Fuga Cervelli 140715153648
BASSA MAREA 15 Luglio Lug 2014 1534 15 luglio 2014

Fuga di cervelli, qualche mito da sfatare

Ci sono tanti motivi per lasciare l'Italia. Debito e disoccupazione in testa. Ma il brain drain riguarda anche Regno Unito e Germania.

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Nel 2012 la cifra totale degli italiani residenti all’estero era di 3,9 milioni.

Da tempo l’Italia è o sembra un Paese in fuga. Il 60% dei giovani potendo scapperebbero altrove, dicono vari sondaggi. Molti anche meno giovani si sentono intrappolati. Centinaia di mini interviste fatte davanti a scuole e università mostrano figli di mamma che dicono: «Vado all’estero, vado all’estero».
Come sempre, c’è il mito e c’è la realtà.
DISOCCUPAZIONE, TASSE E DEBITO. I motivi per andarci, all’estero, in parte ci sarebbero. Poco lavoro e alta disoccupazione. Forte tassazione. Un debito pubblico con pochi confronti al mondo e quindi una pesante ipoteca sul futuro e la garanzia che la pressione fiscale difficilmente diminuirà. E, ancora, una struttura produttiva vasta e con buone capacità di esportazione, ma anche deficitaria in vari settori-chiave, mai avuti o abbandonati colpevolmente, e che quindi non riesce a garantire tutte le professionalità.
E poi errori colossali, datati 50 anni, commessi da Regioni fatte male e prima del tempo per dare un osso da spolpare a privatizzazioni dell’enorme settore pubblico, che a loro volta hanno dato da mangiare a tanti «amici».
MIGRAZIONE IN AUMENTO. Ma l’Italia è un Paese da dimenticare? Qualche confronto internazionale aiuta a capire. Il «fuggi ragazzo» sta alla verità esattamente come ci sta «l’Italia è il più bel Paese del mondo». Due esagerazioni.
La disponibilità a emigrare e l’emigrazione di fatto sono aumentate negli ultimi anni, e non solo tra i giovani, anche tra 50enni che hanno perso il lavoro e pensionati che cercano una minore pressione fiscale. La cifra totale dei residenti all’estero era di 3,9 milioni al primo gennaio 2012 secondo l’Istat che ha un dato diverso da quelli non concordanti dell’anagrafe consolare e dell’Aire (Anagrafe italiani residenti all’estero). È una cifra alta ma non troppo per un Paese dal forte passato emigratorio e due grosse comunità storiche, in Europa e nelle Americhe, la prima con il 57% e l’altra con il 37% dei residenti esteri.
GERMANIA, 130 MILA FUGHE. Quasi 130 mila tedeschi hanno lasciato la Germania nel 2012, il numero più alto da una generazione, spesso per motivazioni economiche.
I tedeschi all’estero potrebbero arrivare (difficile per vari motivi avere un dato preciso) a oltre 3 milioni e un rapporto dell’Efi, la Commissione per la Ricerca e l’Innovazione presentato sei mesi fa alla cancelliera Angela Merkel, lamentava che «la Germania sta perdendo molti dei suoi migliori scienziati che preferiscono emigrare». Svizzera e Stati Uniti le mete preferite da oltre il 50% dei cittadini. Tra il 1996 e il 2011 le partenze hanno superato di 4 mila unità gli arrivi dall’estero, dice sempre il rapporto Efi, e la qualità media di chi arriva è inferiore a quella di chi parte.
I francesi all’estero sono 1,7 milioni e la Francia è un Paese da cui tradizionalmente si emigrava pochissimo avendo storicamente problemi di bassa natalità e fino a 40 anni fa tanti spazi vuoti. Gli americani all’estero sono 6,3 milioni, personale militare e diplomatico escluso, circa il 2% dei 314 milioni di residenti.
L'ESODO DAL REGNO UNITO. Di britannici ce ne sono 2,2 milioni nell’Unione europea, poco meno dei 2,4 milioni di cittadini Ue che vivono nel Regno Unito. E in totale i sudditi di sua maestà all’estero sono più del doppio degli italiani anche se con caratteristiche e storie in parte diverse (c’era il Commonwealth). Comunque gli inglesi che emigrano sono 400 al giorno, in media, dati del 2013. Risiedono stabilmente all’estero 1,3 milioni di britannici con formazione universitaria, il più alto numero fra tutti Paesi industrializzati di persone formate a spese della comunità che hanno scelto di lavorare altrove. Si tratta di una perdita secca per il Paese, ampiamente lamentata.
Gli italiani nuovi emigrati sono stati 61 mila nel 2011 (nuovi iscritti all’Aire, l’Anagrafe italiani residenti all’estero), 79 mila nel 2012 e secondo la Fondazione Migrantes salgono del 3,1% nel 2013 arrivando cioè a circa 82 mila. Rapportando i dati britannici (154 mila) e quelli italiani (82 mila) più recenti alle rispettive popolazioni, che vedono 64 milioni nel Regno Unito contro 60 in Italia, i britannici sono assai più in fuga con un rapporto quasi di 2 a 1 rispetto agli italiani.
LO SPREAD DEL TITOLO DI STUDIO. Gli italiani emigrati con un titolo universitario sono sempre molto meno degli inglesi, meno di 500 mila partendo da una stima 2010 fatta da Lorenzo Beltrame dell’Università di Trento. Sempre Beltrame, smentendo in parte titoli a sensazione e inchieste affrettate, ha sostenuto che il brain drain italiano, la «fuga dei cervelli» o comunque dei laureati è, dall’Italia, a livello medio-basso rispetto ad altri Paesi. Secondo AlmaLaurea, la centrale bolognese di analisi e studi sull’incidenza dei diplomi universitari nella vita lavorativa e sul comportamento dei laureati, i ricercatori italiani all’estero al 50% non sono interessati al rientro. Sanno benissimo infatti, si può aggiungere, che un mondo della ricerca universitaria in rapido eccessivo dimagramento (il contrappasso esagerato di una affrettata crescita 40-30 anni fa) non ha molto da offrire.
I guai peculiari italiani ci sono e ben noti, e l’enorme debito che schiaccia soprattutto i giovani li ingloba e racconta tutti.
Ma per favore non pensiamo che qui sia un disastro su tutta la linea e altrove un paradiso.

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