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CONSIGLI 29 Luglio Lug 2014 0627 29 luglio 2014

Lavorare all'estero, rimedi contro lo choc

Una guida per la «fuga» intelligente.

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Sarà la precarietà a vita. Sarà la crisi che non finisce. L'idea, forse, di una nazione condannata al declino. O semplicemente la constatazione banale che ormai nel curriculum bisogna avere un'esperienza internazionale. Sarà, ma gli italiani che decidono di andare all'estero per vivere o lavorare, per sempre o per un periodo della vita, aumentano in modo esponenziale.
Nel 2013, stando ai dati dell'Aire, l'elenco dei residenti all'estero del ministero dell'Interno, il loro numero è cresciuto del 19,2% sull'anno precedente: 94.126 connazionali hanno lasciato il suolo conosciuto per l'altrove.
ATTENTI AI FALSI MITI. A leggere le cronache, del resto, sembra esserci da una parte la palude di casa, dall'altra l'orizzonte speranzoso dell'estero. E, visti e raccontati da qui, l'East End di Londra o il Mitte di Berlino appaiono solo come isole felici capaci di cancellare tutti i nostri problemi.
L'esperienza dell'espatrio, invece, può essere complessa. Ed è sempre uno choc culturale. Non solo si è costretti a lasciare familiari e amici, ma anche ad accettare altri valori e codici di comportamento e comunicazione. Senza contare che il nuovo luogo di lavoro - sia università, piccola impresa o multinazionale - ha regole non scritte differenti da quelle patrie.
Bisognerebbe ricordarlo quando accogliamo gli stranieri in Italia, come quando prepariamo le valigie per partire. Avere consapevolezza della differenza culturale, infatti, aiuta a limitare lo stress.
Con l'aiuto di Vivere all'estero di Francesca Prandstraller, docente di Organizzazione aziendale e risorse umane alla Università Bocconi di Milano, abbiamo provato a stilare cinque consigli per un espatrio senza falsi miti.

1. Espatriare è uno choc culturale

La prima cosa di cui bisogna essere consapevoli è che trasferirsi in un altro Paese è fonte di stress. Il processo dello choc culturale è una curva a U. Si inizia con un periodo di inconsapevolezza, nel quale l'espatrio sembra irreale, si passa a una prima fase considerata di luna di miele, in cui la novità viene vista solo positivamente e si arriva poi all'intolleranza verso molte delle caratteristiche del Paese d'adozione.
L'INTEGRAZIONE DOPO LA CRISI. Solo dopo aver toccato il fondo, si può risalire e nella maggioranza dei casi la vera integrazione inizia proprio dopo la crisi, quando si inizia ad accogliere il nuovo sistema di valori e a costruirsi una propria quotidianità.
Al punto che molti espatriati al ritorno nel Paese d'origine dopo un lungo periodo all'estero subiscono uno choc uguale e contrario.

2. Ogni Paese ha una mappa culturale nascosta

Le società si dividono per comportamenti, norme sociali e valori di fondo. E le dimensioni della differenza culturale sono più profonde dei pregiudizi che conosciamo superficialmente. I tedeschi sono organizzati ed efficienti. Ma che rapporto hanno con la gerarchia, la distribuzione del potere, la trasparenza? Danno più importanza al successo o alla qualità della vita? O, ancora, preferiscono la comunicazione diretta o quella implicita? Sono orientati al risultato e quindi ragionano sul breve periodo o sul lungo? Sembrano dettagli e invece si riflettono nella realtà di tutti i giorni. E nel modo in cui guardiamo gli altri.
Sociologi e antropologi hanno provato a spiegare la differenza culturale con diversi schemi, da quello elaborato dall'olandese Geert Hofstede negli Anni 80 studiando il comportamento di 100 mila dipendenti dell'Ibm in 70 diversi Paesi al più recente progetto Globe che ha analizzato come viene concepita la leadership e quindi quali valori funzionano nel mondo del lavoro.

3. L'Italia Paese che sul lavoro premia individualismo e competizione

Conoscere le differenze culturali tra il proprio Paese d'orgine e quello di arrivo è molto utile. Soprattutto sul posto di lavoro dove le diverse concezioni del tempo, della comunicazione, dei ruoli e della distribuzione del potere, del merito hanno un impatto sulla nostra quotidianità.
In Giappone per esempio chi ragiona secondo lo schema occidentale della responsabilità individuale rischia di avere problemi con capi e colleghi. O chi pensa che le riunioni in Cina servano a discutere e vagliare ipotesi si sbaglia: servono piuttosto a ratificare decisioni già prese.
LA MAPPA DEI MODELLI CULTURALI. Ci sono Paesi in cui vengono premiate le persone più attive e orientate al risultato, in altri quelle che non creano conflitti. E non sempre è facile capirlo a prima vista. Anzi. La mappatura di un modello culturale può riservare sorprese.
Potrebbe stupire sapere che l'Italia che emerge dallo schema di Geert Hofstede è una nazione molto individualista e maschilista (in cui si premia la ricerca di successo individuale e l'aggressività sul posto di lavoro), con un livello di distribuzione del potere a metà tra i due estremi della scala globale, che si attacca a regole rigide per evitare l'incertezza ma è contemporaneamente pragmatica. E che però sbatte in faccia a chi sbaglia i propri errori in maniera diretta.

4. Anche nell'espatrio c'è la partenza intelligente

Espatriare in maniera intelligente significa quindi prepararsi. Da una parte è meglio informarsi prima su tutte le questioni pratiche. Non solo sul nuovo lavoro o sulla nuova città, ma anche sul sistema fiscale del Paese ospitante, sui trattati in vigore con l'Italia per evitare la doppia tassazione, sul mercato immobiliare, sul sistema sanitario e le eventuali polizze integrative o su quello scolastico se si hanno figli.
DAL CHECK UP MEDICO ALL'INVENTARIO. Organizzare al meglio la partenza, dall'inventariare cosa si porta a fare un check up medico, serve a diminuire lo stress dell'espatrio. Se poi si hanno ben presenti le differenze culturali del Paese in cui si arriva, si possono individuare subito gli ostacoli contro i quali potremmo scontrarci. Il miglior modo per affrontare lo choc culturale è approfittare consapevolmente della prima fase di luna di miele, quella in cui si scoprono le novità per creare un network più o meno solido di riferimenti sul posto.

5. Senza lavoro, in coppia o con bambini: bisogna gestire le situazioni a rischio

Sapere che espatriare può spesso voler dire affrontare uno choc è utile soprattutto per chi affronta già situazioni complesse dal punto di vista degli equilibri personali. Per esempio chi parte alla ricerca di un lavoro, potrebbe vivere un momento di difficoltà economica destinato a sommarsi alle altre grane.
LO STRESS DEL PARTNER. Molti poi partono in coppia: magari inseguendo il lavoro dell'uno e non dell'altro. Con il rischio che il partner al seguito viva l'esperienza con uno stress maggiore. Anche qui è importante che gli ostacoli vengano esplicitati fin dall'inizio.
Le famiglie con figli dovrebbero cercare di far elaborare il distacco ai bambini: un buon modo è quello di celebrare e festeggiare nel giusto modo la partenza dal Paese d'origine e l'arrivo nel nuovo, creando una sorta di rito di passaggio, utile per tutti a vivere meglio la «fuga». E a non considerarla tale.

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