INTERVISTA 21 Agosto Ago 2014 0700 21 agosto 2014

Foley decapitato, Stefano Jacoviello: «Video tra osceno e grottesco»

Il semiologo Jacoviello: «È violenza pura».

  • ...

La conferma che si trattava di un video «autentico» è arrivata dai servizi segreti degli Stati Uniti, attraverso la portavoce del Consiglio nazionale per la Sicurezza della Casa Bianca, Caitlin Hayden. James Foley, reporter americano del Global Post, è stato decapitato dai miliziani dell'Isis, che hanno filmato e diffuso l'esecuzione su Twitter e su YouTube, sconvolgendo il pubblico di tutto il mondo (guarda le foto).
FORZA NELL'OSCENITÀ. Secondo Stefano Jacoviello, docente di Semiotica della cultura all'Università di Siena, il fatto che il video «sia autentico oppure no, non è così importante». Ciò che conta davvero, è la sua tesi, è «l'azione che lo spettatore fa per autenticarlo». E continua: «la forza di un atto comunicativo come questo non risiede tanto nella sua autenticità, quanto nella sua oscenità».

Stefano Jacoviello, docente di Semiotica della cultura presso l'Università di Siena.

D. Qual è il meccanismo che regola il tipo di comunicazione scelta dai carnefici?
R. Filmati come questo lavorano su una serie di elementi, culturalmente anche non connessi fra di loro, e li mescolano per creare un ibrido che si attiva nel momento in cui tutti gli 'ingredienti' vengono messi insieme.
D. Che cosa ne viene fuori?
R. Non c'è nulla che si possa immaginare al di là di quello che si vede. E quello che si vede riempie completamente lo spazio del visibile.
D. Quindi bisogna analizzare gli elementi del video...
R. Il primo è la decapitazione stessa. Nella cultura islamica esiste una procedura rituale per quest'azione, quella del sacrifico. La stessa che viene eseguita con gli animali durante i bairam (le feste religiose, ndr), che è stata applicata anche a casi di decapitazione di esseri umani e che viene effettuata nei macelli halal. In questo video, però, l'elemento del sacrifico viene meno.
D. Da cosa lo deduce?
R. La procedura rituale prevede la recitazione della formula detta basmala (bismillah i-rahman i-rahim). Qui non si sente. In un video diffuso su internet che mostrava la decapitazione di un apostata in Egitto, prima che l'esecuzione si compisse, si sentiva una voce fuori campo pronunciare i nomi di Allah. Una procedura del genere fa sì che l'uccisione possa essere compresa come un rito di purificazione, come un'offerta sacrificale.
D. Cosa che non avviene nel video.
R. Nel filmato c'è pura violenza. L'elemento del sacrificio, normalmente predominante, non appare. Siamo di fronte al comportamento di alcuni fanatici, che non hanno nulla a che fare con la religione. È un meccanismo di comunicazione che lavora sulla saturazione dell'immaginario.
D. Poi c'è il fatto che la vittima era vestita come i prigionieri di Guantanamo.
R. Lo spettatore assiste in questo modo al ribaltamento figurativo del rapporto tra vittima e carnefice. Le immagini di Guantanamo mostravano appunto uomini prigionieri, vestiti di arancione e con le mani legate dietro la schiena. Qui è Foley che appare al posto loro. Ma un altro elemento significativo è l'immagine sullo sfondo.
D. Che immagine è?
R. È un'immagine 'da cartolina', che fa tanto Medio Oriente. È uno sfondo che fa pensare a tutto, anche al deserto che era già presente nelle immagini di Osama bin Laden.
D. Un riferimento allo sceicco del terrore?
R. Per lanciare i suoi messaggi, bin Laden assumeva una forma molto simile a quella della predicazione di Cristo, così come è stata rappresentata nei film del cinema americano: sono tutti elementi che in qualche modo appartengono già all'immaginario occidentale, e che vengono montati insieme.
D. Quindi?
R. Quindi ciò che conta davvero è l'azione che lo spettatore fa per autenticare il video. La coazione a guardare. La forza di un atto comunicativo come questo non risiede tanto nella sua autenticità, quanto nella sua oscenità.
D. In cosa consiste questa oscenità?
R. Nel far vedere la morte, l'atto di uccidere, come l'atto sessuale nella pornografia. L'immagine oscena è efficace proprio per questo, perché impone uno sguardo obbligato.
D. Cioè?
R. Lo spettatore non può guardare altrove. Non c'è nessuna comunicazione fra quello che vede e qualcos'altro nell'immagine, o qualcos'altro nel mondo. Non c'è un fuori campo: il formato dell'immagine ti obbliga a guardarla senza poterla interpretare.
D. Insomma non c'è altro da guardare se non quello che accade?
R. È una specie di cazzotto che arriva nello stomaco, rispetto al quale lo spettatore non può posizionarsi. Ci sono poi altri elementi, che più che osceni definirei grotteschi.
D. Quali?
R. Il riferimento diretto al presidente americano Barack Obama, per esempio. Quel «You, Obama», enfatizzato e ripetuto, che evoca quasi il «I want you» dello zio Sam, altro elemento già presente nell'immaginario collettivo occidentale e che nel contesto di un'esecuzione appare del tutto fuori luogo, fuori dalla coerenza generale.
D. Nulla di originale quindi?
R. L'unica chiave veramente originale, anche rispetto agli altri video diffusi da terroristi islamici, mi sembra la sottolineatura dell'avvenuta istituzione di un Califfato. Il filmato spinge molto sul fatto che l'organizzazione terroristica abbia creato uno Stato riconosciuto.
D. Dove sta la differenza rispetto al passato?
R. Ai tempi di bin Laden il Califfato esisteva come un mito. Alcuni intellettuali, soprattutto in Occidente, lasciavano intravedere in questo modo una possibile continuità storica rispetto all'età dell'oro dell'Islam.
D. Invece ora?
R. Il Califfato in quanto tale produce questo orrore: inevitabilmente spezza quel mito positivo, e interrompe bruscamente quella narrazione.
D. Ma pubblicare un video del genere, rende complici dell'orrore e fa il gioco dei terroristi?
R. Non ne farei una questione di complicità. Il problema semmai è che questi video impediscono allo spettatore di prendere liberamente una posizione: il posto offerto dal video e la posizione che lo spettatore può prendere sono perfettamente coincidenti.
D. Dunque la vera vittima è lo spettatore?
R. L'obiettivo da colpire non è mai la vittima in carne e ossa. Questa viene semplicemente usata per creare uno choc, un modello di visione obbligata. Ma poi l'obiettivo del video è il pubblico, che non è certo quello delle popolazioni arabe, visto che il boia parla inglese. È un video che si rivolge a un immaginario globale.
D. Con quale messaggio?
R. Il giornalista muore per colpa degli Stati Uniti. Un'interpretazione anche questa obbligata, che nell'economia dei valori cancella per esempio il fatto che lo Stato islamico stia sterminando intere minoranze. Il modello di costruzione dell'immagine impedisce il ragionamento contrario.
D. Esaltano l'immagine del grande 'diavolo' americano.
R. Questo è quello che vogliono fare apparire. E il video cancella le colpe degli uomini del Califfato.
D. È possibile resistere a questo meccanismo?
R.
Occorre sganciarsi da questa catena, e pensare al di là della morale. Uscire dagli schemi delle interpretazioni di tipo morale, i cui principi in questi video sono sempre obbligati, e allargare lo sguardo: al di fuori e al di là dello schermo.

Correlati

Potresti esserti perso