TENSIONI 13 Agosto Ago 2014 1446 13 agosto 2014

Usa, St. Louis e la segregazione

La morte di un 18enne di colore fa scoppiare le rivolte.

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Agli abitanti di Ferguson sembra «più di vivere a Gaza che in America». L'affermazione è forte, sproporzionata rispetto alla realtà, ma la sensazione di essere oggetto di occupazione è palpabile tra la gente. Quella che si è messa a protestare da domenica 10 agosto, per l'uccisione del 18enne di colore Michael Brown (guarda le foto).
LE DISCRIMINAZIONI IN DIVISA. È vero, in genere la polizia non si muove in squadroni con maschere antigas, pronta a scaricare lacrimogeni. Se va bene. Ma è una presenza costante e poco discreta per la popolazione di colore, quasi tutta stipata in questa periferia al di là di West Florissant Avenue. A presidiarla ci sono 55 agenti, 52 dei quali sono bianchi.
È con loro che ce l'hanno gli abitanti afroamericani del quartiere, circa i due terzi del totale, che non lamentano alcun episodio di razzismo da parte del resto della popolazione. Gli agenti, invece, a dire dei residenti, assumono abitualmente atteggiamenti discriminatori.
AFROAMERICANI SOTTO CONTROLLO. George Chapman, 50enne che ha vissuto la maggior parte della sua vita a Ferguson, ha raccontato al Time di essersene andato perché stufo dei soprusi della polizia. I residenti dicono di essere fermati in continuazione, senza alcun motivo, e di essere trattati come delle nullità, senza alcun rispetto.
Racconti corroborati da un rapporto del procuratore generale del Missouri, nel quale le statistiche mostrano una sperequazione tra controlli all'indirizzo della popolazione nera che va ben al di là della differenza numerica coi bianchi.
«AVEVA LE MANI ALZATE». La versione dei fatti fornita da Dorian Johnson, amico del ragazzo ucciso, alla Msnbc è stata la miccia che ha fatto definitivamente esplodere quella che già era una polveriera.
Secondo il testimone, Brown non si è mai avvicinato alla pistola del poliziotto che ha sparato, come era stato invece affermato in un primo momento dal commissariato, e aveva le mani alzate in segno di resa quando è stato colpito mortalmente.
L'APPELLO DI OBAMA. La rabbia della popolazione di colore è scoppiata. Il quartiere è stato teatro di manifestazioni pacifiche. Che, a volte si sono trasformate in occasioni saccheggi e distruzioni. Tanto che il presidente Barack Obama, pur esprimendo dolore per la morte del giovane e assicurando che l'Fbi farà piena luce sull'accaduto, è stato costretto a invitare i residenti a mantenere la calma.

St Louis e il fiume che divide le «razze»

Michael Brown, il 18 ucciso dalla polizia a St Louis.

La piccola periferia, che fa 21 mila abitanti in tutto, è simbolo di un territorio dove le radici del razzismo non sono mai state del tutto estirpate. Ne è convinta l'editorialista del St. Louis Post-Dispatch, Aisha Sultan, secondo la quale la zona è attraversata da una lunga storia di tensioni razziali e incomprensioni. L'area metropolitana è percorsa da due fiumi, che fungono da confine per quartieri divisi in base alla razza.
CENTRO DI SEGREGAZIONE. Secondo uno studio del 2010, compiuto dai professori John Logan e Brian Stults della Florida State University, St. Louis è tra le 10 città a maggior segregazione razziale. I due studiosi hanno realizzato un indice che attribuisce un «punteggio di diversità». Quello della città che diede i natali a Miles Davies è pari a 69,2. Superare quota 60 viene considerato un campanello d'allarme.
«Non c'è un'altra grande città americana più infiammata da tensioni razziali e reciproci sospetti», ha confernato Landon Jones, originario di St Louis, su The Atlantic. «Nonostante la popolazione di colore sia numerosa, l'unico afroamericano che ho incontrato durante la mia infanzia è stata la domestica di casa dei miei».
RAZZISMO MADE IN USA. Ma quello che è accaduto a Saint Louis in realtà può succedere ovunque negli States. Anzi, in realtà è già successo.
Senza ricordare Rodney King, basta tornare al 5 agosto a Beavercreek, Ohio, quando il 22enne di colore John Crawford è stato ucciso in un Walmart. In mano aveva un'arma giocattolo presa nel supermercato, che era stata scambiata per vera.

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