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CARABINIERI 3 Luglio Lug 2014 1514 03 luglio 2014

Omicidio Yara, tracce sull'auto di Massimo Bossetti, forse è sangue

Il Ris indaga sulla vettura del carpentiere.

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Massimo Giuseppe Bossetti durante il fermo per l'omicidio di Yara Gambirasio.

Nella notte tra martedì 1 e mercoledì 2 luglio gli esperti del Ris di Parma hanno trovato alcune macchie sospette sulle vetture, la Volvo e poi il furgone Iveco, di Massimo Giuseppe Bossetti, il carpentiere in carcere con l’accusa di aver ucciso Yara Gambirasio.
TRACCE DI FERRO NELLE VETTURE. I tecnici dei carabinieri hanno utilizzato il luminol, una sostanza che reagisce e fa emergere tracce di ferro, che di solito indica la presenza di sangue.
Le macchie emerse sarebbero parecchie, ma l’attenzione si è concentrata soprattutto su un paio. Ma la cautela è massima, perché la presenza del minerale non significa vi sia sangue. Il ferro, infatti, è contenuto anche in altre sostanze e, per esempio, nei vegetali. La reazione, quindi, può indicare quello che in gergo scientifico si chiama «falso positivo». Potrebbe trattarsi molto più semplicemente di ruggine.
LABORATORI AL LAVORO SULLE MACCHIE. Le tracce rinvenute dai Ris devono ora essere analizzate dai laboratori, per stabilirne la natura. Non è il solo materiale raccolto. Prima che calasse il buio, necessario per spruzzare il luminol, al mattino e nel pomeriggio erano stati raccolti i reperti visibili a occhio nudo, oppure con l’aiuto delle lenti e delle lampade: capelli, peli, fibre. Sempre nella giornata di mercoledì 2 luglio i carabinieri hanno anche cercato sulle vetture tutte le impronte digitali non appartenenti al carpentiere.
PER GLI INQUIRENTI LA VOLVO È LA CHIAVE. Gli investigatori si sono concentrati soprattutto sull’auto, perché sospettano che l’indagato possa aver avvicinato con la Volvo la bambina e, commesso il delitto, potrebbe aver portato sull’auto il suo sangue.
«NON TROVERANNO NULLA, SONO INNOCENTE». Il 3 luglio Bossetti si è sfogato con uno dei suoi avvocati, Silvia Gazzetti, ribadendo la propria estraneità ai fatti: «Che cerchino, ma non troveranno nulla, perché non ho fatto niente». L’altro difensore ha commentato le perizie dei Ris dicendo di essere pronto a dimostrare l’innocenza del suo assistito «a costo di percorrere la via più lunga». La battaglia più importante, per gli avvocati, si gioca sul Dna: «Le nostre consulenti ci stanno dando indicazioni preziose. Da un lato c’è la cosiddetta firma, cioè il profilo genetico sugli indumenti della vittima, dall’altro c’è quello che dice il nostro assistito. E non è privo di interesse. Cerchiamo riscontri, un’attività complicata».

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