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IL PUNTO 9 Agosto Ago 2014 1700 09 agosto 2014

Iraq, Obama: «Colpite armi e attrezzature dell'Isis»

Il presidente: «Nuovi raid coi droni».

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Barack Obama durante la conferenza stampa del 9 agosto.

I raid Usa in Iraq hanno distrutto armi e attrezzature jihadiste. E la morte di almeno 20 miliziani. A confermarlo è il presidente americano Barac Obama durante una conferenza stampa. Che ha sottolineato come non ci sia un programma per la fine della missione contro l'Isis. Dunque non si sa quanto dureranno gli attacchi aerei contro i terroristi del califfato. Il progetto in Iraq è di lungo termine: «Il problema non sarà risolto in settimane», vista anche l'avanzata dei jihadisti che è stata «più rapida di quanto si pensasse».
Obama ha anche spinto la politica irachena a trovare un accordo sul governo, ancora in impasse dopo le elezioni di primavera.
IN DIFESA MINORANZE E BAMBINI. Il presidente ha ricordato che l'obiettivo dell'intervvento armato è la difesa dei bambini e delle minoranze curde. Insieme con la creazione di un corridoio umanitario che aiuti i civili a uscire dalla morsa dei jihadisti.
Un piano, quello delle azioni americane, che ha trovato l'appoggio, ha spiegato sempre Obama, di David Cameron e di François Hollande, con cui il presidente Usa ha avuto colloqui telefonici.
Il commander in chief ha poi ribadito che «non ci saranno truppe americane da combattimento in Iraq». Nonostante, ha detto Obama, ci sia da parte di tanti iracheni una chiamata alle armi. La presenza dell'esercito amerciano sul suolo iracheno, ha infine ricordato il presidente, «non avrebbe aiutato a risolvere questa situazione».

Il vero obiettivo Usa è la difesa del Kurdistan

L'attuale capo del governo iracheno, Nuri al Maliki.

A Baghdad, l'intervento Usa in Iraq è visto come il tentativo di mettere sicurezza la regione autonoma del Kurdistan, ma con poche speranze di liberare il resto del nord dell'Iraq dalle forze jihadiste che minacciano in particolare le minoranze religiose, tra cui cristiani e Yazidi.
PROTEGGERE ERBIL. Del resto l'obiettivo statunitense era stato spiegato chiaramente l'8 agosto dalla portavoce del dipartimento di Stato Marie Harf. «In questo momento la prima priorità in Iraq è fermare l'avanzata dello Stato islamico verso la città di Erbil», cioè la capitale del Kurdistan.
AREA RICCA DI PETROLIO. Harf ha così confermato il timore che anche la regione curda, risparmiata negli ultimi 10 anni dalle violenze e protagonista di un boom economico grazie anche ai suo ricchi giacimenti di petrolio e agli ingenti investimenti occidentali, potesse cadere nelle mani dei fondamentalisti.
Non a caso gli obiettivi colpiti nella prima giornata di raid americani sono state postazioni di artiglieria dell'Isis che minacciavano le difese delle milizie curde Peshmerga intorno a Erbil, da cui alcune importanti imprese straniere, comprese le compagnie petrolifere americane Chevron ed Exxon Mobil, si apprestavano a evacuare parte del loro personale, con i jihadisti ormai a poche decine di chilometri.
«INTERVENTO DIFENSIVO». L'intervento americano è di natura difensiva, non offensiva, perché mira a respingere l'Isis sulle sue posizioni precedenti, lontano dal Kurdistan, piuttosto che spazzarlo via completamente», ha osservato Hisham al Hishami, analista militare iracheno. E Washington, ha aggiunto, ha preso la decisione di ricorrere ai raid aerei su richiesta del presidente della regione curda, Massud Barzani, e del presidente iracheno Fuad Massum, anch'egli curdo.
YAZIDI A RISCHIO GENOCIDIO. Anche con il sostegno dell'aviazione americana, sembra difficile che le milizie Peshmerga, addestrate per combattimenti difensivi, siano in grado di vincere la partita con lo Stato islamico nel resto del Nord, su un fronte di un migliaio di chilometri. E quindi di liberare anche le popolazioni cristiane e gli yazidi dalla minaccia di «genocidio» denunciata da Obama.
Il presidente Usa, del resto, ha ripetuto che in Iraq non esiste «una soluzione militare americana», ma che è necessaria una collaborazione di governo tra sciiti e sunniti. E a dargli ragione sono i tanti che a Baghdad chiedono un passo indietro al primo ministro sciita Nuri al Maliki, il quale insiste per ottenere un terzo mandato dopo le elezioni legislative del 30 aprile scorso.
LE RESPONSABILITÀ DI AL MALIKI. Sarebbero state proprio le politiche settarie del premier nei confronti dei sunniti, affermano i suoi critici, a propiziare l'inizio dell'avanzata jihadista nel nord, grazie alle simpatie di gruppi tribali e parte della popolazione sunnita. Anche il Grande ayatollah Ali al Sistani, massima autorità sciita del Paese, ha lanciato un monito tramite un suo portavoce a Maliki, avvertendo che «rimanere aggrappati alle cariche di governo è un grave errore».

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