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EMERGENZA 3 Luglio Lug 2014 0736 03 luglio 2014

Migranti, Lampedusa ma non solo: le mete nel mondo

Le frontiere più calde in giro per il globo.

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Un soldato della Guardia nazionale pattuglia il confine con il Messico.

Ci sono tante Lampedusa nel mondo, approdi raggiunti o sognati da chi cerca una chance per un’altra vita, per una nuova casa che possa garantire diritti e speranze.
Dal Centro America al Nord Africa uomini, donne e bambini in fuga da guerre e miseria, da una dittatura o dalla fame. O anche solo in cerca di un’opportunità per un lavoro dignitoso, un’istruzione migliore o per ricongiungersi a un padre, a una sorella o a un marito, magari emigrati anni fa e mai più rivisti.
In alcuni Paesi come Stati Uniti o Australia, la storia è stata beffarda, presentando il conto a secoli di distanza: nazioni nate dall’immigrazione di massa e che a un certo punto hanno detto basta, promovendo leggi che impongono un tetto ai permessi di soggiorno, e solo con determinati requisiti.
MORTI 7 MILA MIGRANTI IN UN ANNO. Quello di una nuova vita è un sogno da pagare a caro prezzo: secondo le stime di International organisation for migration (Iom), nel 2013 7 mila migranti sono morti nel tentativo di raggiungere la propria destinazione.
Per decine di migliaia di salvadoregni, guatemaltechi e honduregni, il sogno americano è al di là dei 3.100 chilometri della frontiera che separa Messico e Stati Uniti, e che negli ultimi anni è diventata un cimitero a cielo aperto.
Dei 356 mila che ogni anno provano a superare il confine, 220 all’anno non ce la fanno: muoiono, si legge nei report delle associazioni No more deaths e Arizona recovered human remains project, uccisi dalla sete e dagli stenti dopo un viaggio a piedi che dura giorni, con temperature talvolta vicine ai 50° e in un territorio assai inospitale, quei deserti di Sonora e Chihuahua abitati solo da cactus, cespugli e scorpioni.
Di loro non resterà che uno scheletro, un numero e la sigla di “sconosciuto” negli archivi della Border patrol, la polizia di frontiera statunitense.
DAL MESSICO AGLI USA SULLA 'BESTIA'. I migranti arrivano lì dopo un viaggio di settimane, per lo più a bordo del treno merci che attraversa il Messico da Sud a Nord: il convoglio è stato battezzato La bestia, è là che in molti trovano la morte, perché vittime degli assalti delle gang locali lungo il percorso; o finiscono mutilati nel tentativo di salire sulle carrozze in corsa. I 'coyote', come gli scafisti di Lampedusa, incassano da 2 a 5 mila dollari a persona per guidarli oltre la frontiera attraversando il deserto.
Qualcuno riesce ad arrivare a destinazione e, anche se la permanenza negli Stati Uniti è tutt’altro che scontata, in gergo acquisisce lo status di mojado (bagnato), espressione nata dal fatto che un fiume, il río Bravo del Norte, corre lungo tutta la frontiera tra i due Paesi.
Negli Stati Uniti gli immigrati irregolari residenti sono 11 milioni e nell’ultimo anno la situazione si è fatta ancora più drammatica con il fenomeno dei bambini migranti: in 52 mila, di età compresa tra i cinque e i 16 anni, provenienti da Honduras e Guatemala – secondo il Pew research center di Washington – si sono messi in viaggio da soli per raggiungere gli Stati Uniti.

Australia, clandestini arrestati e spediti nei centri di detenzione

Melilla (Marocco): nel tondo rosso un agente che prende a bastonate un immigrato.

Dall’altra parte del mondo, l'Australia merita la maglia nera in quanto a leggi sull’immigrazione e accoglienza dei profughi, in totale contraddizione con la sua storia: dal 1945 infatti più di 7 milioni di persone sono emigrate nel Paese, di cui il 92% di origine europea. Tuttavia, a partire dal Migration act del 1958, norme sempre più restrittive sono arrivate a sancire che ogni persona che risiede in Australia senza documenti deve essere subito arrestata ed espulsa.
In barba alle norme internazionali sui diritti umani, gli arrestati, anche se richiedenti asilo, vengono spediti in centri di detenzione nel Pacifico come Nauru o Manus, in Papua Nuova Guinea: qui, nel 2013, un rapporto di Amnesty International ha documentato condizioni «crudeli e inumane» cui sono costretti oltre 1.000 migranti, inclusi casi di tortura e detenzione arbitraria di minori non accompagnati.
In Australia il viaggio comporta rischi pure peggiori che altrove: ogni anno, decine di barconi con a bordo somali sudanesi e iraniani salpano da Rote Island, in Indonesia, e solo di rado arrivano a destinazione. La marina australiana li respinge sempre, a prescindere dalle condizioni del mare e degli occupanti.
SPAGNA, ASSALTO A CEUTA E MELILLA. In Europa, dopo Lampedusa, la frontiera più calda è sicuramente quella tra Marocco e Spagna, con le enclave iberiche in terra d’Africa Ceuta e Melilla quotidianamente prese d’assalto da migranti sub sahariani. Il ministero dell’Interno di Madrid ha fatto sapere che nel 2013 sono approdate in Spagna 4.235 persone, molte perfino a nuoto, percorrendo i 14 chilometri del tratto più vicino dello stretto di Gibilterra, tra Tarifa e Cires.
Gli altri scelgono i natanti, a volte anche semplici pedalò, o veicoli con un doppio fondo in cui nascondersi. Secondo i dati di Frontex nei primi quattro mesi del 2014 sono state fermate alle barriere circa 40 mila persone, tra cui molti siriani ed eritrei, e il ministro dell’Interno Jorge Fernández Diáz ha parlato di «emergenza nazionale». La strategia di contenimento adottata dalla Guardia Civil spagnola è stata spesso oggetto di polemiche a causa dei metodi molto duri, incluso l’utilizzo di armi da fuoco che in passato hanno causato la morte di alcuni migranti.
Altre frontiere fremono, in giro per il mondo, per effetto di eventi storici passati ma comunque attraversate da esseri umani vittime degli stessi problemi.
IN CILE IN CERCA DI LAVORO. In Cile, migliaia di lavoratori peruviani e boliviani entrano illegalmente nel più ricco Paese confinante alla ricerca di un lavoro, accusati di drogare il mercato perché disposti ad accettare stipendi più bassi.
Ancora oggi molti colombiani arrivano in Venezuela per raggiungere i loro familiari, profughi in seguito agli espropri e alle violenze della guerra civile tra esercito, Farc e paramilitari che dura da quasi 50 anni.
Almeno 5 milioni di immigrati irregolari risiedono in Pakistan, tra cui africani sub sahariani, birmani, iracheni, iraniani e afghani, vittime degli eventi delle ultime decadi: tra questi la divisione del Pakistan nel 1971, le due guerre del Golfo, i conflitti afghani e in generale il deterioramento delle condizioni economiche e sociali dei Paesi dell’area.

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