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INCHIESTA 4 Luglio Lug 2014 0600 04 luglio 2014

Abusi di polizia, processi e indagini difficili

Dal 2001 26 vittime di presunte violenze delle forze dell'ordine.

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Torino: cartelli in memoria di Federico Aldrovandi durante il corteo del primo maggio 2014.

Ventisei morti dal 2001. Una media di due ogni anno. Sono le presunte vittime di abusi di potere e comportamenti illegali da parte delle forze dell’ordine. E decedute nelle circostanze più diverse: chi in carcere, chi a manganellate e chi per colpi di pistola sparati ad altezza uomo.
In alcuni casi gli agenti sono stati condannati, in altri sono in attesa di giudizio, in altri ancora sono stati assolti - come i quattro poliziotti accusati della morte di Michele Ferrulli assolti dalla Corte d'Assise di Milano il 3 luglio - e le morti sono ancora avvolte nel mistero.
LE STORIE DIMENTICATE. Un dato è certo: tutte le persone coinvolte sono uomini, per lo più italiani, e la maggior parte ha meno di 40 anni. Alcune storie, come quelle di Federico Aldrovandi e Stefano Cucchi, sono conosciute, tante altre sono state solo accennate da giornali e tivù nazionali. Il sito www.abusidipolizia.it le ha ricostruite tutte grazie a testimonianze, sentenze e video.
L’avvocato Fabio Anselmo è il legale di molte famiglie delle vittime: Cucchi, Aldrovandi, Ferrulli, Uva, Magherini e Budroni. «Ormai da anni», dice a Lettera43.it, «organizzazioni internazionali come l’Onu, il comitato di prevenzione europea contro la tortura e Amnesty International segnalano violenze di uomini in divisa compiuti in Italia».

La denuncia di Amnesty: «Clima di impunità generale»

Giuseppe Uva.

Secondo Amnesty International in Italia i processi sugli abusi di polizia non sempre riescono a stabilire responsabilità e colpevoli.
«Se si rilegge la storia giudiziaria dal 2001 a oggi sembra che non siano stati fatti passi avanti contro la violazioni dei diritti umani», spiega Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, «ma le assoluzioni, le prescrizioni e le sentenze lievi sono figlie di un clima di impunità generale».
CASO UVA: CHIESTO PROSCIOGLIMENTO. Un processo ancora in corso è quello per la morte di Giuseppe Uva, 40 anni, morto nel 2008 in seguito a un arresto e al successivo ricovero in ospedale. La prima autopsia ipotizzò un abuso di farmaci e finirono sotto processo tre medici. Sei anni dopo, sono stati rinviati a giudizio un carabiniere e sei poliziotti presenti nella caserma, l’accusa è di omicidio preterintenzionale. Il 9 giugno il pm Felice Isnardi ha chiesto il proscioglimento per gli imputati.
LA SORELLA: «LO STATO ERA ASSENTE». La sorella di Giuseppe, Lucia, racconta così questi sei anni di calvario: «Ricordo ancora il cadavere di Giuseppe: aveva il corpo pieno di ematomi, lo zigomo bruciato e il naso gonfio; io per tutti questi anni in tribunale mi sono sentita sola, lo Stato era assente»
Tuttavia per i parenti delle vittime quello che succede nei tribunali non è molto diverso da cosa accade all'esterno.
«OMERTÀ DIFFUSA». La collaborazione per la ricerca della verità si scontra con una sorta di omertà diffusa. Domenica Ferrulli se n’è accorta immediatamente: «La sera della morte di mio padre tutti erano con noi, ma dopo due giorni i possibili testimoni venivano a ripetermi di non fare il loro nome, mi sono sentita abbandonata. Era come se tutti volessero coprire quello che era successo, come se l’omicidio non ci fosse mai stato. L’omertà è una catena che non si spezza, parte dalla polizia e si propaga a tutte le persone coinvolte».
SILP: «SBAGLIATO GENERALIZZARE». Spirito di corpo degli uomini in divisa? Daniele Tissone, segretario generale del sindacato di polizia Silp-Cgil, non ne è convinto. «Non si deve generalizzare», sottolinea. «Ma se ci sono delle responsabilità spetta alla magistratura rilevarle e punirle. Inoltre bisogna migliorare le condizioni di lavoro degli agenti: stipendi adeguati e formazione, serve un rapido intervento del governo. Una difesa corporativa che non tenga conto di questi aspetti non è coerente con i nostri principi ispiratori».

I vuoti normativi e la mancanza del reato di tortura

Patrizia Moretti, madre di Federico Aldrovandi.

A complicare i processi per abusi da parte delle forze dell'ordine ci sono anche alcune lacune legislative del nostro ordinamento.
Il 3 novembre 1988 l’Italia ratificò la Convenzione dell’Onu contro la tortura. A distanza di 26 anni nel nostro codice penale manca ancora il reato. Se ci fosse stato, molti procedimenti non sarebbero finiti con la prescrizione.
LE PRESCRIZIONI DI BOLZANETO. Un esempio è il processo per i fatti della caserma di Bolzaneto durante il G8 di Genova del 2001. Furono processati 40 pubblici ufficiali tra poliziotti, guardie penitenziarie e personale medico; per 30 di questi, i reati sono caduti in prescrizione.
Il 5 marzo scorso il Senato ha approvato un ddl che introduce il delitto di tortura. Ma Noury non si fida: «Nulla è ancora accaduto, non è la prima volta che viene approvato da un ramo del parlamento e poi viene bocciato dall’altro con le solite tattiche ostruzionistiche».
Inoltre nel disegno di legge la tortura è considerata reato comune e non reato proprio. E se il fatto sarà commesso da un pubblico ufficiale sarà solo un’aggravante.
GLI APPLAUSI AGLI AGENTI DEL CASO ALDROVANDI. Per il portavoce di Amnesty le responsabilità di questo ritardo sono della politica. Dopo gli applausi per gli agenti condannati del caso Aldrovandi, il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha chiamato la madre Patrizia Moretti, per esprimere la solidarietà, sua e del governo. E pure il ministro dell’Interno Angelino Alfano ha definito quegli applausi «un gesto gravissimo».
Ma per i parenti delle vittime il tempo della solidarietà è finito. «La politica percepisce che c’è un problema ma la telefonata di solidarietà dopo un po’ non serve. Finora abbiamo ricevuto incontri e belle parole ma niente di più, quello che si fa non è abbastanza», afferma Domenica Ferrulli.
«SERVONO I CODICI IDENTIFICATIVI». L’introduzione del reato di tortura non è l’unica riforma proposta da Amnesty International. Secondo l’organizzazione, infatti, sarebbe necessario rendere obbligatori i codici identificativi sulle divise di polizia e ripensare l’addestramento degli agenti adibiti al controllo dell’ordine pubblico.
Su queste riforme, i sindacati di polizia hanno posizioni differenti. Il Sap, il sindacato degli applausi ai poliziotti condannati, non vuole rilasciare dichiarazioni sull’argomento. Il Silp-Cgil sembra più aperto al dialogo: «Crediamo che il reato di tortura, con delle modifiche, possa disincentivare comportamenti non corretti. Ma si deve partire dal versante interno, con una formazione più attenta del personale e un’educazione alla legalità».

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