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INTERVISTA 16 Agosto Ago 2014 1115 16 agosto 2014

Iraq, Amadei: «A Nassiriya noi carnefici»

Il regista contro gli interventi occidentali.

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L'Iraq ormai vive nello spettro della guerra civile. E l'Unione europea, stanca di stare a guardare, ha deciso di scendere in campo dando il suo endorsement agli Stati membri per la fornitura di armi ai peshmerga curdi impegnati contro la minaccia jihadista dello Stato islamico (Isis).
Sembra essere stato quindi accolto il grido di dolore lanciato martedì 12 agosto dal ministro degli Esteri francese, Laurent Fabius e riferito al massacro di yazidi (finora sono oltre 500 i morti per mano dell'Isis): «La gente muore, l'Ue torni dalle ferie».
IL RISCHIO DI UN GENOCIDIO. I jihadisti dello Stato islamico, secondo quanto denunciato da un rappresentante curdo alla Cnn, «non vogliono far altro che un genocidio della minoranza curda». Il tutto mentre l'ormai ex primo ministro iracheno, Nuri al Maliki, sostituito per decisione del presidente Fuad Masum dal numero due del parlamento Haider Al-Abadi, ha dato ordine all’esercito di «non interferire nella crisi politica» e di continuare a «compiere il loro dovere di proteggere il Paese».
AVVERSARIO PEGGIORE DI SADDAM. Insomma la situazione è pronta a esplodere in modo rapido. Il rischio è quello di un nuovo conflitto, stavolta contro un avversario ancora più forte e pericoloso di Saddam Hussein.
Sono passati poco meno di tre anni dalla fine della Seconda guerra del Golfo. La stessa nella quale hanno perso la vita quasi 4.400 soldati americani e in cui, nell’attentato di Nassiriya sono caduti 19 fra militari e civili italiani. Quel giorno, il 12 novembre 2003, nella base Msu italiana c'era anche il regista Aureliano Amadei. Da quell'esperienza sono nati un libro, Venti sigarette a Nassirya, e un film, il quasi omonimo (e pluripremiato) 20 sigarette.
«PENSO OGNI GIORNO A QUEL MOMENTO». Amadei non ha dimenticato nulla dei tragici attimi dell’attentato, in cui ha perso l’amico e collega Stefano Rolla. «Il mio lavoro sulla memoria di quel giorno è ancora in corso», dice a Lettera43.it. «La possibilità che scoppi una nuova guerra? Non credo succederà», spiega il regista. Anche se «gli interventi in Medio Oriente ai quali abbiamo assistito negli ultimi anni non solo non hanno risolto le crisi, ma hanno generato mostri più grandi».

Aureliano Amadei.

DOMANDA. L’Iraq è sull’orlo di un nuovo conflitto. La guerra iniziata nel 2003 e terminata nel 2011 sembra non essere servita a niente...
RISPOSTA.
Sembrerò un po’ idealista, ma non credo che esista una guerra utile. In particolar modo, nelle guerre di ultima generazione, non ci si aspetta neppure che servano. La crisi è di per sé un’occasione per generare profitto anche senza che generi una soluzione.
D. Stavolta la minaccia pare addirittura peggiore. Gli esperti hanno definito l’Isis come il gruppo terroristico più potente della storia.
R.
Gli interventi in Medio Oriente ai quali abbiamo assistito negli ultimi anni non solo non hanno risolto le crisi, ma hanno generato mostri più grandi. Non è un caso che spesso si siano abbattuti regimi tendenti al laico sostituendoli con regimi fondamentalisti.
D. Obama ha assicurato che gli Usa non inizieranno una nuova guerra in Iraq, anche se l'operazione non avrà durata breve.
R.
Non credo che ci sarà un intervento simile a quello del 2003. Gli scenari bellici più recenti fanno pensare a un ritorno massiccio di una guerra fredda.
D. Il ministro degli Esteri Federica Mogherini ha aperto alla possibilità di un intervento italiano. Che ne pensa?
R.
Mi chiedo, come sempre in questi casi, chi ci guadagni…
D. Lei è rimasto coinvolto nell’attentato che a Nassiriya è costato la vita a 28 persone, 19 delle quali italiane. Undici anni dopo che ricordi ha?
R.
Il mio lavoro sulla memoria di quel giorno è ancora in corso. Questo non mi permette di dimenticare neppure un istante. Il fatto di averlo fissato su carta e su pellicola, poi, lo rende ancora più cristallino.
D. Da quella esperienza sono nati un libro e un film, 20 sigarette. Vinicio Marchioni che interpreta il suo ruolo dice: «Non sono una vittima». Come si considera allora?
R.
Mi sento più che altro un carnefice.
D. In che senso?
R.
Il mio stile di vita, le mie ambizioni, le mie ansie sono concause dell’attentato stesso. Subito dopo l’accaduto mi è stato messo in braccio il cadavere di un bambino. Non riesco a non pensare che non sarebbe mai morto se noi non fossimo stati lì.
D. Dopo l’attentato non ha partecipato alle cerimonie. C’è stata, ha spiegato più volte, una «vergognosa distrazione». Cosa vuol dire?
R.
A dire il vero ho partecipato i primi anni, per dimostrare il dovuto rispetto alle vittime e ai loro familiari. Mi sono presto reso conto, però, che questi appuntamenti venivano usati come vetrine per i vari politici che, solo quel giorno, sembravano interessarsi alla questione, per poi dimenticarla.
D. Non è ancora stata fatta chiarezza sulla strage.
R. Il processo di elaborazione non è ancora finito e la verità non è ancora emersa completamente.
D. Si spieghi.
R.
C’è stata una fase del processo presso la Procura militare nella quale ho sperato che si facesse il passo logico e necessario a offrire un po’ di verità a questa storia.
D. Invece?
R.
Se i comandanti delle caserme di Nassiriya che sono stati condannati hanno dichiarato di aver avvertito il ministero dell’incombente pericolo di attentato, e se il ministero ha sempre ignorato gli allarmi per questioni di opportunità, allora, forse, bisognava chiedere conto a chi in quel periodo doveva a tutti i costi dimostrare che la zona era priva di pericoli, anche a costo di sacrificare qualche vita.
D. Allora di chi è la colpa?
R.
La politica non è mai stata chiamata ad assumersi le sue responsabilità, a mio avviso oggettive. Credo che alcuni elementi dell’allora governo sia siano comportati in modo criminoso.
D. Ha più avuto contatti con gli altri sopravvissuti?
R.
Sì, sono in contatto con alcuni dei sopravvissuti e con alcuni dei familiari delle vittime. Ma questa è storia privata, così come le reazioni a un fatto simile sono diverse e legate alla sensibilità delle singole persone.
D. Quali differenze ci sono fra l’Iraq di oggi e quello che lei ha conosciuto?
R.
Sono stato troppo poco tempo per definire l’Iraq di allora. E di quello attuale so ancora meno. Credo che uno dei primi risultati che si ottengono intervenendo come abbiamo fatto in Iraq, e non solo, sia il progressivo smantellamento dello stato di diritto, della sicurezza, della salute. Insomma di quegli elementi che invece servirebbero alla democrazia che ci siamo raccontati di voler esportare.

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