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INTERVISTA 4 Luglio Lug 2014 1455 04 luglio 2014

Morte Faletti, Carlo Lucarelli ricorda il collega

Il giallista racconta l'amico scomparso.

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Una persona che sapeva far ridere, sempre, e mai in modo banale. Umile. Ma soprattutto grande, in ogni cosa in cui si è cimentato. Nei successi più acclamati come nelle opere più sconosciute. Un istrione, un vero artista.
«ERA SEMPRE SUL PALCO». È il ritratto che Carlo Lucarelli, giallista e conduttore televisivo, fa di Giorgio Faletti, scomparso la mattina del 4 luglio all’ospedale Molinette di Torino, stroncato di un tumore contro cui combatteva da qualche mese e che lo aveva portato ad annullare la sua ultima tournée teatrale. «Era una delle persone più simpatiche che ho conosciuto», dice Lucarelli a Lettera43.it. «Faceva il comico, sempre, come fosse sul palco».

Carlo Lucarelli.

DOMANDA. Che ricordo ha di Faletti?
RISPOSTA. Eravamo in ottimi rapporti, era una delle persone più simpatiche che ho conosciuto. Mi faceva ridere, perché faceva Faletti, sempre. Faceva il comico, come tutti i comici. Ma lui aveva una marcia in più, era un artista a 360 gradi.
D. Quando vi siete conosciuti?
R. Io l’ho conosciuto quando è diventato scrittore di noir, ed era un grande scrittore. Ma lo seguivo prima, in tivù, come cantante. Ed era un grande cantante, un grande cabarettista. Ecco, potevi aggiungere «grande» a ogni cosa che faceva, era un istrione, un artista straordinariamente completo.
D. E dal punto di vista umano?
R. Quando l’ho conosciuto era il Faletti di Io uccido, un successo strepitoso. Ma io ho incontrato una persona molto umile. Stava vendendo uno strabordio di copie, ma non l’ho mai visto come uno che ti guarda e fa: «Ciao, io ne vendo 3 milioni». Era alla mano, simpatico con tutti.
D. Quando l’ha visto l’ultima volta?
R. Noi scrittori siamo strani: o ci vediamo tutti i giorni oppure solo ad appuntamenti fissi, in genere i festival. Ecco, forse l’ultima volta che l’ho visto era a Courmayer, al festival del noir.
D. Se dovesse scegliere un aneddoto per raccontare la persona e il collega?
R. Una volta ci siamo trovati in Cina, insieme con altri scrittori. Eravamo in una realtà diversa, e quello più in difficoltà era paradossalmente proprio lui. Eppure era sempre il più spigliato di tutti, era abituato a fare ridere ma i cinesi hanno un tipo di umorismo diverso. E poi ricordo la prima volta in assoluto che l’ho visto...
D. Cioè?
R. Eravamo ad Asti in un casolare. Lui si siede a capotavola e inizia a fare un vero e proprio show. È una cosa che ho visto fare a tanti comici, quella di comportarsi come fossero sul palco. Ma quella volta mi sono divertito veramente tanto.
D. Qual è l'eredità di Giorgio Faletti?
R. Va riscoperto. Io per esempio, quando sentì la prima volta Minchia, signor tenente, non lo apprezzai, lo trovai retorico. Passarono gli anni, e dopo averlo conosciuto, mi è capitato di rivederlo e mi ha commosso, mi ha dato tutta un’altra suggestione. Ora su internet stanno girando tanti video ma il Faletti migliore è quello meno conosciuto, lo chansonnier. E poi ci sono i racconti, meno noti di Io Uccido, ma in cui c’è uno scrittore straordinario.
D. Sulla sua abilità di scrittore fu sollevato qualche dubbio. Lo accusarono di servirsi di un ghost writer...
R. Sono cose ridicole, bisognerebbe conoscere l’autore. Posso capire i dubbi per chi diventa famoso all’improvviso, ma Faletti era autore da sempre, come cantante, come cabarettista. Non vedo perché non potesse essere in grado di scrivere Io Uccido o altro. Ma è una polemica che esiste per tutti, c’è stata per Stephen King, per Andrea Camilleri.
D. Ne avete mai parlato?
R. Sì, spesso parlavamo del lavoro di scrittore. E fidatevi era perfettamente in grado di sfornare un capolavoro.

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