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GUERRA & BUSINESS 20 Agosto Ago 2014 1710 20 agosto 2014

Isis: la compra-vendita degli ostaggi che autofinanzia la jihad

Il sistema fanatico-mafioso dei miliziani del Califfato.

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James Foley era un reporter veterano di guerra. Il giornalista Usa che l'Isis, lo Stato islamico dell'Iraq e della Siria, con un video cruento ha rivendicato di aver ucciso, era stato sequestrato in Libia, sotto le bombe del 2011, da un gruppo di gheddafiani che in seguito lo avevano liberato.
Poi il freelance 40enne era scomparso in Siria, nel novembre 2012, nella provincia nordoccidentale di Idlib: tra le zone più pericolose e contese della guerra civile.
Allora l'Isis (in arabo Daish) non aveva ancora un Califfato, né si chiamava così: la denominazione, poi accorciata in Is, è stata assunta solo nel 2013, dopo l'espulsione da al Qaeda e l'allargamento in Siria.
DA AL QAEDA ALL'IS(IS). Fuori dall'Iraq, l'attuale Is veniva etichettato come una galassia jihadista, responsabile di attentati e rapimenti, che penetrava in Siria dal corridoio iracheno, per unirsi ad altri estremisti sunniti venuti dal Nord Africa, dalla Turchia e anche dall'Europa. Tutti, come al Nusra, genericamente vicini o affiliati ad al Qaeda.
Questo insieme di violenza e malaffare, rinsaldato dal proliferare di gruppi criminali e di altre bande, è stato descritto dal reporter di guerra Domenico Quirico, dopo il suo sequestro.
Nell'anarchia siriana, terrorismo islamico e delinquenza comune si sono saldati, seguendo un modello iracheno che si è espanso e rafforzato, in un circolo vizioso foriero di un ulteriore salto di qualità: il regime di criminalità organizzata dell'Is.
LA GOMORRA SIRIANA. Dietro lo specchio del Califfato islamico, i jihadisti in nero hanno instaurato una Gomorra che vive di traffici soprattutto illeciti. Di vendite del petrolio depredato e di taglieggi mafiosi, di introiti da sequestri e da finanziamenti stranieri.
I vertici e le sigle dei network del terrore cambiano da al Qaeda ad al Nusra fino a Is, a seconda della predominanza dei leader in competizione.
Ma la base è sempre la stessa e si sposta di gruppo in gruppo, fino a saltare sul carro del vincitore. Di questa catena si nutre anche il giro di rapimenti di Quirico, Foley e di altre centinaia di scomparsi della Primavera araba.

Scontri e scissioni tra i gruppi della jihad

James Foley in ginocchio durante decapitazione.

La filiera della jihad non è stabile. Tra i vari gruppi fondamentalisti esplodono guerre e scissioni, come nel caso di al Nursa e Is, acerrimi rivali, soprattutto per questioni di soldi.
Ma l'indotto esiste e, finora, sulle faide intestine ha prevalso l'accorpamento al modello dominante, l'aggregazione sulla disgregazione.
MIGRAZIONE SULL'ISIS. Attratti dai soldi e dalle promesse del Califfato, i combattenti qaedisti di svariate sigle minori stanno migrando verso i jihadisti del Daish: non solo in Siria, Libano, Giordania, Yemen, Egitto e altri Paesi arabi e africani. Ne arrivano poi dalla Russia, dalla Turchia e da diversi Stati asiatici ed europei.
La cartina di tornasole che il flusso ha preso questa direzione sono le donne e i combattenti stranieri convogliati, dai medesimi canali salafiti europei, attraverso la Tunisia e la Turchia: un tempo andavano verso i qaedisti di al Nusra in Siria, ora scelgono l'Is, tra Siria e Iraq.
L'INDOTTO DEI RAPIMENTI. Seguendo questa logica, è verosimile che i rapiti in Siria come Foley siano passati di mano in mano, attraverso diverse compra-vendite e scambi di favori.
Fino a cadere, come nel caso del reporter Usa mostrato sgozzato in Rete (le immagini sono state subito rimosse da YouTube) nelle braccia dell'Isis, che è il maggior acquirente e fa un grande uso politico di sequestri e decapitazioni.
Anche perché sanno che i governi - come l'Italia - attraverso servizi segreti e contatti locali, pagano per riavere indietro gli ostaggi connazionali e possono spezzare questa catena ai livelli intermedi.
CACCIA AI MAXI RISCATTI. Potenze intransigenti come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna si comportano in maniera differente, e i loro sequestrati possono ricomparire anche 636 giorni dopo la loro sparizione - è stato il caso di Foley - in tuta arancione come i detenuti di Guantanamo, mentre vengono uccisi per ritorsione.
Nell'ultimo filmato dell'Isis compare anche Steven Joel Sotloff, un altro giornalista statunitense rapito in Siria. E si teme anche per la sorte di Austin Tice, un terzo freelence, ex marine, sparito, vicino a Damasco, nel 2012.
Oltre al reporter americano, ufficialmente disperso in attesa che il video sia dichiarato autentico dalla Casa Bianca, dal 2011 solo in Siria risultano missing 20 giornalisti. Altri 110, dai dati del Doha Centre for Media Freedom, sono stati invece uccisi durante il loro lavoro.

I miliziani si lasciano convincere da grandi somme di denaro

Come Quirico, rapito nell'aprile 2013 e ostaggio, fino al settembre successivo, di diversi sequestratori - inclusi i qaedisti di al Nusra (allora non era ancora Isis) - di «sedicenti islamisti, in realtà giovani sbandati» e di «gruppi tra il banditismo e il fanatismo», alcuni inviati francesi e spagnoli sono stati rilasciati nel 2014. Anche dai jihadisti dell'Is, dietro il pagamento di grandi riscatti.
Altri, come l'inglese John Cantlie, sono morti uccisi dai loro rapitori, mentre cercavano di fuggire o per vendetta. E altre decine di operatori umanitari e missionari - come gli italiani padre Paolo dall'Oglio, disperso dal luglio 2013, e le giovani volontarie, Vanessa Marzullo e Greta Ramelli - figurano come missing, impigliati nella rete di violenze e rapimenti.
TRA ISLAM E OCCIDENTE. Genericamente, gli scomparsi vengono descritti come «rapiti da un gruppo di estremisti islamici vicini ad al Qaeda». Non di rado, come nel caso di Cantlie e Foley, con legami europei, rispettivamente da fondamentalisti britannici attivi in Siria e, a giudicare dall'audio del video diffuso dall'Is, da un miliziano arabo con accento inglese.
Chi ha la fortuna di tornare vivo dall'inferno, racconta spesso di essere stato vittima di sbandati, drogati e criminali comuni. Abu Bakr al Baghdadi, alias califfo Ibrahim, ha saputo capitalizzare molto meglio di Ayman al Zawahiri, l'erede di Osama bin Laden, questo patrimonio di crudeltà.
Per gli esperti del antiterrorismo Usa, dopo il trampolino di lancio dei petrodollari dei ricchi emiri del Golfo, l'Is riuscirebbe ormai a auto-finanziarsi in proprio con «rapine bancarie, estorsioni, furti e contrabbando di petrolio».
UN SISTEMA MAFIOSO. I metodi criminali includono, però, pure rapimenti e taglieggi di aziende e cittadini, attraverso un capillare racket mafioso e isituzionalizzato.
La maxi rapina in banca di decine di milioni di dollari, con la presa di Mosul, seconda città dell'Iraq, è l'azione più eclatante di pratiche illecite sistematiche e ormai strutturate: la manovalanza, dal Levante siriano ai confini orientali dello Stato islamico, non manca.
Con Quirico, i più umani sono stati i sequestratori di al Nusra. «La rivoluzione», ha scritto il giornalista de La Stampa, «è diventata fanatismo e lavoro di briganti». Un «Paese del Male» sempre più grande, dove «si ride del dolore» e «persino i bambini e i vecchi gioiscono a essere cattivi, pregando Dio, senza rimorsi e in assenza di misericordia».

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