Meriam Isha Ibrahim 140724190614
DIRITTI UMANI 25 Luglio Lug 2014 0529 25 luglio 2014

Meriam e le altre donne vittime della sharia

Da Asia Bibi a Sakineh.

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Perseguitata perché cristiana. Mortificata nel suo essere donna, costretta a partorire in carcere, a crescere un altro figlio dietro le sbarre.
Quella di Meriam Isha Ibrahim, la 27enne sudanese condannata a morte nel suo Paese per apostasia e poi liberata dopo mesi di prigionia, è una storia a lieto fine.
LAPIDAZIONE, LA PENA 'PREFERITA'. Per tante altre donne nell’Africa Subsahariana, in Medio Oriente e nel Sud Est asiatico le cose vanno diversamente. Apostasia e adulterio sono reati da punire con la morte, per lapidazione, in genere, con «pietre né troppo grandi da uccidere subito né troppo piccole da non far male». Una tortura in vigore in Paesi come Arabia Saudita, Emirati Arabi, Sudan, Somalia, Nigeria, Pakistan, Afghanistan, Yemen. «Fare una stima del numero di donne che subiscono violenze, che sono sottoposte a violazioni dei diritti umani è praticamente impossibile», ha detto a Lettera43.it Riccardo Noury, portavoce e responsabile comunicazione di Amnesty International Italia.
MUTILAZIONI GENITALI PER LE DONNE IRACHENE. Basti pensare che l’Onu il 24 luglio ha confermato una fatwa dell'Isis (jihadisti dello Stato islamico), che impone per tutte le irachene dagli 11 ai 46 anni mutilazioni genitali. Il numero due delle Nazioni Unite, Jacqueline Badcock, ha confermato di non avere il numero esatto delle donne bersaglio dalla fatwa, ma ha citato un'organizzazione umanitaria dell'Onu che parla di una cifra vicina ai 4 milioni.
Nel mondo, circa 140 milioni hanno subito mutilazioni genitali. «Possiamo dare indicazioni sui luoghi più pericolosi, ma il problema è che il più delle volte si tratta della giustizia parastatale applicata da gruppi come i talebani, Boko Haram o Isis: ogni tanto salta fuori un caso che supera i confini del Paese, ma molti rimangono lontani dalle pagine di cronaca», continua Noury.
MERIAM SALVATA DALLE PRESSIONI INTERNAZIONALI. A Meriam è andata bene, alla fine. Arrivata a Roma il 24 luglio, ha incontrato Papa Francesco insieme alla sua famiglia. La sua storia ha avuto una forte eco internazionale ed è proprio questa pressione che ha contribuito a salvarla: il 15 maggio era stata condannata a morte per impiccagione, nonostante fosse già madre di un bambino e all’epoca incinta di otto mesi. Ma non basta. I giudici avevano stabilito che la donna dovesse subire 100 frustate per aver commesso adulterio, visto che il suo matrimonio con un uomo cristiano non è riconosciuto valido in base alla sharia, il diritto islamico.

Sakineh Mohammadi Ashtiani, 43enne iraniana condannata nel 2006 alla lapidazione. © Getty

Asia Bibi: picchiata, violentata e condannata a morte

Del reato penale di apostasia è accusata anche la 37enne pachistana Asia Bibi, cristiana: ebbe una discussione con alcune donne sulla religione e fu accusata di avere offeso Maometto. Asia fu picchiata, chiusa in uno stanzino, stuprata e condannata a morte: è ancora detenuta in carcere, nonostante gli appelli da tutto il mondo, ed è costantemente minacciata dai talebani.
Perseguitate per la religione, condannate a dolori e umiliazioni che solo a una donna vengono inflitte. Qualche anno fa l’Italia, come oggi per Meriam, si mobilitò per Sakineh Mohammadi Ashtiani, la 43enne iraniana che nel 2006 era stata condannata alla lapidazione per adulterio e per il presunto coinvolgimento nell’uccisione del marito.
PER SAKINEH 'SOLO' 99 FRUSTATE. In ogni caso ancora prima che iniziasse il processo che l’ha resa famosa era stata frustata 99 volte, sempre con l’accusa di aver tradito il coniuge scomparso. Il governo italiano, come il resto del mondo occidentale, si schierò in prima linea per salvare Sakineh i cui tormenti sono andati avanti a lungo: solo a marzo del 2014 le è stata concessa l’amnistia.
Una storia simile a quella di Razieh Ebrahimi, anche lei iraniana, condannata a morte per l’omicidio del marito: dopo averlo ucciso lo aveva sepolto in giardino, denunciandone la scomparsa. A rendere la sua storia ancora peggiore è l’età: obbligata dal padre a sposarsi a 15 anni, a 21 ha deciso di porre fine alla vita dell’uomo che la massacrava di botte.
MALALA E LA BATTAGLIA PER L'ISTRUZIONE. Nel mondo della sharia una donna non può nemmeno studiare. Ci sono Paesi in cui la disparità nella formazione tra ragazzi e ragazze è ancora sancita per legge. È la situazione contro cui si è ribellata nel 2010 Malala Yousafzai, studentessa pachistana: un editto dei talebani aveva negato il diritto all’istruzione alle donne della città di Mingora, dov’è nata, nella valle dello Swat. Niente scuola, e niente diritti civili. Ma lei ha continuato ad andare in classe ogni giorno e, a 13 anni, ha inaugurato un blog per la Bbc in cui raccontava la realtà quotidiana nel regime dei talebani pachistani e la loro occupazione militare del distretto dello Swat. Due anni dopo, il 9 ottobre 2012 è stata gravemente ferita alla testa e al collo da uomini armati saliti a bordo del pullman su cui stava tornando a casa da scuola: un intervento chirurgico le ha salvato la vita, permettendo alla sua voce di continuare a risuonare. E la sua battaglia le è valsa la candidatura al Premio Nobel per la Pace 2013, rendendola la più giovane mai in lizza.

Malala Yousafzai è stata candidata al Nobel per la Pace 2013. © Getty

Iran: prima lo stupro, poi l'esecuzione

Un reato può essere accompagnato da pene ancora più feroci della morte. In Iran, così come previsto dalla legge islamica, una ragazza vergine non può salire al patibolo. Per questo, la notte prima dell’esecuzione, viene costretta a sposare una delle sue guardie e a consumare il matrimonio. Uno stupro vero e proprio. «La maggior parte aveva più paura della `notte matrimoniale´ che dell’esecuzione che l'attendeva la mattina dopo», raccontò in un’intervista al Jerusalem Post un membro delle milizie paramilitari Basiji di stanza a Teheran. «Poiché facevano sempre resistenza, dovevamo mettere un sonnifero nel loro cibo. La mattina dopo le ragazze avevano uno sguardo vuoto, come se fossero pronte o volessero morire».
MALDIVE, 180 CONDANNE IN UN ANNO. «Il problema non sono solo i codici penali ispirati alla sharia, ma anche i sistemi di giustizia non statali o parastatali che agiscono autonomamente e in maniera “comunitaria”, dove lo Stato pecca di omissione», spiega ancora Noury, «oltre a una preoccupante islamizzazione di alcuni codici come quello delle Maldive, dove l’adulterio è ancora punito con le frustate: nel 2009 ci sono state 180 condanne, per fortuna la maggior parte poi non eseguite».
ANCHE IL BRUNEI SI ISPIRA ALLA SHARIA. Nel regno delle vacanze e delle spiagge da cartolina, nel febbraio 2013 una ragazza di 15 anni è stata condannata a 100 frustate e a otto mesi di domiciliari perché avrebbe raccontato agli investigatori di avere avuto anche una relazione sessuale con un altro uomo. L’adolescente era stata violentata per anni dal suo patrigno, che l’aveva messa incinta: il bambino appena nato era stato ucciso dai genitori (poi arrestati) e sepolto in giardino. Ma un simile orrore non la aveva messa al riparo dall’inflessibile legge islamica.
«Anche in Brunei, dove il 72% della popolazione è musulmana, è stato adottato lo scorso 22 aprile un codice ispirato alla sharia», conclude l’esponente di Amnesty. «Sono previste la fustigazione per l’aborto, la lapidazione per l'adulterio e l'apostasia».

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