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SOCIETÀ 6 Agosto Ago 2014 1504 06 agosto 2014

Napoli, il pernacchio e il divieto in Comune

In Municipio non si potranno offendere consiglieri e assessori.

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da Napoli

Mormorii, urla, fischi. Perfino smorfie, versacci e - sussurrano i più indignati - «qualche stentorea pernacchia».
DIVIETO DI SFOTTÒ. Al Comune di Napoli è entrato ufficialmente in vigore il divieto di sfottò. «Il provvedimento si è reso necessario», spiegano sottovoce a Lettera43.it i capi negli uffici, «per ridurre al silenzio i dipendenti che hanno preso l’abitudine di sbeffeggiare a suon di fischi e pernacchi gli assessori e i consiglieri ogni volta che capitano a tiro nei corridoi della sede in via Verdi».
L’originale «oltraggio», assicurano in municipio, «ha assunto forme e dimensioni inaccettabili dopo la minaccia di licenziamenti ipotizzata dalla Giunta di Luigi De Magistris (che ritiene l’organico «in sovrannumero») e le accuse di assenteismo scattate in seguito ai filmati mandati in onda dalla trasmissione tivù Le Iene.
LA RABBIA DEI DIPENDENTI. La tensione, nel municipio che annaspa nei debiti e ha rischiato il default, appare più alta che mai. A chi amministra, i dipendenti non perdonano i presunti «sprechi unilaterali», i tagli economici «imposti a tutti tranne che agli amici», l’obbligo per gli impiegati di «marcare le entrate e le uscite durante la pausa per il pranzo.
Di qui la reazione. Cioè la saga di quotidiane smorfie, gestacci, pernacchie e sarcasmi che hanno indispettito a tal punto le vittime (cioè gli assessori e i consiglieri comunali), da indurre la funzionaria addetta a diffondere una circolare in cui si invitano al rispetto gli impiegati in vena di spernacchiare i rappresentanti delle istituzioni.
CENSURA IN MUNICIPIO. Perciò, da oggi guai a chi fa battutine, battutacce e sfottò all’indirizzo dei signori assessori e consiglieri. E tantomeno pernacchie, se in corridoio passa uno di loro.
«Il provvedimento», sostengono i più critici, «appare simile nello spirito alla proposta di legge presentata alla Camera dei deputati nel luglio 2013 che puntava a punire con la reclusione e l’interdizione dai pubblici uffici chi avesse osato fischiare o fare ironia durante i comizi».

La pernacchia nel cinema: da I due marescialli all'Oro di Napoli

Ma, al di là delle polemiche, a Napoli il divieto di sfottò (e di pernacchie) sta suscitando ilarità, ulteriori sfottò e la corsa forsennata a giocare al Lotto i numeri buoni.
Nella Smorfia, fare pernacchie fa 58; 51 fa il divieto. E 83 fa l’assessore. Con buona pace del divieto, nei rioni del centro e in periferia impazza il revival «del pernacchione».
QUESTIONE DI DNA. Il pernacchio qui è di casa. Anzi, è impresso nel Dna di tutti i ceti sociali.
Di sfottò e di pernacchi sono zeppi i film di Totò (I due marescialli, per esempio, in cui se ne enumerano tre tipi: lunghi, corti e medi) e del neo-realismo italiano.

  • La scena della pernacchia nel film I due marescialli.

Famosissimo (ma extra-napoletano) resta il pernacchio che Alberto Sordi riserva ai lavoratori nel film I Vitelloni di Federico Fellini.

  • La famosa scena di Alberto Sordi ne I Vitelloni.

Fanno parte della storia del costume anche i pernacchi che si becca Peppino De Filippo (con Nino Taranto) nel film Ferdinando I re di Napoli da parte del popolo che lo odia.
«C'È PERNACCHIO E PERNACCHIO». Al top, però, riecheggiano le parole di don Ersilio Miccio, il maestro di pernacchie (anzi, di pernacchi) interpretato da Eduardo De Filippo nel film diretto da Vittorio de Sica tratto dall’Oro di Napoli, il romanzo di Giuseppe Marotta: «Figli miei, c’è pernacchio e pernacchio… Anzi, vi posso dire che il vero pernacchio non esiste più», avverte don Ersilio. E poi: «Quello attuale, corrente… quello si chiama pernacchia. Sì, ma è una cosa volgare, brutta… il pernacchio classico è un’arte». Del resto l’origine del pernacchio è di tutto rispetto. Per alcuni, risalirebbe addirittura al 300 avanti Cristo, cioè ai tempi delle Forche caudine.

  • Una scena del film L'oro di Napoli.

Un’arte, appunto. E come tale - con serietà e passione carnale - è sempre stato vissuto dai napoletani. Il pernacchio è cultura, da imparare studiando. I maestri più accorsati avvertono: «Fondamentale, per una corretta esecuzione, è l’uso della mano: la si deve avvicinare alla bocca arrotolando l’indice sotto il pollice in modo da lasciar libero un piccolo pertugio. Le altre dita vanno mantenute aperte. Nel pernacchio stile Eduardo, invece, la mano viene tenuta molle, morbida, delicata».
DA QUELLA DEL DILETTANTE ALL'ELEFANTE. Infinita è la casistica, solo i più esperti ne conservano memoria: c’è la pernacchia del dilettante, quella dell’elefante (cioè con la mano a proboscide), c’è la pernacchia da diaframma e quella sannitica o egiziaca. L’atto può essere esplicato a singhiozzo, strozzato, a tromba, a sega. Può essere traditore. O a curva.
Travolto dai pretenziosi bon ton e caduto (in apparenza) in disuso, negli ultimi anni il pernacchio napoletano sta recuperando sfizio, fascino, aplomb.
Le tasche vuote incentivano al sarcasmo. Il fastidio per gli sprechi della Casta, pure. Le cronache, anche quelle politiche, lo confermano: il pernacchio è ricomparso nelle manifestazioni pubbliche, ma non ancora in tivù.
LA DIFESA DI MASTELLA. Al partenopeo pernacchio ha fatto riferimento il sannita Clemente Mastella per reagire alle critiche che gli venivano mosse da più parti quando era ministro per la Giustizia (2006-2008).
A un battagliero corteo condito da raffiche di pernacchi ha inneggiato l’ex parlamentare europeo Enzo Rivellini per contestare nell’era Bassolino la gestione (secondo lui dissennata) del museo Madre, custode di capolavori dell’arte contemporanea.
DE LAURENTIIS CONTRO CALLEJON. Ma a restituire più di altri attualità e vigore al liberatorio pernacchio è stato il patron del Napoli calcio Aurelio de Laurentiis che, la sera del 15 marzo 2014, in occasione della partitissima Roma Napoli, ha festeggiato il gol di Josè Maria Callejon portandosi la mano destra alla bocca per intonare il sonoro sberleffo.

Aurelio De Laurentiis allo stadio.

Gesto eclatante, il suo. Apprezzatissimo dai tifosi. E immortalato in diretta da Sky.
Poco ha convinto l’immediata smentita del produttore, che ha provato a giustificarsi giurando che non di pernacchio si sarebbe trattato ma di un innocuo e spagnolesco «olè».

Un gesto di disprezzo irrevocabile

Il pernacchio napoletano, come insegna don Ersilio nell’Oro di Napoli, può essere di due specie: di testa e di petto. Il top si ottiene quando si riesce a fondere testa e petto, cioè cervello e passione. Per il saggio don Ersilio «'o pernacchio» da riservare all’arrogante duca Alfonso Maria di sant’Agata dei Fornari avrebbe dovuto bollarlo come «la schifezza, della schifezza, della schifezza degli uomini».
Disprezzo, dunque: profondo, totale, irrevocabile. È questa l’immensa carica esplosiva che un buon pernacchio «deve saper suscitare».

Eduardo De Filippo ne L'Oro di Napoli.

FORMA DI PROTESTA NON VIOLENTA. C’è chi ha teorizzato che il pernacchio «è la base di un vero e proprio vocabolario». Per altri, il pernacchio ha sempre costituito «la massima espressione di protesta non violenta del popolo napoletano verso il potere».
Per lo scrittore Giuseppe Marotta, il pernacchio «non è un suono, è una rivoluzione, è la libertà». Il pernacchio, aggiunge, «è la voce della gente che non tiene voce, è un calcio in culo a tutti i potenti».
Don Pasquale Esposito, sanguigno personaggio del mondo letterario di Marotta, di mestiere faceva il «cultore ed esecutore a pagamento di memorabili pernacchi».
«Egli», scrive l’autore, «aveva il pernacchio totale, cioè affermativo e negativo, tragico e comico. Un gesto elargito di petto, squassante, che lacera l’aria. Ma era altresì in possesso dello sberleffo sottile e variegato, a proposito del quale si sarebbe potuto dire, come per il canto dell’usignolo, che era un tema di tre note».
LE DERIVE E L'AGGRESSIONE. Stravaganze da scrittori, forse. Ma il pernacchio, svuotato della sua potenzialità sarcastica, può trasformarsi perfino in motivo scatenante di aggressioni e violenze.
È accaduto a Milano, il 22 luglio: un tunisino di 26 anni, in via Padova, ha puntato il coltello alla gola di un coetaneo rumeno che gli aveva fatto un pernacchio in un negozio da parrucchiere. «Ora vi ammazzo tutti», ha gridato l’aggressore infastidito per lo sfottò. Quattro poliziotti hanno fatto in tempo a bloccarlo.

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