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REPORTAGE 23 Luglio Lug 2014 0716 23 luglio 2014

Gaza, la rabbia di Nablus

Tra i ragazzi della città della Cisgiordania.

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da Nablus

Centinaia di morti in pochi giorni sono troppi per i palestinesi della Cisgiordania, che guardano con rabbia e dolore al massacro in atto nella Striscia di Gaza e ogni sera, ormai da oltre un mese, scendono in strada per protestare, scontrandosi con i soldati israeliani o con la polizia palestinese.
«IL MASSACRO DI INNOCENTI». «È un massacro di innocenti. Ti sembrano terroristi questi?», ripetono a Lettera43.it alcuni giovani di Nablus, città della Cisgiordania, scorrendo su Facebook le immagini dei bambini uccisi o menomati dalle bombe (oltre il 30% delle vittime sono minorenni e donne, secondo le Nazioni Unite), dei corpi straziati tirati fuori dalle macerie dai soccorritori che diventano a loro volta target del fuoco israeliano. Ospedali, ambulanze, scuole, moschee, sedi dei media e delle agenzie dell'Onu non sono stati risparmiati, interi quartieri sono stati distrutti.
Dall’altra parte, sul fronte israeliano, i morti sono 28: militari uccisi nei combattimenti con le Brigate al Qassam, tra cui il soldato Oron Shaul che Tel Aviv annovera tra i morti (sarebbe disperso), ma di cui Hamas domenica sera ha rivendicato la cattura, diffondendone il numero di matricola e i documenti.

«UN ALTRO SHALIT». A Nablus questa notizia ha trasformato la rabbia dei giovani contro la polizia in gioia. «Un altro Shalit», esultavano. «Almeno questo, a fronte di tutti i palestinesi uccisi sinora. Adesso potremo scambiarlo con i nostri prigionieri (circa 6 mila palestinesi sono detenuti nelle carceri israeliane)», commentavano per strada i ragazzi, giovanissimi, che partecipavano a un corteo di alcune centinaia di persone, disordinato e continuamente disperso dai lacrimogeni e dagli spari.

La cartina di Israele e dei Territori occupati: Gaza e West Bank, cioè la Cisgiordania.

La rabbia della Cisgiordania contro Abbas, l'Anp e Israele

Rabbia in Cisgiordania contro l'esercito israeliano.

Le ore del digiuno durante il mese islamico del Ramadan la gente di Nablus le ha trascorse davanti alla televisione o ai computer, indignata e frustrata per le notizie di intere famiglie scomparse sotto le macerie dei bombardamenti.
LE VEGLIE NEI TERRITORI. La sera a gruppi si ritrovano nelle piazze e nelle strade delle città e dei paesi della Cisgiordania: non solo Nablus, ma anche Hebron e Betlemme. E anche nei centri a maggioranza palestinese in Israele: Nazareth, Haifa, e nella città contesa di Gerusalemme. E proprio qui la notte del 21 luglio ci sono stati decine di arresti e di feriti tra i manifestanti che gridavano al «genocidio» di Israele e al «tradimento» dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) e del presidente Mahmoud Abbas. Lanciavano pietre, molotov e fuochi d’artificio contro i soldati israeliani, che hanno risposto con cannoni ad acqua, proiettili di gomma e gas lacrimogeni.

POLIZIA PALESTINESE CONTRO. A Nablus, invece, è stata la polizia palestinese a disperdere la manifestazione, sparando in aria proiettili veri e usando lacrimogeni per impedire ai ragazzi di raggiungere il check point di Huwara, il più grande dei quattro presenti nella città che ospita pure il più grande campo profughi della Cisgiordania: Balata (26 mila abitanti).
Huwara è il posto di blocco che i palestinesi devono attraversare, subendo perquisizioni e interrogatori e dove i manifestanti cercano di arrivare per scagliare pietre contro i blindati dell’Idf (Israelian Defence Force) che i palestinesi hanno ribattezzato Odf, Forze di Occupazione israeliane. «Dovrebbero vergognarsi. I ragazzi vogliono sfogare il loro dolore e invece li soffocano», dice Mustafa riferendosi alla polizia palestinese che sbarra la strada con la forza ai giovani, impugnando i mitra tra la folla.

I giovani palestinesi temono la «normalizzazione»

Molti palestinesi accusano Abbas di tradimento.

La rabbia monta in Cisgiordania contro i leader politici, una classe dirigente giudicata incapace e anche complice dell’occupazione israeliana. Contro gli accordi di sicurezza tra Israele e l’Anp che hanno reso la polizia palestinese il «secondo braccio armato dell’occupazione».
UN LEADER INVISIBILE. Abbas non si è fatto vedere a Gaza da quando è iniziata l’offensiva - come se non fosse il rappresentante del popolo palestinese, ha fatto notare Amira Hass dalle pagine del quotidiano israeliano Haaretz - e fa la spola tra le capitali arabe per mediare un cessate il fuoco le cui condizioni, secondo i critici, sono dettate da Tel Aviv d’intesa con il Cairo. L’asse israelo-egiziano che «pretende una resa incondizionata e non presta orecchio neanche allo storico alleato americano», è il ragionamento.

LA MORSA EGIZIANA. L’Egitto dell’ex generale Abdel Fattah al-Sisi lotta in prima linea contro Hamas, il movimento islamico che governa Gaza. Così come ha combattuto contro i suoi stretti parenti, i Fratelli musulmani, finiti a centinaia in carcere con condanne capitali dopo il golpe militare del 3 luglio del 2013, che li ha cacciati dal potere.

Questo non fa che accrescere il consenso del movimento islamico nei cuori dei palestinesi ai cui occhi i miliziani delle Brigate al Qassam, il braccio armato di Hamas, sono gli unici a difendere un popolo che vive sotto occupazione e ora, a Gaza, è sotto il fuoco israeliano per la terza volta in sei anni.
BRIGATE QASSAM, «UNICA RESISTENZA». Si è diffusa la sensazione che siano loro l’unica resistenza contro l’occupazione. Opinione condivisa anche da chi è sempre stato contrario alla commistione politico-religiosa nell’ideologia del movimento.
Il conflitto, tra l'altro, rischia di far saltare l’accordo di riconciliazione tra Fatah e Hamas siglato ad aprile, dopo il fallimento dei negoziati sponsorizzati da Washington. Ed è proprio l’unità tra i palestinesi che teme Tel Aviv, ripetono gli analisti e pure la gente comune che nella riconciliazione aveva riposto le sue speranze.

«Un popolo con un’unica voce sarebbe un ostacolo alle mire israeliane sui Territori occupati», dicono a Nablus. «Qui viviamo in regime di apartheid, in tanti bantustan», denunciano.

Il paragone con il Sudafrica della segregazione è ricorrente tra i palestinesi che temono la «normalizzazione», l’adattamento a una condizione che viola la libertà di movimento e di espressione, i diritti umani e civili.

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