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VADEMECUM 27 Luglio Lug 2014 0758 27 luglio 2014

Israele-Palestina, la guerra in otto punti

La guida alla Questione palestinese.

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Perché israeliani e palestinesi combattono? Com'è iniziato il conflitto che li vede opposti? E come potrebbe concludersi?
Tutte domande alla base delle tensioni riaffiorate prepotentemente tra Israele e Hamas.
E a cui Max Fisher di Vox.com ha cercato di dare una risposta. Basilare sì, ma utile per comprendere le origini - e le possibili evoluzioni - della cosiddetta Questione palestinese.

Una zona distrutta di Gaza dopo gli attacchi di Israele.

1. Cosa sono Israele e la Palestina?

Israele è uno Stato ebraico situato in Medio oriente. La Palestina è costituita da due territori non indipendenti, i cui abitanti sono di etnia araba e in prevalenza musulmani: la West Bank, il cui nome deriva dal fatto che sorge sulla costa occidentale del fiume Giordano, e Gaza.
FRONTIERE MAI DEFINITE. Ufficialmente non esiste un confine riconosciuto a livello internazionale tra Israele e Palestina.
Le frontiere sono oggetto di contenziosi, come anche lo status della Palestina: alcuni governi la considerano Paese indipendente, altri (tra cui Usa, Germania e Regno Unito) un insieme di territori sotto l'occupazione israeliana.

2. Perché israeliani e palestinesi combattono?

La motivazione principale del conflitto non è, a dispetto di quanto molti credono, di carattere religioso.
La disputa riguarda, in primis, chi ha diritto a quali territori e come questi devono essere amministrati.
IN MANO AGLI ESTREMISTI. Il tentativo, lungo decenni, di risolvere questo problema ne ha creato un altro: la gestione della coesistenza tra israeliani e palestinesi, che è sfociata da un lato nell'occupazione militare e dall'altro nell'azione terroristica di alcuni gruppi armati.
Il sovrapporsi di queste due dimensioni ha aumentato le frizioni e favorito la nascita di fazioni estremiste, che rifiutano ogni compromesso e mirano alla distruzione dell'altro. Una deriva che ha fatto deragliare il processo di pace.

3. Com'è iniziato il conflitto?

Il conflitto affonda le proprie radici nei primi anni del Novecento, quando l'area in questione (abitata principalmente da arabi e musulmani) faceva parte dell'Impero ottomano.
Alla fine della Prima guerra mondiale, la Società delle Nazioni trasferì la Palestina sotto il controllo dell'Impero britannico, il quale si fece promotore della costituzione di un 'focolare nazionale' nella regione, favorendo lo stanziamento di migliaia di ebrei, principalmente europei. Le ondate migratorie furono alimentate dal cosiddetto movimento sionista, che prometteva la fondazione di uno Stato ebraico in patria. Sul finire degli Anni 30, visti i crescenti scontri, l'amministrazione britannica cercò di limitare gli sbarchi, ma l'avvento del Nazismo rese lo sforzo inutile.
NEL 1947 IL PRIMO TENTATIVO DI SPARTIZIONE. Nel 1947 l'Onu approvò un piano per dividere l'area tra Palestina e Israele, mettendo Gerusalemme, città sacra per entrambi i popoli, «sotto regime speciale internazionale».
Un anno più tardi i palestinesi si ribellarono, per cercare di mantenere il proprio Stato unito, ma furono sconfitti. Israele, tuttavia, si spinse ben oltre i confini imposti dall'Onu e conquistò la metà occidentale di Gerusalemme. Intere comunità di palestinesi vennero cacciate: 700 mila furono in tutto i rifugiati, i cui antenati oggi ammontano a 7 milioni. La guerra del 48 si concluse con l'occupazione militare da parte di Israele di tutti i territori un tempo noti come Palestina, tranne Gaza e West Bank.

4. Perché Israele occupa Gaza e West Bank?

L'occupazione di Gaza e West Bank da parte di Israele iniziò nel 1967 e fu il risultato della Guerra dei sei giorni, scoppiata tra Tel Aviv e i 'vicini' arabi (Egitto, Siria, Iraq, Giordania).
Fino ad allora Gaza era controllata dal Cairo, la West Bank da Amman. Israele vinse e strappò anche le alture del Golan alla Siria (annesse nel 1981) e la penisola del Sinai all'Egitto ('restituita' nel 1982).
Ufficialmente Tel Aviv ha ritirato truppe e coloni dalla Striscia nel 2005, ma mantiene sul territorio un embargo totale che l'ha trasformato in una sorta di «prigione a cielo aperto»: nessuno entra, nessuno esce.
500 MILA COLONI NEI TERRITORI OCCUPATI. C'è poi la questione dei coloni israeliani (500 mila secondo le ultime stime) che abitano la West Bank, in violazione della legge internazionale che proibisce alle forze occupanti di muovere i propri cittadini nelle aree invase.
La loro presenza rende la vita dei palestinesi ancora più complicata, dato che il governo di Tel Aviv si trova 'costretto' a incrementare le misure di sicurezza sul territorio. In ottica futura, e in un eventuale accordo di pace, Israele potrebbe rivendicare le zone abitate dai coloni.

5. Quali sono le ragioni del conflitto odierno?

Quello scoppiato a luglio 2014 è solo l'ultimo conflitto in 27 anni tra Israele e Hamas (leggi le vicende del 2015), organizzazione politica e paramilitare palestinese creata nel 1987, che ha come obiettivo la distruzione dello Stato ebraico e la cui attività è considerata dai Paesi occidentali «terroristica» per via degli attacchi contro i civili.
Hamas, che da otto anni governa a Gaza, è stata ripetutamente oggetto di raid aerei da parte delle forze israeliane, le quali nel 2006 e nel 2009 hanno dato il la anche a operazioni via terra.
L'OMICIDIO DI TRE GIOVANI ISRAELIANI HA SCATENATO L'OCCUPAZIONE. Lo stesso è accaduto il 18 luglio 2014: la causa scatenante di questa ultima invasione è stata, secondo le motivazioni ufficiali fornite da Tel Aviv, l'uccisione da parte di Hamas di tre giovani israeliani, avvenuta il 10 giugno.
Anche se i membri dell'organizzazione hanno agito indipendentemente, i vertici hanno pubblicamente elogiato il triplice assassinio. È iniziata così un'escalation di violenze, da una parte e dall'altra, che è costata la vita - al 22 luglio - a 605 palestinesi (circa il 70% sono civili) e 27 militari israeliani. L'obiettivo dell'operazione via terra di Tel Aviv è la chiusura dei tunnel che consentono ai membri di Hamas di entrare e uscire da Gaza e rifornirsi, tra le altre cose, di armi.


6. Perché le violenze continuano?

La dedizione di Hamas al terrorismo e quella di Israele alla distruzione imprigiona Gaza in un conflitto che si ripercuote innanzitutto sui civili palestinesi. Sia in termini di morti, sia in termini di condizioni di vita, con l'embargo che strangola l'economia della Striscia e crea terreno fertile per gli estremisti.
MOLTI PALESTINESI SCELGONO LA LINEA DURA. Diversa la situazione nella West Bank dove i leader palestinesi sono più inclini alla negoziazione e al compromesso.
Una politica che ha portato a uno stato di occupazione continua e che spiega come tanti palestinesi possano considerare preferibile la strada della «resistenza» in atto a Gaza.

7. Come può terminare il conflitto?

Le strade possibili sono tre, di cui una sola è pacifica, benché estremamente difficile da perseguire.
La soluzione dello Stato unico prevede la cancellazione dei confini interni e la creazione di un Paese pluralista in cui convivano israeliani e palestinesi. Un'ipotesi complicata, innanzitutto per una questione demografica: la popolazione araba sarebbe nettamente superiore, in termini numerici, a quella ebraica e, visti i trascorsi storici, farebbe di tutto per affermare la propria identità.
DUE STATI GARANTIREBBERO LA PACE. Gli israeliani da parte loro non accetterebbero mai di essere messi in minoranza e perdere quanto ottenuto, giustamente o meno, negli ultimi decenni.
La seconda 'soluzione', sostenuta dalle fazioni più estremiste (tra cui Hamas e le frange di destra dei coloni israeliani), sarebbe la distruzione di una delle due parti in causa.
La terza, l'unica in grado di garantire la pace, consiste nella creazione di due Stati: uno palestinese e uno israeliano, ma le tensioni che caratterizzano il conflitto rendono un accordo estremamente complicato.

L'esercito israeliano durante l'offensiva su Gaza.

8. Perché è così difficile siglare la pace?

Quattro sono i fattori che rendono così difficile arrivare alla soluzione dei due Stati.
In primis, Gerusalemme: entrambe le parti considerano la città la loro capitale. E la disposizione stessa dei luoghi sacri, ebraici e musulmani, fanno sì che una divisione della cosiddetta Old City scontenterebbe sia israeliani sia palestinesi.
C'è poi da considerare la questione della West Bank, sui cui confini non esiste un accordo preciso. Potrebbero essere utilizzati quelli definiti in occasione dell'armistizio del 1948, ma la presenza delle colonie israeliane (in espansione continua) all'interno del territorio complica la faccenda.
TEL AVIV TEME UNA PALESTINA INDIPENDENTE. Capitolo rifugiati: come detto, attualmente, sono 7 milioni circa. La Palestina chiede che sia concesso loro di tornare nella terra che fu dei padri, nell'attuale Israele, e godere di pieni diritti. Tel Aviv si oppone perché, nel caso in cui questo accadesse, la popolazione ebraica sarebbe in netta minoranza.
Ultimo, ma non per importanza, il tema della sicurezza. La Palestina altro non chiede che la costituzione di uno Stato sovrano, mentre per la controparte le cose sono un po' più complesse.
Israele teme che una Palestina indipendente possa trasformarsi in un Paese ostile e allearsi con i vicini arabi del Medio Oriente. A preoccupare Tel Aviv è anche il potere che Hamas potrebbe conquistare nella West Bank, sulla scia di quanto fatto a Gaza.

  • Una sintesi sulla nascita dello Stato di Israele e quello palestinese.

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