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ESTERI 19 Agosto Ago 2014 0621 19 agosto 2014

Usa, i poliziotti e le violenze sugli afroamericani

Ogni anno fanno 1.000 morti. Soprattutto neri.

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Agenti di polizia a Ferguson, in tenuta anti sommossa. © Ansa

A Ferguson, sobborgo di St. Louis, in Missouri, è il caos dopo che Michael Brown, un nero di 18 anni, disarmato, è stato ucciso da un poliziotto, Darren Wilson. La vicenda non è isolata: solo nell’ultimo mese almeno quattro afroamericani hanno perso la vita in situazioni simili.
Il caso è destinato a infiammare il dibattito sui metodi della polizia statunitense, spesso duri, al limite della violenza, soprattutto nei confronti delle minoranze. Le polemiche in questo senso vanno di pari passo con lo spinoso tema del razzismo, un problema mai veramente superato anche se alla Casa Bianca siede Barack Obama, primo presidente afroamericano. Fino a che punto le azioni degli agenti sono giustificate dai fatti? E in che misura invece si tratta di violenze gratuite scatenate dal colore della pelle delle persone?
1.000 VITTIME DELLA POLIZIA OGNI ANNO. Dare una risposta univoca non è facile dal momento che negli Stati Uniti non ci sono statistiche ufficiali sugli episodi di violenza e sul numero di cittadini uccisi dalla polizia. Nel 1994 il Congresso americano aveva varato una legge, il Violent Crime and Law Enforcement Control Act, che tra le altre cose imponeva al dipartimento di Giustizia di redigere periodicamente statistiche, ma di fatto la documentazione è scarsa e lacunosa e non esiste una banca dati ufficiale, nonostante il miliardo di dollari stanziato per condurre annualmente le ricerche. Bisogna dunque affidarsi ad altre fonti. Secondo uno studio del Washington Post, ogni anno tra 500 e 1.000 americani vengono uccisi dalla polizia, includendo i casi legittimi e non (l’uso della forza è consentito quando gli agenti accertano la presenza di una reale minaccia alla sicurezza, non di una potenziale). Il numero di agenti che hanno perso la vita durante il servizio è molto più basso: secondo il National Enforcement Officers Memorial Fund meno di 200 all’anno (127 nel 2012 e 165 l’anno precedente).
INDAGINI IN OTTO STATI AMERICANI. Se è vero che nelle grandi città la strategia di “tolleranza zero” ha contribuito ad abbassare il tasso di criminalità (è un esempio il caso di New York, resa più sicura a partire dagli Anni 90 dall’allora sindaco Rudolph Giuliani), sempre più spesso gli agenti si fanno prendere la mano: secondo il National Police Misconduct Reporting Project, studio dell’influente think tank di Washington Cato Institute, solo nel 2010 ci sono state 4.861 denunce di abusi che coinvolgevano 6.613 agenti e negli anni successivi i numeri non sono migliorati. Dove sta la linea di demarcazione tra il legittimo uso della forza e la violenza gratuita? Il dibattito è più che mai aperto e le accuse sono gravi, al punto che il dipartimento di Giustizia ha avviato indagini su sistematici abusi di potere da parte della polizia in 15 città in otto stati (Michigan, California, Ohio, Maryland, West Virginia, New York, Florida e Lousiana).

Solo un agente su otto viene punito

Dal canto suo la polizia americana ha sempre respinto con fermezza le accuse di violenza e razzismo, cercando di proteggere la propria immagine e condannando i singoli episodi come azioni isolate di «alcune mele marce», come ha detto di recente il capo della polizia di New York.
Le associazioni per la tutela dei diritti civili, però, accusano le forze dell’ordine di non punire in modo adeguato gli agenti che si rendono protagonisti di abusi. Anche in questo caso mancano numeri ufficiali, ma secondo il Center on Race, Crime, and Statistics del John Jay College of Criminal Justice di New York solo i fatti più gravi, che come quello di Michael Brown attirano l’attenzione pubblica, sono oggetto di accurate indagini interne o da parte di altre autorità, come il dipartimento di Giustizia o l’Fbi. Il Cato Institute calcola che tra il 2009 e il 2010 di circa 8.300 accuse di abusi 3.200 hanno portato a incriminazioni formali e solo 1.000, una su otto, sono state effettivamente punite in qualche forma.
OAKLAND: NERI COINVOLTI IN 37 SPARATORIE SU 45. A farne le spese sono spesso cittadini afroamericani, che continuano a essere vittime di atteggiamenti nati durante gli anni della segregazione razziale, quando la legge tutelava le aggressioni camuffate da tutela dell’ordine pubblico da parte della polizia verso i neri. Secondo un recente studio dell’Fbi tra il 2005 e il 2012 un agente bianco ha ucciso una persona nera in media due volte a settimana. In alcune città il fenomeno è particolarmente evidente: come mostra uno studio della National Association for the Advancement of Colored People, una delle principali associazioni americane per la tutela dei diritti civili negli Stati Uniti, a Oakland, in California, la polizia locale è stata coinvolta in 45 sparatorie tra il 2004 e il 2008, 37 delle quali per violazioni, vere o presunte, commesse da afroamericani. Un trend simile è stato evidenziato anche a New York, dove il New York City Police Department ha fatto sapere che tra il 2000 e il 2011 sono stati uccisi dalla polizia più neri che bianchi o ispanici.
Tra i casi più eclatanti quelli di Amadou Diallo, 23enne immigrato dalla Guinea a New York e freddato nel 1998 con 19 colpi di pistola (ne erano stati esplosi 41) da quattro agenti che scambiarono il portafoglio dell’uomo per una pistola, e di Darius Kennedy, 51 anni, ucciso con 12 colpi da due poliziotti perché stava fumando uno spinello a Times Square (l’uomo aveva con sé un coltello).
IN DOTAZIONE ATTREZZATURE MILITARI. Gli episodi di violenza che coinvolgono agenti di polizia americani non sollevano interrogativi solo sul razzismo latente negli Stati Uniti, ma anche sull’addestramento delle forze dell’ordine: spesso mancano le risorse per un adeguato training all’uso di armi da fuoco e alla gestione di situazioni di emergenza. Secondo uno studio di Forbes il problema è destinato ad acuirsi ora che il dipartimento alla Difesa ha autorizzato la polizia a dare agli agenti attrezzature militari, come fucili automatici, oltre a quelle normalmente in dotazione, come i taser, che utilizzano una scarica elettrica per paralizzare temporaneamente i muscoli della persona colpita. Ad aggravare la situazione è il fatto che negli ultimi anni nelle forze dell'ordine sono confluiti, spesso tramite canali privilegiati, i reduci delle guerre in Kosovo, Iraq e Afghanistan. Addestrati in modo diverso rispetto ai poliziotti e abituati a un differente metro di valutazione delle minacce, oltre che più propensi alla violenza.

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