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TENSIONE 16 Luglio Lug 2014 1754 16 luglio 2014

Ultrà, Napoli e Roma in guerra

Le violenze continuano dopo la morte di Ciro.

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Napoli: gli striscioni esposti contro l'ultrà romanista Daniele De Santis in via Fontanelle (Rione Sanità).

A Napoli, al cimitero delle Fontanelle la scritta minacciosa offende sbiadita: «Ciro non faremo festa finché di Gastone non avremo la testa». E un’altra, più nera: «Chi è più p…., la moglie di Totti o la moglie di Daniele De Santis?».
MANICHINI ROMANISTI IMPICCATI. In periferia, non si contano i manichini impiccati con la maglia della Roma. Alcuni giacciono sui marciapiede, bruciacchiati e monchi. C’è chi passa, e li prende a calci. Le autorità, finora, hanno annunciato che le due tifoserie «non dovranno mai incrociarsi per un bel po’ di tempo».
Già, ma chi impedirà i contatti? E come? Quattordici sigle, 7 mila affiliati. A preoccupare sono soprattutto i «talebani» di Bronx e di Masseria, i due gruppi ultrà di Case Nuove e Secondigliano ufficialmente scomparsi dalla scena domenicale ma ritenuti dagli inquirenti ancora attivi nell’ombra. Arrabbiati contro gli «odiati» romanisti, in forme e sfumature diverse, appaiono anche gli altri gruppi dominanti in curva B: i Mastiffs, i Vecchi Lions, le Teste Matte, il Fossato flegreo, le Brigate Carolina. Idem per quelli che comandano in curva A: i Feddayn, i Secco Vive, gli Ultras 72.
I CONTATTI CON LA CAMORRA. Secondo gli inquirenti (e alcuni pentiti di camorra) non manca chi, in questo magma, coltiva contatti non episodici con la criminalità organizzata. Né manca chi si dice convinto che saranno presto i boss della camorra a ritenere necessario (e conveniente) sedare l’attuale clima di tensione, imponendo ai più esasperati lo stop alla faida in atto.
«L’odio, le aggressioni, le risse tra tifosi infastidiscono i boss perché intralciano il business», spiega a Lettera43.it un inquirente. «Ma se davvero la pace fra ultrà fosse imposta dai capi camorra, per noi sarebbe un grave smacco».

Napoli e la guerriglia contro gli «sporchi romani»

Nel frattempo, è «caccia aperta» al romanista. O al semplice cittadino romano. E Napoli vive la sua (ennesima) emergenza civile: prima la raffica di furti e rapine ai danni dei calciatori del Napoli e delle loro mogli, poi i funerali di Ciro monopolizzati dai riti ultrà, quindi gli striscioni fuorilegge, ora le aggressioni (vere o fasulle) ai nemici giallorossi.
LE RASSICURAZIONI DELLA DIGOS. E poco tranquillizza il fatto che per la Digos la faida «non c’entri nulla» con la coltellata al fianco destro che Rodolfo Pianigiani, 36 anni, ha detto di aver ricevuto in un bar di piazza Garibaldi la sera del 15 luglio mentre con un amico stava bevendo un caffè prima di salire sul treno che lo avrebbe riportato a Roma.
Il giovane ha prima raccontato una dinamica («Mi hanno insultato e colpito per l’accento romanesco»), poi ha cambiato versione.
LA MORTE DI CIRO E LE VIOLENZE. «No», ribadiscono alla Digos, «non c’è alcun legame tra questo episodio e gli ultrà infuriati per la perdita di Ciro Esposito, 27 anni, il giovane di Scampia morto il 25 giugno in seguito al colpo di pistola che lo aveva colpito la sera del 3 maggio, poco prima della finale di coppa Italia tra Napoli e Fiorentina allo stadio Olimpico». E poco ha a che fare con gli ultrà, spiegano ancora alla Digos, «la coltellata al gluteo inferta da sconosciuti il 7 luglio a un cuoco romano, Federico Sartucci, 25 anni, incensurato ma con un Daspo sulle spalle, in servizio da 10 giorni all’hotel Romeo a Napoli». Anche contro Sartucci, che per la paura ha abbandonato il posto di lavoro, l’aggressore avrebbe pronunciato la frase «sporco romano».
Ma, agguati a parte, è allarme rosso per la temuta «guerra».
«ABDICAZIONE DEGLI AFFETTI». Per Rocco Sesti, ex ministeriale in pensione e pendolare doc, «a imbarbarirsi, a Napoli come a Roma, non è solo la rivalità relativa al tifo calcistico. In crisi, per colpa del clima dovuto alla caccia all’uomo che impazza, appaiono le amicizie tout court, le più consolidate frequentazioni inter-familiari, gli scambi di cordialità che da sempre legano gli abitanti delle due metropoli. È un’abdicazione degli affetti: assurda, inaccettabile, da manicomio».
NEMICI DICHIARATI. Napoletani e romani, come separati in casa. Anzi, divorziati. No, di peggio: nemici dichiarati, perché così una minoranza pretende. «Proprio ora», fa notare chi non si rassegna al clima di odio, «che invece ci si ritrova più vicini, anzi vicinissimi, visto che con i treni Frecciarossa la distanza tra Napoli e Roma si è ridotta a una ridicola manciata di minuti».
Racconta Sandro M., rappresentante di commercio che abita al Vomero: «Con Amedeo siamo cresciuti insieme, è il mio amico più caro. Lui, durante gli anni dell’università, si è trasferito a Roma, dove lavora, si è sposato, ha avuto figli. Avevamo programmato che domenica prossima sarebbe venuto a pranzo a casa mia con la famiglia. Ma quelli parlano in romanesco: visto il clima, è più prudente rinviare la visita».

Genny O' studente, capo ultrà: «Reagire per noi è necessario»

Uno striscione degli ultrà del Napoli per Ciro Esposito.

Capelli ricci e lunghi. Arruffati, rossicci. Il fisico è tarchiato. Indossa i jeans. E un giubbino stretto in vita, come Fonzie in Happy days. ‘O studente avrà poco più di 20 anni. Ma si muove e parla da capo. Vanno a chiamarlo in tre su una moto, fanno il cavallo per darsi le arie. «Vieni, c’è un giornalista».
Di nome lui fa Genny, forse. Cioè, Gennaro. Genny come il figlio del boss Savastano? «Sì, quello di Gomorra la serie tivù su Sky». E il cognome? «Importa zero. Sappi che in casbah sono uno che conta assai».
«AL VIMINALE STANNO BUTTANDO A SCORDARSELA». «Nei giorni scorsi», racconta Genny a Lettera43.it, «abbiamo letto sui giornali che era imminente l’arresto dei complici di De Santis, il neofascista accusato di aver sparato a Tor di Quinto contro Ciro Esposito. Si sussurrava perfino il numero delle persone da arrestare: cinque, tutti amici di De Santis e suoi complici nell’organizzazione della trappola che è costata la vita a Ciro nostro». Invece, continua Genny, «non se ne è più saputo nulla. Nessun arresto. Al Viminale stanno buttando a scordarsela. Perciò, reagire per noi è necessario».
«Chi userà violenza, ucciderà Ciro per la seconda volta». Antonella Leardi, la mamma della giovane vittima, lo ha ripetuto ai funerali accettando perfino l’invito a recarsi presto in curva allo stadio su invito di alcuni tifosi della Roma. Niente violenza, ha invocato. E guai a chi inneggia a vendette e faida.
Eppure, per istituzioni e inquirenti resta altissimo il rischio che qualsiasi contatto tra ultrà napoletani e romani possa trasformarsi in uno scontro cruento. Prevenire? Si sta tentando, ma l’impresa appare titanica.
LE MINACCE VIA HASHTAG. «Daje Danie’, resisti», hanno urlato i romanisti in coro inneggiando a De Santis. «Quest’estate vi consigliamo di fare i bagni a Ostia o a Fregene», hanno risposto i napoletani su Twitter all’hashtag #nonfiniscecosì.
Ed è proprio in relazione alla possibilità che esponenti delle fazioni «in guerra» si incrocino in qualche luogo di villeggiatura o davanti agli autogrill lungo le autostrade per le vacanze che crescono i timori, la paura, l’allarme.
MASSIMA ALLERTA PER L'ESTATE. Polizia e carabinieri, ancor prima che abbiano inizio le partite amichevoli e di campionato, sono in stato di massimo allerta per tentare di mantenere sotto controllo i luoghi potenzialmente più a rischio. Che però sono migliaia. E incontrollabili. «E poi», racconta un poliziotto, «non è neanche scontato che a picchiarsi saranno per forza ultrà napoletani e romani».
Genny, ambiguo e minaccioso, conferma l’ipotesi: «Chi temeva disordini durante i funerali del povero Ciro non capisce nulla degli ultrà: non è nel nostro stile vendicarci a caldo. Il vero ultrà sa aspettare. E sa che la vendetta non sempre si consuma in prima persona». Che vuol dire? «Che i capi ultrà potrebbero, perché no, chiedere ad altri ultrà, cioè ai fratelli gemellati di altre città, il favore di picchiare i romanisti. Si potrebbe, anche, approfittare di partite in cui la Roma gioca ma non contro il Napoli per rifarci dei torti subìti. Un fatto è certo: se lo Stato non fa giustizia, la giustizia dovremo farcela da soli».
«MORTE SENZA INDENNIZZO». Genny lancia ipotesi. Profetizza. Chissà se c’è da credergli fino in fondo. E se davvero è un capo ultrà. Però pare ben informato: «Sapete», dice, «che, al di là delle lacrime e degli applausi, la famiglia del povero Ciro non riceverà alcun indennizzo da parte dello Stato? Mi hanno detto che in Italia, se uno non viene ammazzato da camorra, mafia o terroristi, non ha diritto ad alcun risarcimento. E poi dicono che i matti siamo noi».

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