a eleggere il suo presidente e poi il premier, con una maggioranza dei due terzi, sono apparsi vacuo contraltare ai tamburi di guerra delle avanzanti milizie dello Stato islamico e del Levante (Isis).
Maliki è in difficoltà, ma resiste alle pressioni, interne ed esterne, Usa in testa, perché formi un governo di unità nazionale inclusivo delle componenti sunnita e curda o faccia un passo indietro.
Lo ha potuto fare perché non è ancora affiorato un nome alternativo di potenziale consenso malgrado il rischio crescente di una deriva irreversibile. E lo sta facendo perché convinto di poter giocare sul confronto apertosi tra Washington e i suoi alleati da un lato e Iran e Russia dall’altro – pur convergenti sull’urgenza di fermare questa formazione estremista - per ottenere il massimo possibile di aiuti militari senza pagare pegno politico. Opzione tanto più miope perché questa sua condotta sta in realtà facendo il gioco dell’Isis che punta a raccogliere sotto la sua ala tutto lo scontento, grande, che percorre il Paese. Come si spiega questa convergenza?
GLI INTERESSI IRANIANI NELLA REGIONE. Teheran teme l’Isis perché sta mettendo a repentaglio quel formidabile asset rappresentato dall’Iraq, Paese di grande rilevanza per ricchezza di risorse, posizione geopolitica, a maggioranza sciita, inopinatamente catapultato sotto la sua influenza dall’infausta invasione anglo-americana anti Saddam. Lo teme perché vi è interessata parte della Siria, l’altro suo maggiore alleato del mondo arabo. E non è disposta a subire questa menomazione proprio nel momento in cui, tornando alla piena cittadinanza internazionale punterebbe ad assumere un ruolo predominante sull’intera regione. Da qui il suo impegno che spazia dall’uso dei droni di sorveglianza, alle pressioni politiche, all’assistenza militare e a un verosimile piano B per salvaguardare l’area sciita del Paese.
LA RUSSIA NON VUOLE PERDERE INFLUENZA. Lo teme Mosca sia perché da un successo anche parziale dell’Isis ne potrebbe derivare un suo indebolimento in Medio Oriente in una fase in cui stava assaporando una sua affermazione sia per il rischio di importazione delle istanze jihadiste tra le componenti islamiche di casa propria. E considera disastrosa la sola eventualità di un collasso dell’Iraq. Da qui il gesto più dimostrativo che altro della consegna del caccia Sukhoi.
L‘Isis è temuto anche dall’Arabia saudita che da mesi ha rafforzato il suo apparato normativo e operativo anti-terroristico, chiamando a raccolta le altre monarchie del Golfo – con sanzione al troppo disinvolto Qatar - e allertando il grande alleato americano. La Casa reale ha vissuto il terrorismo del decennio scorso e ne teme il rigurgito nella veste odierna dell’Isis, tanto più minaccioso per la sua capacità azione e di attrazione. Allo stesso tempo la riapertura della partita irachena, cui ha contribuito, le offre la prospettiva di una rivincita su Teheran: troppo ghiotta per non cercare di coglierla anche con qualche azione non proprio trasparente.

Gli Stai Uniti e l'ossessione della minaccia terroristica

Il segretario di Stato Usa John Kerry.

Per gli Usa il pericolo terroristico costituisce una sorta di ossessione. Comprensibile dopo l’11 settembre 2001 anche se la crescita costante del terrorismo di matrice islamica verificatasi da allora in poi, dall'Afghanistan al Medio Oriente all'Africa, avrebbe dovuto indurli a riflettere sull’adeguatezza della risposta datavi nel tempo e ad integrarla sul piano politico-sociale e culturale.
Di certo in Iraq dove tale risposta si è accompagnata alla disastrosa governance del Paese nel post Saddam che ha trovato da ultimo, in Maliki, un interprete devastante. E poco malleabile, come hanno dovuto constatare finora Kerry e lo stesso Obama quando hanno cercato di indurlo a cambiare registro – governo di unità nazionale - o a fare un passo indietro, rifiutando, giustamente, un loro diretto coinvolgimento militare oltre la consulenza e l’intelligence.
Il loro impegno è comunque forte anche in termini politico-diplomatici mentre si preparano a contrastare l’Isis anche sul versante siriano fornendo addestramento ed equipaggiamenti ad hoc (500 milioni di dollari) a quelle forze di opposizione.
LA DERIVA ETNICO-SETTARIA DELL'ISIS. Il fatto è che con le dinamiche in corso è entrata in gioco la stabilità dell’assetto mediorientale costruito a tavolino un secolo addietro. Con l’aggravante che il fattore di maggior spinta è costituito da una deriva etnico-settaria che rischia di risultare travolgente. È una deriva che, come detto in altre occasioni, ha subito un’accelerazione apparentemente subitanea ma che viene in realtà da lontano e che soprattutto sembra alimentata da una forza di spinta e di attrazione su cui si dovrebbe riflettere. Anche perché chiama a sé giovani da tutte le latitudini, Occidente compreso. Ricordiamo che ad oggi parrebbero oltre 3 mila i giovani occidentali partiti da casa loro per aggregarsi a questa “guerra santa” sollevata sugli scudi di un Califfato dai confini ben più ampi di quello siro-iracheno appena proclamato.
UN PERICOLO REALE. Insomma, questo Isis e il suo carismatico capo Abu Bakr al-Baghdadi stanno diventando una minaccia più seria dei 10 mila armati di cui oggi sarebbe forte e la chiamata alla sollevazione rivoluzionaria lanciato all'intera comunità islamica mondiale non deve essere sottovalutata. Deve essere capita nelle sue motivazioni profonde per essere affrontata in maniera adeguata, non riconducibile alla logica militare, letta con le loro lenti. L’annunciata riunione dei gruppi jihadisti in Algeria, se si terrà, offrirà una chiave utile.
Ma intanto il banco di prova più immediato sta nella disponibilità dei molti gruppi laici e sunniti che si sono riuniti sotto il suo stendardo a sottoscrivere quel patto di lealtà – leggasi subordinazione - loro richiesto da Baghdadi. E nella controffensiva partita da Baghdad col corredo di un discreto sostegno esterno. Tutto da seguire con la massima attenzione.

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