Libia Ansar Sharia 140801194119
SCENARIO 4 Agosto Ago 2014 0600 04 agosto 2014

Califfato, emirato, sharia: l'avanzata dello Stato islamico

Non solo l'Isis. L'avanzata dell'integralismo di Stato.

  • ...

C'era una volta la jihad unilaterale e insieme globale di al Qaeda, cellule differenti ma un solo brand e una leadership riconosciuta. Oggi c'è l'Isis, lo Stato islamico dell'Iraq e del Levante, creato con l'obiettivo di strutturare un califfato islamico come governo politico sovranazionale.
Ma tra le due versioni dell'integralismo estremista potrebbe inserirsi un modello intermedio.
LA BATTAGLIA DI BENGASI. In Libia Ansar al Sharia ha dichiarato di aver preso Bengasi: «Abbiamo proclamato l'emirato islamico», avrebbero detto il 31 luglio i jihadisti all'emittente al Arabya. La notizia non è stata confermata, ma apre in ogni caso nuovi scenari. Cioè l'ipotesi che si faccia strada un modello intermedio tra il califfato sovranazionale dell'Isis e la rete di al Qaeda.
Sotto l'ombrello di Ansar al Sharia si riconoscono infatti gruppi differenti che operano in Libia, Tunisia, Algeria, Yemen e Siria.
La sigla divenne tristemente famosa nel 2012 quando rivendicò l'attentato all'ambasciata Usa di Bengasi in cui trovò la morte il diplomatico Christofer Stevens.
Allora fu classificata come ramificazione di al Qaeda. Ma la sua proposta ha anche punti in comune con il programma dell'Isis: prevede la conquista del potere territoriale e l'imposizione della legge islamica.
UN ARCO DEGLI STATI ISLAMICI. Ansar al Sharia potrebbe dunque offrire una terza via, in grado di favorire l'espansione dei movimenti terroristici che si muovono nella vasta aerea compresa tra il Sahel e il Caucaso, predicando un nuovo assolutismo religioso di stampo sunnita.

La mappa della penetrazione del terrorismo islamico in Africa e Medio Oriente (Inter University Center for Terrorism studies, Potomac Institute for Policy Studies).

Il progetto del Califfato in Siria e Iraq e lo Stato islamico asiatico

A fine giugno, dopo aver conquistato parte del territorio siriano e parte dellla regione settentrionale dell'Iraq, le forze dell'Isis hanno proclamato il califfato. Il territorio si estende dal governatorato di al Anbar, nell'ovest dell'Iraq, al confine con Giordania, Siria e Arabia Saudita, fino alla provincia di Dyala a est, poco lontano dal confine con l'Iran. E prosegue in Siria, passando per basi strategiche come ar Raqqah, strappata ai jihadisti ed ex alleati di al Nusrah e arrivando a nord di Aleppo e a est di Homs.
LA RESISTENZA DELLE FORMAZIONI QAEDISTE. I seguaci di Abu Bak al Baghdadi, però, oltre ai nemici ufficiali devono vincere anche le resistenze dei ribelli anti-Assad e delle formazioni qaediste tradizionali.
Il Fronte islamico - una coalizione di gruppi sunniti attivi in Siria, alcuni dei quali legati ad al Qaeda - si è opposto ufficialmente al progetto del califfato, rifiutandone l'orizzonte territoriale e soprattutto l'idea di anteporre le conquiste immediate all'obiettivo di lungo periodo: vincere la jihad a livello globale.
LA VITTORIA DELL'ISIS. Finora però sembra che il califfato abbia avuto la meglio: il territorio conquistato dall'Isis è ricco di risorse petrolifere e tesori artistici tali da assicurare all'Isis la capacità di auto finanziarsi la guerra santa. Al punto che la stessa al Nusrah ha preso in considerazione l'idea di un emirato.
A inizio luglio, infatti, è stata diffusa in Rete la registrazione di un discorso del leader Abu Muhammad al Julani che recitava: «È venuto per noi il tempo di fondare un emirato islamico nel Levante, per implementare i limiti e le punizioni di Dio onnipotente e le sue leggi».
Le parole di al Julani sembravano prospettare la creazione di un altro 'regno islamico', destinato a competere ma allo stesso tempo a emulare lo Stato islamico del Levante. E hanno destato tanto clamore da costringere l'esponente di al Nusrah alla smentita.
GLI EMIRATI ASIATICI. D'altra parte, guardando a Est, tutto l'integralismo dell'Asia centrale continua a seguire il modello dello Stato islamico: dal regime dei talebani in Afghanistan alle rivendicazioni dei ribelli del Caucaso nei confronti della Russia, il termine emirato è la parola d'ordine dei gruppi attivi nell'area. E potrebbe diffondersi altrove.

I confini dello Stato islamico dell'Iraq e del Levante lambiscono Libano e Giordania.

Le rivolte del Sahel e la penetrazione in Africa

Con la caduta di Muhammar Gheddafi in Libia nel 2011, anche lo scenario del Maghreb (il territorio che va dal Marocco all'Algeria) e del Sahel (la striscia di deserto che parte dalla costa nordafricana occidentale e, passando per Mali e Mauritania, arriva al Corno d'Africa) è profondamente cambiato.
L'Aqmi (al Qaeda nel Maghreb islamico) nato nel 1998 in Algeria ha spostato progressivamente la sua azione verso il deserto, il ventre molle del Nord Africa da cui passano i traffici di droga internazionali tra l'America del Sud e l'Asia, dove fiorisce il contrabbando e si moltiplicano i sequestri di persona. Tutte attività capaci di fornire il necessario carburante al conflitto islamico e di minacciare il continente africano.
NUOVI ALLEATI PER AL QAEDA. Un vero e proprio Eldorado, nel quale al Qaeda ha trovato nuovi alleati nei Boko Haram nigeriani, negli Shabaab della Somalia, nell'Ansar Dine del Mali, e nel Movimento per l'unicità della jihad nell'Africa occidentale (Mujao) entrato dal 2013 nella lista delle organizzazioni terroristiche del dipartimento di Stato americano e nelle cui fila figurano molti guerriglieri provenienti dall'Aqmi, a partire dal temibile Mokhtar Belmokhtar.
La rete del terrore del deserto è diventata florida. Ma è anche fluida, formata da fazioni e gruppi differenti. Alcuni non disdegnano affatto l'idea della creazione di uno Stato islamico. Anzi. Questa aspirazione e il banditismo convivono, a volte in competizione tra loro.
Nel 2012, approfittando delle rivendicazioni di indipendenza delle tribù tuareg, Ansar Dine e Mujao hanno issato le bandiere nere nel Mali settentrionale, a Gao, Kidal e Timbuktu. E i Boko Haram che rapiscono le ragazzine nigeriane e depredano lo Stato di risorse, teorizzano già nel nome - «L'educazione occidentale è proibita» - l'imposizione della legge islamica.

La progressione degli attentati terroristici nel Maghreb e nel Sahel dopo l'11 settembre (Inter University Center for Terrorism studies, Potomac Institute for Policy Studies).

Il corridoio tra Nord Africa e Medio Oriente e il modello Ansar al Sharia

Il declino di al Qaeda ha in realtà fatto emergere un'altra tendenza. Ben prima della nascita del Califfato iracheno, l'Aqap (al Qaeda nella penisola araba) ha battezzato inYemen un nuovo movimento chiamato Ansar al Sharia: letteralmente «i sostenitori della Sharia».
Il nome, ha raccontato su Foreign Policy l'analista Aaron Y. Zelin, è stato consacrato a metà del 2012 da Shaykh Abu al-Mundhir al-Shinqiti, uno dei maggiori ideologi qaedisti. Ma il dato interessante è che sotto la nuova sigla l'al Qaeda yemenita è diventata un attore politico attivo territorialmente e pronto ad assumersi ruoli di governo.
Già nel 2011, il leader di al Qaeda nella penisola araba, Zubayr Adil bin Abdullah al-Abab, aveva spiegato che il nome di Ansar al-Sharia è «quello che usiamo per presentarci nelle zone dove lavoriamo per raccontare alla gente il nostro lavoro e i nostri obiettivi».
IL MODELLO YEMEN. Nella primavera del 2011, nel mezzo della rivoluzione del mondo arabo, il gruppo ha conquistato i governatorati yemeniti meridionali di Abyan e Shabwa dove ha sostituito il governo nella gestione dei servizi. Garantiva sicurezza alla popolazione locale, gestiva la distribuzione dell'energia elettrica e dell'acqua. Sperimentava, insomma, una strategia del consenso simile a quella della Fratellanza musulmana e di Hezbollah.
Il nuovo brand ha gemmato ramificazioni in Algeria, Tunisia, Libia e recentemente anche in Marocco e Egitto. A Tunisi il movimento tiene persino una conferenza annuale. E propone una profonda revisione delle strategie e delle alleanze, nel nome della riconciliazione sotto l'egida della legge islamica.
L'APPELLO DI TUNISI. Già a gennaio il leader di Ansar al Sharia Tunisia (Ast) Abu Yyad aveva indirizzato un appello perché le fazioni contrapposte, dall'Isis ad al Nusrah, unissero i loro sforzi nella battaglia per la Siria, rivolgendosi direttamente al leader della rete del terrore, «lo sceicco dei mujahedin» al Zawahiri.
Aveva poi scritto ad Abu Qatada, uno dei capi di al Qaeda, imprigionato in Giordania. E infine il 13 giugno ha pubblicato una nuova richiesta di pacificazione diretta al «califfo al Baghdadi».
Il Ramadan è il momento della pacificazione, ha argomentato il leader tunisino, soprattutto visto che «i progetti degli infedeli stanno fallendo». Parole che potrebbero aprire nuovi, temibili, scenari. E cambiare la partita della guerra in Libia.

L'appello del leader di Ansar al Sharia Tunisia per la riconciliazione tra al Qaeda, al Nusrah, l'Isis. 

Articoli Correlati

Potresti esserti perso