FOCUS 29 Luglio Lug 2014 0551 29 luglio 2014

Libia, la crisi riesplode: una guida per capire

Il clima da tutti contro tutti. Il governo senza potere. La crisi del petrolio. E l'impegno dell'Italia. Il conflitto ai raggi X.

  • ...

Le colonne di fumo si alzano nel cielo di Tripoli. Nella capitale della Libia un deposito di petrolio è stato colpito da un razzo e un altro serbatoio di benzina è finito sotto il fuoco contrapposto delle milizie e rischia di saltare in aria. L'aeroporto, porta di ingresso tra Africa ed Europa, è diventato l'epicentro di una guerra per il potere combattuta con carri armati e mitragliatrici. Mentre tutto attorno la città è fantasma, abbandonata dai diplomatici e invasa da bande paramilitari.
L'ILLUSIONE DEL VOTO. Solo a metà luglio le trombe della diplomazia internazionale avevano suonato a festa: i risultati delle elezioni avevano dato in vantaggio la coalizione dei liberali contro gli islamisti nel voto che avrebbe dovuto sancire il tentativo di stabilizzare il Paese, dopo un anno di conflitto più o meno strisciante che aveva lacerato la nazione tra Est e Ovest per il controllo del petrolio e delle infrastrutture strategiche.
E invece il voto ha funzionato come una miccia: la Libia, con i suoi tanti pozzi e la sua falsa guerra lampo, è tornata a bruciare.

1. Gli schieramenti: Zintan contro Misurata

Nel far west libico è difficile anche raccontare i fronti che si contrappongono. Dal 2011, anno della caduta di Muammar Gheddafi, l'aeroporto di Tripoli è in mano alla brigata di Zintan, città a 170 chilometri a Sud Ovest della capitale da dove arrivano le milizie che hanno detenuto il figlio dell'ex dittatore Saif al Islam. Il piccolo esercito comprende in realtà 23 diverse sigle, tra cui le potenti milizie Qaqaa e Sawaiq, al soldo del ministero della Difesa. E controlla diversi mezzi di comunicazione tra cui il canale satellitare al Watan.
La brigata ha stretto un'alleanza con il Libya national army (Lna), gruppo paramilitare dell'ex generale Khalifa Haftar, ex fedelissimo di Gheddafi, che sta mettendo a ferro e fuoco Bengasi, con l'intento dichiarato di eliminare i gruppi salafiti estremisti. Le milizie di Zintan sue alleate sarebbero infatti al sostegno dei partiti più laici, liberali e filo-occidentali, usciti vittoriosi dal voto di fine giugno.
L'IPOTESI DI UN NUOVO GOLPE. Sui suoi veri obiettivi, però, le versioni discordano. Haftar fu ripudiato da Gheddafi dopo la sanguinosa guerra di Libia contro il Ciad e trovò riparo negli Usa per quasi 20 anni. Si dice che abbia lavorato per la Cia e che sia pronto a fare della Libia ciò che al Sisi ha fatto dell'Egitto. Ovvero accompagnare il Paese uscito dalla rivolta verso una nuova, morbida, dittatura militare.
A febbraio aveva annunciato un golpe. E da Bengasi è riuscito a spostare il conflitto a Tripoli, impaurendo il governo nato dalla rivoluzione. Che per tutta reazione si è messo nelle mani delle milizie di Misurata, tra le più potenti del Paese.
LA BRIGATA CHE UCCISE GHEDDAFI. La brigata che ha liberato la città a 200 chilometri da Tripoli è infatti la stessa che ha ucciso il raìs: praticamente la custode della rivoluzione. Oggi conta 40 mila membri e 800 carri armati. Al suo fianco ci sarebbero anche gli ex ribelli della Camera dei rivoluzionari di Libia, assoldati dal ministero dell'Interno e protagonisti di un tentato golpe contro lo stesso ministro, ma sempre legati all'esecutivo.
Niente di cui stupirsi: i governi che si sono succeduti negli ultimi tre anni hanno foraggiato gruppi paramilitari per garantirsi la protezione, rimasta poi sulla carta. E hanno abbandonato la nazione nelle mani di avventurieri senza controllo, dando vita anche a una guerra di propaganda in cui è diffiicile discernere le parti in lotta e la posta in gioco. Ancora il 26 luglio l'agenzia egiziana Mena spiegava che a Bengasi le forze del generale Haftar stavano affrontando i terroristi di Ansar Al Sharia, organizzazione qaedista all'opera anche in Siria.

La mappa dei principali gruppi paramilitari attivi in Libia (Ansa centimetri).

2. Le elezioni: la vittoria dei liberali svuotata dall'affluenza

Il 25 giugno 2014, dopo rinvii e molta attesa, i cittadini libici sono andati alle urne per il rinnovo del parlamento. La nuova assemblea è destinata a sostituire il Congresso generale, mentre ancora non è stata scritta la nuova Carta costituente. Il voto ha registrato una bassa affluenza, e scontri e attentati in cui sono morte almeno 70 persone e anche il brutale omicidio dell'attivista per i diritti umani, Salwa Bughaghisi. Duemila candidati si sono disputati i 200 posti della nuova assemblea. Mentre sono stati 1,5 milioni i cittadini che si sono registrati al voto, contro i 2,8 milioni della prima elezione del 2012.
L'INCOGNITA INDIPENDENTI. Il 17 luglio sono stati resi pubblici i risultati parziali della consultazione, cioè quelli dei candidati incardinati all'interno dei partiti. L'Alleanza delle forze nazionali (Afn), la coalizione liberale dell'ex primo ministro Mahmoud Djibril, ha ottenuto il maggior numero di consensi, superando il Partito della giustizia e della ricostruzione (Pjr), raggruppamento espressione della Fratellanza musulmana.
Tuttavia devono essere ancora chiarite le affiliazioni dei 120 indipendenti, eletti con il sistema uninominale. Per non parlare dei numerosi ricorsi presentati alla commissione elettorale.
PARLAMENTO SENZA SEDE. La Libia, nel frattempo, resta acefala e il nuovo parlamento non ha un posto dove operare in sicurezza: «Il governo è molto fragile, il Congresso deve passare la mano ai nuovi eletti e non si capisce bene dove si riunirà», ha spiegato il 28 luglio l'ambasciatore italiano in Libia, Giuseppe Buccino. Nell'attesa degli sviluppi, ha riportato il Libya Herald, la nuova assemblea si è riunita a Tripoli. Il passaggio di poteri dal Congresso nazionale uscente è previsto per il 4 agosto a Bengasi. Secondo le Nazioni Unite le elezioni dovevano essere «un passo importante nella transizione della Libia verso un governo stabile e democratico». Ma in realtà i risultati del voto hanno innescato l'inasprirsi del conflitto e ora, senza cessate il fuoco, il processo politico resta sospeso.

La mappa dei principali giacimenti e pipeline di petrolio (in verde) e di gas (in rosso). In nero le raffinerie e i terminal per l'esportazione delle materie prime.

3. Il petrolio: l'export di Tripoli in pesante calo

Di una cosa avrebbe bisogno il governo libico: aumentare l'export di petrolio, cioè la principale fonte della ricchezza nazionale. Prima della guerra del 2011, la Libia rappresentava il 2,6% della produzione mondiale di greggio, pari a 1 milione e 600 mila barili al giorno. Nel 2014, tanto per dare un'idea, l'assemblea parlamentare non è riuscita a chiudere il bilancio dello Stato: l'export di greggio era calato a circa 200 mila barili al giorno rispetto al milione e 400 mila registrati prima dell'estate del 2013.
Allora il Paese sembrava viaggiare faticosamente verso la normalizzazione. Poi le milizie rivoluzionarie, islamiste e non, hanno iniziato le occupazioni dei giacimenti e degli impianti di estrazione, deposito e trasporto. Soprattutto nell'Est del Paese. Oggi, sola notizia positiva, le esportazioni arrivano a 500 mila barili al giorno. Ma quanto può durare la timidissima ripresa?
RISCHIO CATASTROFE AMBIENTALE. A Tripoli si rischia persino la catastrofe ambientale. Nella notte tra il 27 e il 28 luglio un razzo ha colpito e incendiato un deposito di 6 milioni di litri di carburante nel Sud della città. Ancora il 28 luglio le autorità hanno invitato a lasciare la zona per paura di un'esplosione di «grande ampiezza» e il governo ha chiesto alla comunità internazionale di fornire aerei per far fronte all'emergenza.
Intanto la compagnia petrolifera italiana, Eni, ha fatto sapere che le sue operazioni sul posto «proseguono regolarmente».
La vita dei cittadini libici no. Negli ultimi due mesi, gruppi armati hanno rapinato le banche della capitale lasciandole a corto di liquidità. L'erogazione di acqua e luce subisce frequenti interruzioni. E per gli abitanti della città c'è penuria di carburante: per avere la benzina bisogna impilarsi in lunghe code ai pochi distributori che non hanno chiuso per motivi di sicurezza.

Un barcone di migranti al largo delle coste di Tripoli (Gettyimages).

4. L'impegno dell'Italia: sette milioni di euro per la missione Eubam

L'ambasciata americana, che ha sede lungo la strada per l'aeroporto, ha ritirato il personale diplomatico di stanza a Tripoli il 26 luglio. E i principali Paesi europei, Francia, Gran Bretagna, Germania, Spagna, Olanda, Belgio e anche la Turchia, l'hanno seguita. La Farnesina ha organizzato il trasferimento di oltre 100 italiani decisi a lasciare la Libia. Ma sul posto resta l'ambasciatore italiano Buccino, unico diplomatico occidentale in loco, e il personale militare. Con il voto per il prolungamento delle missioni all'estero, infatti, ai primi di luglio il parlamento italiano ha approvato anche l'estensione dell'impegno in Libia.
ROMA ADDESTRA LA GUARDIA COSTIERA. Roma partecipa alla missione dell'Ue Eubam, una iniziativa civile della politica di sicurezza comunitaria nata nel 2013 con l'obiettivo di aiutare le autorità libiche nel controllo delle frontiere, sotto il coordinamento dell'agenzia Frontex. Il direttore generale dell'operazione è un finlandese, Antti Juhani Hartikainen, e l'ultima attività di cui si ha riscontro sul sito di Eubam è un seminario sul traffico internazionale di droga avvenuto il 23 giugno scorso.
L'Italia è impegnata anche nell'addestramento diretto del nuovo esercito locale: per Eubam e per le operazioni militari il nostro Paese ha stanziato cinque milioni e 228 mila euro circa. Un altro milione e 672.971 euro invece è destinato all'impegno della guardia di finanza che si occupa della manutenzione delle navi prestate da Roma a Tripoli per l'addestramento della guardia costiera.
SALTANO GLI ACCORDI SUI MIGRANTI. Perché tutto questo sforzo? Ovviamente per fermare i barconi di migranti pronti a salpare dalle coste nordafricane alla ricerca di fortuna. «C'è chi insiste a chiedere che gli immigrati vadano fermati prima della partenza, mandando aiuti. Ma, senza un interlocutore stabile in Libia, questa possibilità era nulla. Ora si aprono spiragli», aveva detto il ministro della Difesa Roberta Pinotti a inizio mese.
La storia però sembra aver preso tutt'altra piega. E la diplomazia e gli accordi di cooperazione militare potrebbero lasciare il posto a ben altri piani. A fine giugno alla base americana di Sigonella era stata rilevata la presenza di droni americani, Predator e Global Hawk, pronti a partire nell'eventualità di una nuova crisi. Che puntuale è arrivata.

Correlati

Potresti esserti perso