Ogbonna Valeri 140729174553
INTERVISTA 29 Luglio Lug 2014 1709 29 luglio 2014

Tavecchio, Valeri: «Il calcio italiano è razzista»

Il sociologo sull'atteggiamento nostaglico del nostro pallone.

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Per lui, la gaffe di Carlo Tavecchio sui calciatori «mangia-banane» è il frutto di una «diffusa mentalità nazionalista che pervade la dirigenza del calcio e punta a esaltare la cosiddetta italianità penalizzando i giovani calciatori stranieri o di seconda generazione fino a costringerli a praticare altri sport, come l’atletica leggera, in cui le discriminazioni sono state azzerate da tempo».
PALLONE, «CULTURA RETRÒ». L’emblema della «cultura retrò che pervade il gotha italico del pallone», spiega a Lettera43.it Mauro Valeri, sociologo, responsabile dell’Osservatorio su razzismo e antirazzismo nel calcio e autore di molti libri sull’argomento (tra cui Ladri di sport, Che razza di tifo, Campioni d’Italia?), «è l’apoteosi del fascismo: l’enorme affresco, 13 metri per 12, che troneggia sulla parete principale della sala d’onore nella sede del Coni. Raffigura Benito Mussolini sul podio, osannato dalla folla e dai bellicosi Arditi in un tripudio di bandiere nere».

Mauro Valeri.

DOMANDA. Il calcio italiano è razzista?
RISPOSTA. Paghiamo il prezzo di gravi dimenticanze.
D. Per esempio?
R. La nostra Costituzione non parla di sport, non lo ritiene un diritto da tutelare come invece accade in Spagna, in Turchia e altrove.
D. Perché, secondo lei?
R. Pesa il fastidio per l’uso propagandistico che dello sport fece il fascismo durante il Ventennio.
D. Cioè?
R. Faccio un esempio: fino al 1999 il Coni ha mantenuto in vita lo statuto elaborato nel periodo delle leggi razziali che affida allo sport il compito «di favorire la diffusione morale della razza».
D. È stato cambiato, per fortuna.
R. Sì, ma è inquietante che per 50 anni nessun dirigente ne abbia mai sentito l’esigenza.
D. Quali colpe imputa alla Figc?
R. È troppo lenta rispetto ai cambiamenti. E distratta di fronte ai flussi migratori.
D. E poi?
R. Anche nel rapporto tra Nord e Sud d’Italia, i ritardi e le discriminazioni si sono perpetuati per anni.
D. Il calcio italiano è nordista?
R. Lo è stato almeno fino al 1968, quando il siciliano Pietro Anastasi unificò l’Italia con i suoi gol e Antonello Cuccureddu, sardo di Alghero, venne convocato in Nazionale. Fino ad allora, la rappresentativa aveva considerato solo i calciatori del Nord.
D. La discriminazione si ripropone ora nei confronti degli atleti stranieri?
R. Nel febbraio 2013 suscitò scalpore la frase di Paolo Berlusconi che definì Balotelli «il negretto di famiglia».
D. Fu un’altra battuta infelice.
R. Appunto. Ma oggi in serie A giocano solo tre fra le migliaia di calciatori della cosiddetta seconda generazione: Mario Balotelli, nato a Palermo, l’attaccante della Sampdoria Stefano Okaka, ligure, e lo juventino Angelo Ogbonna, nato a Cassino.
D. E gli altri?
R. Sono costretti a rinunciare. O a cambiare sport.
D. Quali sport?
R. L’atletica leggera, che ha azzerato ogni forma di discriminazione fino al punto da consentire ad Andrew Howe, un atleta straniero, di diventare campione italiano.
D. Perché in Italia si fa di tutto per ostacolare il giovane calciatore straniero?
R. Nel calcio, i procuratori restano per legge gestori di una giovane promessa italiana per molti anni. Il vincolo ha tempi lunghi, per consentire che l’investimento produca adeguati introiti. Nel caso di uno straniero, il vincolo scade dopo un anno.
D. Insomma: sono incontrollabili?
R. Già. E ciò rende l’investimento assai rischioso.
D. Quindi non conviene...
R. Con la persecuzione burocratica, per esempio, ogni anno viene imposto ai giocatori stranieri di produrre decine di documenti che poi vengono rilasciati con estrema lentezza.
D. La conseguenza?
R. Il giovane straniero è costretto a rinunciare alle prime quattro o cinque partite del campionato cui vorrebbe iscriversi.
D. Dicono che i documenti servono per scoprire eventuali minori vittime di tratta.
R. Ma se un ragazzo è nato in Italia ed entrambi i genitori vivono con lui, di quale tratta si ha paura?
D. Quali sono gli altri ostacoli?
R. Può giocare solo in serie A e, con limiti rigorosissimi, in serie B. Solo di recente, anche in serie C è stato concesso di giocare a un solo calciatore straniero per squadra. Per tutti gli altri 15 mila non italiani, non c’è posto.
D. Gli esclusi che fine fanno?
R. Alcuni se ne vanno a giocare nelle squadre dei Paesi d’origine dei genitori, anche se prima non c’erano mai stati. Gli altri mollano o si accontentano della prima divisione, cioè dei tornei fra dilettanti.
D. La sensazione è che i rigurgiti nazionalisti nel calcio italiano siano riaffiorati dopo la recente delusione dei mondiali in Brasile.
R. È vero, ogni volta che si rimedia una figuraccia internazionale si erge lo straniero a capro espiatorio. Ma si dimentica che nel 2006, quando l’Italia vinse in Germania, nel nostro campionato già giocavano moltissimi stranieri.
D. E allora?
R. I problemi del calcio sono altri. Per esempio, nella cultura nostalgica che ancora persiste: basti pensare alle censure europee del 2004.
D. Quali censure?
R. Gli organismi europei censurarono con imbarazzo la bozza del protocollo sui vivai giovanili stilato dai vertici del Coni: c’era scritto che i vivai dovevano essere valorizzati «allo scopo di esaltare sempre di più l’italianità nel calcio».
D. L’Europa che cosa obiettò?
R. Che la direttiva comunitaria raccomandava il contrario, cioè di non tener conto delle cittadinanze e di adottare il modello condiviso della multi-culturalità. Insomma, fu una figuraccia.
D. La lezione è servita?
R. No, grazie a una raffica di sotto-circolari il Coni ha riproposto il concetto di vivaio come culla di italianità.
D. E la Figc?
R. So che in quattro anni è stata condannata cinque volte dalla magistratura per il mancato tesseramento di calciatori stranieri.
D. Quale sarebbe il reato?
R. Violazione degli articoli 43 e 44 sulle discriminazioni in tema di immigrazione.
D. Come giudica Giovanni Malagò, il presidente del Coni?
R. L’ho criticato per l’affresco raffigurante Benito Mussolini che tiene in bella mostra nella sala d’onore del Coni. L’apoteosi del fascismo, è intitolato. Fino al 1996 era coperto da un telo, ora lo si espone al pubblico.
D. C’è chi sostiene che, inneggiando alle guerre, si intende evocare memoria delle due vittorie dell’Italia ai Mondiali durante il Ventennio.
R. Allora si mantenga memoria anche dell’odiosa apartheid imposta dal regime ai cittadini eritrei nelle colonie. O delle persecuzioni contro gli atleti ebrei.
D. Ritardi, nostalgie fuori luogo, discriminazioni: che cosa fare?
R. In Francia, chi nasce sul territorio è francese. In Italia, se si nasce da genitori stranieri, fino ai 18 anni non si è italiani. Ecco, va cambiata la legge sulla cittadinanza. O almeno si conceda equità di trattamento a chi tenta di giocare al calcio.
D. Che cosa ha in mente la Figc a riguardo?
R. Abbiamo conosciuto Carlo Tavecchio. E sappiamo come la pensa. Ma neanche Demetrio Albertini, il suo outsider, su questo tema si è mai battuto granché: ha preferito delegare ogni responsabilità alla politica. L’unico dirigente che finora si è espresso per l’azzeramento delle discriminazioni è Gianni Rivera.
D. Come finirà in Figc l’11 agosto, il giorno delle votazioni per il nuovo vertice?
R. Tavecchio verrà eletto grazie all’appoggio dei presidenti di società che non danno peso alla sua frase-gaffe. E grazie a Demetrio Albertini, il rivale, che ha un programma debole.
D. Le conseguenze?
R. La nomina di Tavecchio non produrrà cambi di mentalità né di cultura. In compenso, acuirà lo scontro fra Italia ed Europa minando ancor di più la nostra credibilità internazionale.

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