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ESTERI 27 Agosto Ago 2014 0600 27 agosto 2014

Is, le ragioni della sua espansione

Tra i protagonisti le politiche di al Maliki e le azioni militari Usa.

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I progressi militari dello Stato Islamico (Is) lo hanno reso il più importante porto sicuro per gli estremisti islamici dai tempi dei talebani detenuti in Afghanistan.
Dopo l'avanzata in Iraq e la proclamazione del Califfato, i jihadisti guidati da al Baghdadi stanno mettendo fortemente in discussione gli equilibri in Siria. E minacciano di non fermarsi.
UN GROVIGLIO DI RESPONSABILITÀ. Ma chi c'è dietro la travolgente ascesa dell'Is? Sicuramente i governi di Iraq e Siria hanno svolto un ruolo importante, ma così hanno fatto gli Stati Uniti, l'Iran e le monarchie del Golfo. Arabia Saudita in primis.
Un groviglio di responsabilità che Vox.com ha analizzato cercando di mettere ordine tra i fatti che hanno portato alla nascita, prima, e all'espansione, poi, dello Stato Islamico.

1. Le politiche repressive di Maliki nei confronti dei sunniti

Il primo ministro iracheno Nuri al Maliki con Barack Obama.

Il primo ministro iracheno Nouri al Maliki dal 2006 ha messo in piedi un governo sciita autoritario che ha sistematicamente escluso i sunniti dal potere.
In primo luogo ha utilizzato le leggi antiterrorismo per imprigionare i dissidenti. Poi ha sfruttato quelle pre-Saddam per tenere fuori i sunniti dalle alte sfere del governo. Infine ha usato la forza per spezzare pacifiche manifestazioni contro il suo esecutivo e si è allineato con le milizie sciite non governative che avevano abbattuto i sunniti durante la guerra civile.
DISPARITÀ DI TRATTAMENTO. Le politiche di Maliki hanno convinto i sunniti iracheni che il governo non li avrebbe mai trattati alla pari dei loro connazionali. E lo Stato islamico si è così trasformato in un'alternativa estremamente attraente.
Ma il premier non è stato il solo colpevole in questa escalation di tensione. Politici sciiti molto influenti hanno osteggiato alcuni dei tentativi più concilianti proprio di Maliki, come quello di riformare le leggi pre-Saddam di cui egli stesso in precedenza aveva fatto uso.

2. La sfiducia dei sunniti nel governo di Baghdad e l'alternativa dell'Is

Manifestanti sciiti in piazza.

Sull'Is ci sono poche certezze ma una è assodata: non può soppravvivere senza il sostegno popolare, come si evince dall'esperienza di al Qaeda nel 2008.
Insomma l'appoggio che il gruppo jihadista sta ottenendo in questo momento da un certo numero di sunniti iracheni è fondamentale per la sua espansione. Le ragioni, oltre che nelle politiche di Maliki, stanno nello scetticismo che queste persone nutrono nei confronti dello Stato iracheno stesso. In sostanza la minoranza sunnita, che era al governo ai tempi di Saddam, ritiene di dover essere ancora oggi il gruppo guida.
«SCIITI INCAPACI DI GOVERNARE». Secondo Shireen Hunter dell'università di Georgetown, «finora l'obiettivo dei sunniti iracheni è stato quello di dimostrare che la controparte non è in grado di governare l'Iraq, vedono la leadership politica come diritto di nascita e si risentono degli intrusi sciiti».
Finché i sunniti saranno ostili all'idea stessa di un governo di maggioranza sciita, inevitabile per ogni democrazia irachena, saranno disposti a cercare alternative. E oggi questo si traduce in un supporto all'Is.
Questo discorso vale parzialmente anche in Siria, dove la dittatura sciita di Bashar al Assad ha a lungo alienato la maggioranza sunnita del Paese.

3. L'invasione americana dell'Iraq nel 2003

Militari dell'esercito statunitense in Iraq.

Per quanto riguarda gli Stati Uniti la loro responsabilità più evidente è da rintracciarsi nella guerra in Iraq del 2003.
I militari americani hanno scatenato uno scontro settario, e in generale ricreato le stesse condizioni dell'ascesa di al Qaeda.
Senza l'invasione da parte di Washington, l'organizzazione giudata da Osama bin Laden a Baghdad e dintorni non sarebbe mai stata così forte, e l'Is non si sarebbe sviluppato fuori dal Paese.
LE TRUPPE ADESSO AVREBBERO AIUTATO. Qualcuno dice che il non coinvolgimento degli Usa in Iraq dopo il ritiro delle truppe abbia giovato allo Stato Islamico. Ma ciò impallidisce in confronto alle conseguenze stesse dell'occupazione.
Un contingente americano in Iraq avrebbe potuto supportare l'offensiva irachena contro i jihadisti a giugno 2014, e il bombardamento Usa di obiettivi dello Stato Islamico in Siria potrebbe aver indebolito in parte il gruppo guidato da al Baghdadi. Ma le cause predominanti dell'espansione dell'Is nei due Paesi, la politica irachena interna e la guerra civile siriana, non potevano essere risolti attraverso l'azione militare americana.

4. Il tacito assenso del regime di Assad

Il dittatore siriano Bashar al Assad.

Sulla carta, il presidente siriano Assad dovrebbe essere uno dei più grandi nemici del gruppo jihadista: la sua è una dittatura sciita e l'Is un'organizzazione estremista sunnita. Dal punto di vista strategico Bashar sta cercando di riconquistare la sua presa su tutta la Siria, e lo Stato Islamico attualmente detiene una grossa fetta del Paese.
Peccato che il dittatore abbia deliberatamente lasciato che l'Is fiorisse, per dividere i ribelli e costringere il mondo a scegliere tra lui e i jihadisti.
TRATTAMENTO 'DI FAVORE'. Il giornalista siriano Hassan Hassan ha spiegato che «quando i radicali islamici hanno preso Raqqa, la prima provincia a cadere sotto il controllo dei ribelli, il regime non ha seguito la stessa politica che aveva sempre impiegato altrove». Niente bombe giorno e notte sui territori per liberarli.
Assad ha chiuso un occhio, secondo Hassan, perché la stessa esistenza dell'Is ha reso meno probabile un intervento internazionale per fermare l'omicidio di massa dei siriani.
Se Assad avesse aggredito i territori controllati dai jihadisti con lo stesso fervore con cui ha combattuto altri ribelli, il gruppo quasi certamente non sarebbe così forte come lo è oggi.

5. Il sostegno dell'Iran ad Assad e Maliki

Soldati dell'esercito iraniano.

Teheran ha fornito un supporto considerevole dal punto di vista militare alla campagna irachena contro al Baghdadi ma, in precedenza, ha avuto un ruolo importante nell'ascesa dell'Is.
L'Iran è stato infatti il principale sostenitore di Maliki e ha sostenuto alcune delle milizie sciite più violente in Iraq, come il gruppo Mahdi Army di Moqtada al-Sadr (ora Sadr controlla uno dei principali partiti politici) o l’organizzazione Badr.
Queste milizie, così come il governo di Maliki, hanno contribuito ad allontanare i sunniti dal governo iracheno.
INTERVENTI A FAVORE DI DAMASCO. Quanto al ruolo dell'Iran in Siria, è intervenuto pesantemente in difesa di Assad, sia direttamente con l’esercito, sia indirettamente attraverso la milizia libanese Hezbollah.
Nel 2012, quando la caduta del dittatore sembrava sicura, Teheran inviò centinaia di truppe, combattenti di Hezbollah e milizie sciite irachene per aiutarlo. Contribuì inoltre con un’ingente quantità di armi e un prestito di 7 miliardi di dollari alla Siria per lo sforzo bellico. L'Iran svolse quindi un ruolo decisivo nella lotta contro i ribelli più moderati, creando lo spazio attraverso il quale l’Is sarebbe poi emerso come la più imponente forza anti-governativa.

6. I finanziamenti di Arabia Saudita, Qatar e Kuwait

Re Abdullah, sovrano dell'Arabia Saudita.

Nel 2011 e 2012 i primi finanziatori dell'Is furono Arabia Saudita, Qatar e Kuwait.
Questi governi non condividevano gli ideali estremisti dello Stato Islamico di al Baghdadi, ma lo vedevano come il modo migliore per ostacolare il regime di Assad e il suo alleato Iran.
La maggior parte del denaro, come riportato da Josh Rogin sul Daily Beast, proveniva da facoltosi privati cittadini delle monarchie del Golfo, che sfruttavano la morbidezza delle leggi anti-riciclaggio per farlo giungere a destinazione.
SOLDI A JABHAT AL-NUSRA. Oggi nessuno di questi Paesi vuole essere considerato ufficialmente un supporter dei jihadisti, ma i fatti restano: alcuni cittadini qatarioti hanno ammesso apertamente di aver finanziato Jabhat al-Nusra, il braccio di al Qaeda in Siria.

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