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LA STORIA 8 Luglio Lug 2014 0539 08 luglio 2014

Mafia, rapporti tra Chiesa e criminali

Boss credenti. Preti collusi. Riti. La religione e la malavita.

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La statua della Madonna delle Grazie di Tresilico tratta da un filmato su Youtube.

Meraviglia. Sgomento. La statua della madonna in processione costretta a fermarsi e a far l’inchino davanti alla casa del boss è sacrilegio da prima pagina.
È accaduto a Oppido Mamertina, in Calabria, suscitando proteste a non finire.
Eppure, assurdità altrettanto gravi si verificano di continuo nel corso delle processioni che ogni anno si svolgono in Sicilia, in Calabria, in Puglia, in alcuni paesi in provincia di Napoli.
LE PROCESSIONI DEDICATE AI BOSS. A Castellammare di Stabia, a maggio 2011, l’allora sindaco ed ex magistrato Luigi Bobbio, è stato costretto ad abbandonare la processione in onore di san Catello, il santo patrono, perché i giovani portatori della statua avevano ritenuto di fermarsi nel rione di Portosalvo davanti alla casa di un anziano boss per rendergli omaggio.
A Crispano, paesino agricolo alle porte di Napoli, ogni anno la processione del Giglio locale è monopolizzata dai Tigrotti, un’associazione di baldanzosi giovanotti, molto affezionati alla figura del boss locale e da sempre benedetti dal sindaco, famoso da quando nel 2004 comparve in un video filmato dalla polizia mentre leggeva dal palco della festa una lettera di saluto del capoclan (detenuto) ai suoi figliocci.

Lo statuto di camorra è «catechistico»

Sequestro del Giglio a Barra da parte delle forze dell'ordine.

Statue che rendono onore ai malvagi, devozione blasfema, i boss in chiesa seduti in prima fila: il sacrilegio si spreca durante le feste religiose a Ponticelli, a Barra e in molti altri quartieri popolari di Napoli e delle città del Sud.
EX VOTO IN ORO PER GLI OMICIDI. Nelle sale ex voto dei santuari di Pompei e di Madonna dell’Arco, tra i più visitati al mondo, non si contano gli oggetti in oro e i costosi regali che noti malavitosi hanno offerto alla madonna in segno di gratitudine per essersi salvati da un agguato. O per aver concluso un affare milionario. O perché il loro rivale è morto ammazzato.
E non si contano le automobili dei boss quando, davanti al santuario, si officia la tradizionale benedizione riservata alle automobili nuove: è una sorta di «assicurazione» aggiuntiva, che - per chi crede - preserva dagli incidenti e tranquillizza le famiglie. Quelle normali, ma soprattutto - viste le presenze - quelle di malavita.
Mafie e parroci. Bestemmie e ritualità. Anche alla processione di san Rocco a Palmi, in Calabria, si sente invadente la mano della ‘ndrangheta. A quella del sabato santo in onore di sant’Onorio nel Vibonese, invece, il clan locale ha fatto addirittura sapere di essere disposto a pagare fino a 5 mila euro «pur di avere l’onore di caricarsi sulle spalle la statua del Cristo morto».
BATTESIMO DI AFFILIAZIONE. Per entrare nella mafia si riceve il battesimo. «O madonnina dell’Annunziata», recita la formula, «come brucia questa carta deve bruciare la mia carne se un giorno tradirò».
Raffaele Cutolo, capo della Nuova camorra napoletana, prima di procedere a un’affiliazione purificava con l’aspersorio il locale in cui si sarebbe svolta la cerimonia. Lui, figlio di Michele - zappatore mezzadro detto ‘o monaco per la sua maniacale religiosità - predicava che «con i proventi dei crimini bisogna elargire opere di bene, far dire messe, regalare offerte alle anime del purgatorio».
Luigi Compagnone, scrittore napoletano, ha definito «catechistico» lo statuto della camorra. Del resto, fu proprio Cutolo, in un’intervista televisiva rilasciata negli Anni 80 a Enzo Biagi, a definirsi con occhi spiritati «un tranquillo ragazzo di chiesa».


Dalla Campania alla Sicilia: c’è chi ha notato che le regole cui debbono sottostare i mafiosi somigliano molto a una sorta di tavola dei dieci Comandamenti.
MESSINA DENARO UNICO ATEO. Isaia Sales, studioso del fenomeno criminale nel Sud d’Italia, ha scritto che l’unico «number one» malavitoso che si professa ateo è il boss Matteo Messina Denaro. Gli altri - dai mafiosi agli ‘ndranghetisti, dai pugliesi di Sacra Corona unita ai più feroci camorristi - ricattano, ammazzano e fanno affari tra una preghierina e l’altra, con la collanina benedetta al collo e la corona del santo rosario tra le mani, convinti che «Dio è dalla nostra parte» e «di sicuro comprende rabbia e ragioni».
LA DENUNCIA NELLA CHIESA SOLO NEGLI ANNI 70. Sales non è tenero con le incertezze della Chiesa rispetto al «religiosismo criminale». E ricorda che «bisogna aspettare la metà degli Anni 70, cioè un secolo e mezzo dopo l’affermazione e il consolidamento delle mafie, per ascoltare dalle omelie di cardinal Pappalardo a Palermo (1982), di don Riboldi ad Acerra (1984) o di Giovanni Paolo II ad Agrigento (1993), parole inequivocabili contro le organizzazioni criminali».
Nel frattempo, non si contano i preti che vanno a dir messa nei covi dei latitanti, né i matrimoni, le cresime, i funerali solennemente benedetti dal parroco del luogo.
IL MECCANISMO DI AUTO-ASSOLUZIONE. Per molti, il bisogno di religiosità del boss trova la sua spiegazione «nel senso di colpa che chi conduce una vita malvagia ha necessità di contenere»: insomma, convincersi che Dio sia «dalla propria parte» consentirebbe a chi delinque di garantirsi «una sorta di perenne auto-assoluzione, che aiuta a non fare i conti con la coscienza».
Perciò, spara pure se il tuo «lavoro» lo impone. Ma, prima e dopo, fatti il segno della croce. E magari, come fa ancora oggi qualche killer professionista, si ricorra pure a «una liberatoria confessione» prima di qualche mission sanguinaria.

Sacramenti di ingresso nella famiglia mafiosa

L'arresto di Michele Zagaria.

Chiesa e mafiosi? Troppo spesso, dice Sales, «li hanno visti a braccetto».
In Sicilia, la presenza di un prelato in famiglia ha sempre garantito autorevolezza e prestigio ai mafiosi. Lo zio di Calogero Vizzini, capomafia fino agli Anni 50, era il vescovo Giuseppe Scarlata. Due suoi fratelli, don Totò e don Giuanninu, erano preti e vivevano in casa sua.
CAPIBASTONE IN PRIMA FILA. E che dire delle omelie domenicali? Nelle chiese del Sud, a centinaia sono state pronunciate dai pulpiti strizzando l’occhio ai capobastone di turno, spesso seduti in prima fila. A san Paolo Belsito, paesino del Napoletano, il parroco ha celebrato per mesi il ricordo dei giovanotti compaesani «che non hanno potuto ottenere la libertà», non dimenticando di citare tra gli «sfortunati» il nome del camorrista del posto.
CAPOCLAN ELETTI PER LA FESTA DELLA MADONNA. A Polsi, una frazione di san Luca in Aspromonte, il capo della ‘ndrangheta locale viene da 100 anni eletto nel corso di «una toccante cerimonia» durante l’annuale festa della madonna.
Don Luigi Menditto, parroco di Casapesenna nel Casertano, nel dicembre 2011, dopo l’arresto di Michele Zagaria, definì il boss «un devoto parrocchiano come gli altri al quale portare la consolazione del Vangelo». Don Menditto, nell’occasione, ci tenne a far capire che la sua «consolatoria» presenza era stata pretesa dal boss perfino durante la latitanza, consumata in un nascondiglio da film ubicato sei metri sotto il livello della strada.
GLI ALTARI NEI COVI DEI LATITANTI. Benedetto Santapaola, detto Nitto, capo della storica famiglia mafiosa di Catania ed ex allievo dei Salesiani, aveva fatto costruire un piccolo altare nel suo covo da latitante. Di domenica, pretendeva che vi si celebrasse messa.
Anche Bernardo Provenzano, il boss di Cosa nostra, è stato sempre ossessionato dalla religiosità: nel suo rifugio i carabinieri hanno trovato 91 santini, di cui 73 di Cristo, una Bibbia, un libro di preghiere, una Sacra famiglia dentro a una campana, un rosario lasciato in bagno. Oltre a immagini, statuette sacre, croci in legno.

La difficile resistenza di don Merola

Totò Riina nell'aula bunker di Palermo.

Condizionata dalla mafia è - secondo i pentiti - anche la festa di sant’Agata a Catania. E para-mafiosi sono ritenuti alcuni conventi che negli anni hanno ospitato e nascosto numeri uno della grande criminalità: Carmine Alfieri, boss di Piazzolla di Nola, in provincia di Napoli, capo della Nuova famiglia contrapposta a Raffaele Cutolo, fu a lungo ospitato nel locale convento dei Cappuccini. Idem per il siciliano Salvatore Giuliano, i cui beni - secondo alcuni studiosi - sarebbero addirittura finiti nelle tasche dell’arcivescovo di Monreale.
IN PROCESSIONE COL FUCILE. Sales, nei suoi studi, cita episodi gravi e curiosi: Salvatore Zizzo, boss della droga, partecipava alle processioni a Salemi con il fucile in spalla. Gioacchino Pennino, medico e mafioso, ha raccontato invece che suo zio aveva l’abitudine «di recarsi a pregare compunto sulle tombe di coloro che aveva dovuto abbattere».
Né sono mancati i preti collusi. O addirittura organici alla malavita. Nel 1985, a Somma vesuviana, fu ammazzato don Peppino Romano, prete e insegnante nel liceo di Ottaviano: era già stato arrestato nel 1983 perché portava in giro con la sua auto la sorella di Cutolo, Rosetta, all’epoca latitante.
IL MATRIMONIO DI RIINA. Ma ancor più mafioso è considerato don Agostino Coppola, parroco a Cinisi in Sicilia. Fu lui che il 16 aprile 1974 sposò Totò Riina latitante con Ninetta Bagarella. Con lui c’erano altri due preti: don Mario e don Rosario.
A Napoli, il cardinale Crescenzio Sepe ha da anni lanciato anatema contro i boss, le famiglie, gli affiliati: «Se non si pentono, niente battesimi, matrimoni, estrema unzione». Ma don Aniello Manganiello, prete a Secondigliano, ha affermato che «ci vuole fegato per negare i sacramenti ai boss». E che «non tutti i parroci ce la fanno a dire no, specie quelli che operano nei rioni più a rischio».
E il pensiero corre a don Luigi Merola, che è un parroco giovane e ha provato a dire no. Ma ora - viste le minacce - dice messa sorvegliato da quattro poliziotti armati.

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