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ANALISI 24 Agosto Ago 2014 0800 24 agosto 2014

Ucraina, 23 anni d'indipendenza: la triste festa di Kiev

Cosa resta del Paese ex Urss.

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da Kiev

I festeggiamenti per l'indipendenza dell'Ucraina: il Paese s'è staccato dall'Urss nel 1991.

Il 24 agosto 1991 la Rada, il parlamento ucraino, dichiarava l’indipendenza da Mosca che sarebbe stata confermata con il referendum popolare del 1 dicembre.
Allora la stragrande maggioranza degli ucraini (90,32%) si espresse per il distacco dal Cremlino.
SÌ ALL'INDIPENDENZA. In tutte le regioni del Paese la percentuale dei cittadini in favore dell’indipendenza fu al di sopra del 75%, senza grosse differenze tra Nord e Sud o tra Est e Ovest.
Solo in Crimea la percentuale fu del 54%, con una spaccatura più evidente tra chi voleva imboccare una via propria e chi seguire ancora quella russa.
FESTA SENZA LA CRIMEA. A 23 anni dallo storico passo, l’Ucraina celebra un anniversario dal sapore amaro, partendo dal fatto che un altro referendum, quello tenuto in Crimea il 16 maggio, ha sancito di fatto la separazione della penisola sul Mar Nero.
REFERENDUM PILOTATO. Poco importa che la consultazione popolare, pilotata dal Cremlino dopo l’occupazione manu militari delle forze filorusse, non sia stata riconosciuta dalla comunità internazionale.
La sovranità ucraina è stata ferita in maniera indelebile e a Kiev come altrove poco si può fare di fronte alla zampata dell’orso russo.
PAESE ORMAI SEGNATO. Rispetto alle celebrazioni del 2013, avvenute in sordina durante la presidenza di Viktor Yanukovich con il duello tra Unione europea e Russia sulla firma dell’Accordo di associazione ormai in atto, l’Ucraina ha cambiato non solo faccia politica e geografica, ma si è infilata in un tunnel dal quale, anche se presto emergerà, rimarrà comunque segnata per qualche lustro.
NUOVI RAPPORTI CON KIEV. La guerra nel Donbass, indipendentemente da come vada a finire, è destinata a rimanere in ogni caso uno spartiacque nella ricostruzione del rapporti tra centro (Kiev) e periferia (Lugansk e Donetsk prima di tutto, ma non solo) nella nuova Ucraina che deve far fronte a cambiamenti fondamentali per non rischiare di diventare un classico failed state, uno Stato fallito.

Paese gestito da un sistema politico-oligarchico sin dal 1991

Petro Poroshenko, presidente dell'Ucraina.

La breve storia dell’Ucraina dal 1991 a oggi è stata segnata da piccoli e grandi terremoti che ne hanno minato la stabilità. A reggere le sorti del Paese è stato per oltre due decenni un sistema politico-oligarchico che ha fagocitato le risorse dello Stato, lasciando la gran parte della popolazione alla finestra: un quarto dei cittadini vive in sostanza al di sotto della soglia di povertà (dato del 2010).
STESSE FACCE AL POTERE. Dopo il distacco da Mosca e la breve parentesi sotto la presidenza di Leonid Kravchuk è stato Leonid Kuchma (1994-2004) a gestire le danze interne e quelle tra Russia e Occidente, badando a conservare gli equilibri con un occhio soprattutto per la propria sopravvivenza.
Gli attori sul palcoscenico caratterizzato da corruzione e cleptocrazia sono da allora gli stessi, con l’aggiunta di quelli arrivati successivamente solo per motivi generazionali, legati però ai soliti e consolidati poteri forti.
FLOP DELLA RIVOLUZIONE. La rivoluzione del 2004, che in Ucraina è stata denominata «la rivoluzione dei milionari contro i miliardari», ha dato l’illusione in Occidente che l’ex Repubblica sovietica potessi staccarsi dai fantasmi del passato. Ma in breve tempo i vincitori Viktor Yushchenko e Yulia Timoshenko sono naufragati, rimanendo aggrappati alla barca sino al 2010.
LE SVOLTE DEI CITTADINI. Poi l'arrivo di Yanukovich, delfino di Kuchma che nel 2004 era stato accusato di ogni nefandezza, ha sancito il fallimento del movimento arancione, spazzato via proprio da chi l’aveva fatto trionfare alle urne. Cioè gli ucraini. Gli stessi che tre anni dopo, cioè alla fine di novembre 2013, hanno avviato l’ennesima fase rivoluzionaria.
GUERRA NEL DONBASS. Il resto è storia recente: un cambio di regime macchiato di sangue e avallato dall’Occidente, la reazione russa con l’annessione della Crimea e il conflitto nel Donbass.
Il presidente Petro Poroshenko, il quinto dall’indipendenza, ha sicuramente il compito più difficile rispetto ai suoi predecessori: quello di tenere insieme un Paese che è vicino a sfaldarsi.
STATO A RISCHIO IMPLOSIONE. Nei piani del capo dello Stato c’è la chiusura nella campagna nel Sud Est a breve, la vittoria alle elezioni parlamentari anticipate con un blocco presidenziale che possa gestire la maggioranza alla Rada e l’avvio di quelle riforme costituzionali e strutturali che ogni inquilino della Bankova ha promesso senza realizzarle.
Questa volta, però, c’è in ballo la tenuta stessa dell’Ucraina che, schiacciata tra Russia e Occidente, rischia di implodere e di festeggiare a brandelli i prossimi anniversari.

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