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INDAGINI 7 Luglio Lug 2014 2335 07 luglio 2014

Omicidio Yara, Bossetti «pronto a fare un secondo nome»

Il muratore è atteso l'8 luglio dall'interrogatorio con il pm.

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Bergamo: Massimo Giuseppe Bossetti viene portato nella caserma dei carabinieri (16 giugno 2014).

La trama del giallo dell'omicidio di Yara Gambirasio si arricchisce di un nuovo capitolo. A scriverlo l'8 luglio nel carcere di Bergamo, dove si trova dal 16 giugno scorso, Massimo Giuseppe Bossetti nel suo primo faccia a faccia con il pm Letizia Ruggeri alla quale non ha risposto per due altre volte.
È stato lo steso muratore a chiedere di essere sentito. «Voglio dimostrare che sono innocente», ha ribadito ai suoi legali Silvia Gazzetti e Claudio Salvagni, continuando a dire: «Io non ho mai visto Yara».
«PRONTO A FARE UN SECONDO NOME». Ma durante l'interrogatorio Bosetti potrebbe andare oltre. Una telefonata dal carcere di Bergamo al pubblico ministero avrebbe rivelato: «Dottoressa, il Bossetti vuole parlare con lei. Dice che ha un nome da fare, di una seconda persona...».
Secondo una ricostruzione fatta dal Coriere della Sera alla vigilia del faccia a faccia col pubblico ministero l'uomo accusato di aver ucciso la givane 13enne si è sarebbe rivolto, e con un certo nervosismo, agli agenti della polizia penitenziaria, ripetendo in modo quasi ossessivo di voler parlare con il sostituto procuratore Letizia Ruggeri, titolare delle indagini, chiedendo esplicitamente di chiamarla. Per dirle appunto che ha «un nome da fare», che c’è una «seconda persona di cui parlare». Queste le espressioni, piuttosto chiare, riportate dalla polizia penitenziaria, al telefono con la procura.
TRACCE DEL SUO DNA DA SPIEGARE. Bossetti ha molto da spiegare. Soprattutto come il suo Dna sia stato trovato sul corpo della ginnasta tredicenne il 26 febbraio del 2011, a tre mesi esatti dalla scomparsa in un campo di Chignolo d'Isola. L'uomo ha frequenti perdite di sangue dal naso e potrebbe azzardare che qualcuno abbia usato dei suoi attrezzi da lavoro per tagliare i leggins e gli slip di Yara.
In quel campo, qualche tempo dopo il ritrovamento della ragazza, tornò con la moglie. A dire della donna, per curiosità e senza conoscere la strada, tanto che faticarono a trovarlo.
IL GIALLO DEL TELEFONO. Bossetti è soprattutto intenzionato a smentire ciò che dai giornali ha appreso riguardo alcune testimonianze che gli inquirenti bergamaschi avrebbero raccolto. Qualcuno sostiene che si assentasse qualche volta dal lavoro con delle scuse e il muratore afferma che sia accaduto solo in rare occasioni e sempre per un motivo valido. Avrebbe una spiegazione anche per quella discrepanza che riguarda il centro estetico in cui andava a fare le lampade (raramente secondo lui, di frequente secondo la titolare).
Circostanze collaterali a quella del ritrovamento del Dna che è il caposaldo delle accuse ma che il mutatore ci tiene a chiarire. E i suoi avvocati stanno pensando seriamente di far ripetere nel contraddittorio tra le parti l'esame del Dna stesso che attualmente inchioda il muratore. Così come si dovrebbe tornare a parlare del suo telefono cellulare che quel pomeriggio agganciò la cella di Mapello in un orario compatibile con il rapimento della ragazza nel pomeriggio del 26 novembre del 2010. «Era scarico», si era giustificato Bossetti quando gli era stato chiesto per quale ragione non ricevette né fece comunicazioni fino alla mattina dopo alle 7.30.

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