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ANALISI 30 Luglio Lug 2014 0852 30 luglio 2014

Israele-Gaza: più che informazione, è propaganda

L'informazione è appiattita sulla versione «Hamas attacca, Tel Aviv si difende». La verità è ben diversa. Ma i filtri istituzionali non permettono che si diffonda. Solo la Rete può rompere questo muro.

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Il premier israeliano, Benjamin Netanyahu.

Il 12 giugno tre ragazzi ebrei scompaiono mentre fanno l’autostop su un insediamento illegale della Cisgiordania.
Il giorno successivo lo Shin Bet, l’intelligence israeliana, ha la quasi certezza della loro morte (uno di loro aveva fatto una telefonata alla polizia dove si sentono gli spari e poi la frase: «Abbiamo i tre», ndr), ma Netanyahu dà ordine di censurare i dettagli dell’indagine, che saranno resi pubblici solo il 26 giugno, arco di tempo in cui Israele procede al sequestro di oltre 560 palestinesi, punizioni collettive e raid notturni.
TEL AVIV ALIMENTA LO SCONTRO. L’azione del governo di alimentare la falsa speranza che i giovani siano ancora vivi porta la tensione alle stelle e il caso diventa internazionale: l’hashtag BringBackOurBoys riecheggia nelle comunità ebraiche di tutto il mondo.
È in questo clima che la pagina Facebook Il popolo di Israele chiede vendetta (tra le altre) raccoglie 35 mila adesioni in pochi giorni. Gli ebrei scendono in strada per la “caccia all’arabo” e di lì a poco, il 2 luglio, un adolescente palestinese viene sequestrato e bruciato vivo.
«A questo punto l’incubo evitabile dell’escalation militare diventa inevitabile», chiosa l’autore di questa dettagliata ricostruzione, il giornalista statunitense Max Blumenthal. E arriviamo a oggi: oltre 1.000 i morti, 165 mila gli sfollati nelle strutture Unrwa, danneggiati o distrutti gli ospedali. Gaza è una distesa di detriti sotto cui, nelle poche ore di “tregua umanitaria”, si cerca di recuperare i corpi da sotto le macerie. Chi è sul posto, tra questi medici e cooperanti, anche italiani, riferiscono che «ciascuno di noi è un bersaglio».
UN CONFLITTO RACCONTATO MALE. Un’esplosione di violenza indiscriminata raccontata poco e male, soprattutto in Italia. Perché manca il contesto storico e geopolitico.
E il contesto è tutto: la rivolta palestinese è la risposta a 47 anni di brutale occupazione. Di cui questa aggressione è solo un (altro) drammatico punto di acme, perché non c’è una normalità a cui far ritorno.
Come testimonia un appello diffuso dai palestinesi, per un cessate il fuoco è necessario tornare a delle condizioni di vita umane. Accettare le misure di Israele, che rendono la vita una non-vita (living death), equivale a morire sotto l’assedio, non fa differenza. Non è Hamas a parlare, ma la società civile palestinese.
Sintetizza Um Al Ramlawi in parole riprese da medici italiani e inglesi in un appello su Lancet: «Ci stanno ammazzando tutti comunque, che sia una morte lenta per l'assedio, o una rapida da attacchi militari. Non abbiamo nulla da perdere, dobbiamo lottare per i nostri diritti o morire».

L’egemonia del punto di vista israeliano

Palazzi distrutti a Sajaya, nella Striscia di Gaza.

Secondo il medico Angelo Stefanini, che ha lavorato a Gaza per oltre quattro anni sia per conto dell’Oms sia per il governo di Roma promuovendo programmi di salute pubblica, il silenzio e le distorsioni dell’opinione pubblica italiana sono da imputare al «solito ricatto morale» per cui chi si schiera contro l’ideologia sionista è accusato in modo automatico di antisemitismo.
«Ma, oltre alla soggezione psicologica, è la totale egemonia della narrazione israeliana dei fatti che costituisce il successo del progetto Hasbara («propaganda» in ebraico, o «spiegazione all’esterno», ndr), nato nel 1983 dopo il disastro di immagine arrecato dalle stragi di Sabra e Shatila in Libano, l’anno precedente».
PALESTINESI INVISIBILI. Così scompare l’occupazione. «I media non trasmettono le immagini di una donna incapace di raggiungere l’ospedale per partorire e di neonati che muoiono perché bloccati a un checkpoint. Se la gente non vede tutto questo non può avere la percezione, né tantomeno provare il turbamento del sopruso e dell’occupazione. Fatti di cui nei reportage non c’è traccia e questo è il motivo per cui la maggior parte degli occidentali non ha la minima idea della storia del conflitto».
E così i palestinesi vengono resi «invisibili», come scriveva Edwar Said, saggista palestino-americano. È in questo vuoto informativo che si fa largo lo schema stereotipato: «Hamas attacca, Tel Aviv si difende».
Grazie anche «alla straordinaria efficacia della comunicazione da parte di Israele, che controlla le immagini e le parole usate per raccontare il conflitto israelo-palestinese, in combinazione con raffinate Relazioni pubbliche (Pr)». Fatto ammesso anche da Alon Pinks, ex console generale di Israele a New York: «Siamo attualmente coinvolti in un conflitto con i palestinesi e impegnarsi in una campagna di Pr di successo fa parte dello sforzo di vincere questo conflitto».
LE CARTE IN TAVOLA SONO TRUCCATE. Truccare le carte in tavola è stato possibile anche perché, spiega Stefanini, «la diffusione delle principali informazioni viene condizionata da una complessa serie di filtri istituzionali attraverso i quali la notizia deve passare, prima di materializzarsi nelle voci dei conduttori televisivi».
E cioè deve fare i conti con gli interessi economici dei proprietari dei media condivisi dalle élite e dai decisori politici, quelli che hanno il potere di influenzare i media e che sono essi stessi parte del sistema dominato dagli interessi delle grandi corporation.
«Queste cornici istituzionali del business e dell’interesse politico americano, in combinazione con la Pr israeliana, modellano la copertura mediatica del Medio Oriente».

Le voci di dissenso faticano a fare notizia

Gaza: le macerie di una moschea dopo un raid israeliano.

Allo stesso tempo, le organizzazioni progressiste opposte alle politiche del governo israeliano, come gli Ebrei Contro l'Occupazione e gli americani per la Pace Adesso, o gli ex soldati dell’Idf di Breaking The Silence, per non parlare delle organizzazioni musulmane che cercano di far emergere i reali fatti, raramente fanno notizia. È quella ”occupazione ideologica” dei media statunitensi denunciata, per esempio, da Robert Jensen (Austin College of Communication) o da Alisa Solomon (Columbia Journalism School) nei loro studi di media coverage sul conflitto Israele-Palestina.
E di recente anche Richard Falk, professore emerito all’Università di Princeton ed ex Rapporteur Onu su Gaza, ha mostrato come, ancora una volta, «risulta totalmente soppressa la narrazione palestinese».
Senza contare le critiche di Robert Fisk (corrispondente da Beirut dal 1976), probabilmente una delle voci più autorevoli al mondo sul Medio Oriente, che denuncia: «I colleghi americani non mi sembrano preparati a prendere bastonate e sassi, perché se si lavora in Medio Oriente è questo che va messo in conto».
IN RETE CRESCE L'INFORMAZIONE INDIPENDENTE. La Rete ha cambiato molte cose, incrinando un’idea cristallizzata del conflitto. Molti i siti di informazione indipendente che hanno cominciato a «invertire il segno della narrazione», come ha mostrato nella sua articolata analisi la corrispondente per il Guardian ed esperta in questioni mediorientali Victoria Brittain. Tra questi: The Electronic Intifada, MondoWeiss, +972 Magazine, Jadaliyya, e molti altri ancora, palestinesi, israeliani e statunitensi. Circuito internazionale in cui va annoverata la storica agenzia NenaNews diretta da Michele Giorgio.
Israele l’ha capito e ha organizzato rapidamente la versione 2.0 della propaganda: oltre 400 volontari, quasi tutti studenti, lavorano in 30 lingue su forum e pagine Facebook nell’aula di una prestigiosa università privata.
«L'obiettivo è consegnare alla gente all’estero un messaggio molto chiaro: Israele ha il diritto di difendersi», come ha riferito a Ynet Lidor Bar David, ex capitano dell’Idf tra gli organizzatori dell'iniziativa.
USA, PRIMI SEGNALI DI RISVEGLIO. Da parte sua Dena Shunra, esperta israeliana, spiega a Electronic Intifada (che ha svolto numerose inchieste sulla natura di questo tipo di operazioni, ndr) che se anche lo sforzo è di apparire spontanei, si tratta di una campagna di menzogne organizzata e finanziata dal governo.
Tuttavia, secondo alcuni analisti, stavolta la copertura mediatica filo-israeliana del conflitto ha mostrato alcune incrinature. Per esempio, per il giornalista statunitense Philip Weiss, siamo di fronte a un atteggiamento più critico da parte del mainstream d'Oltreoceano, di cui ha fatto un’articolata disamina. E ha rilevato numerosi “segnali” di dissenso. «Sono un idealista?», si chiede Weiss. Possibile. Certo è la prima volta che sulla grande stampa americana si legge che Gaza è «una prigione a cielo aperto», un «campo di concentramento» o che «Israele commette crimini di guerra uccidendo i civili per screditare Hamas».

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