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INTERVISTA 27 Agosto Ago 2014 1300 27 agosto 2014

Isis, l'imam Izzedin Elzir: «Assad e al Maliki complici dei jihadisti»

L'imam di Firenze sui jihadisti.

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Dice Izzedin Elzir: i miliziani «dell'Isis sono dei criminali che usano violenza contro tutti - cristiani, yazidi, musulmani - strumentalizzando la religione per coprire i loro interessi economici e politici». Ma l'Occidente stia attento a non cadere nella «trappola di Bashar al Assad: ha usato i jihadisti per mantenere il suo potere in Siria e ora si pone come alleato indispensabile nella lotta contro il terrorismo. Un intervento americano sarebbe rischioso, solo un'azione Onu può fermare i massacri».
CONDANNA DELL'ISIS. Palestinese, 43 anni di cui circa la metà vissuti in Italia, Elzir è una delle voci più autorevoli del mondo musulmano italiano ed europeo.
Imam di Firenze, è stato il fondatore della comunità islamica del capoluogo toscano e dal 2010 è presidente dell'Unione delle comunità islamiche italiane (Ucoii), la più diffusa organizzazione musulmana del nostro Paese, che il 12 agosto ha condannato in un comunicato le «aberrazioni» compiute dal movimento jihadista in Iraq.
IMAM CHE PREDICA PACE. Elzir è anche, da qualche mese, il responsabile esteri della federazione delle organizzazioni islamiche d'Europa, una specie di Farnesina per la comunità musulmana del Vecchio Continente.
Laureato a Hebron, in Cisgiordania, dov'è nato, è diventato poi stilista all'Accademia italiana della moda e del design di Firenze.
Nel 2012 gli è stato conferito il premio Giorgio La Pira in occasione della giornata internazionale della pace dedicata al dialogo tra le religioni.

Izzedin Elzir, imam di Firenze.

DOMANDA. Chi si nasconde dietro l'Isis?
RISPOSTA. Un gruppo di criminali organizzati che usano la religione per coprire i loro veri interessi che sono economici e politici. Ma bisogna essere più precisi.
D. Prego.
R. L'Isis è nato in Siria, da piccoli gruppi di criminalità organizzata che hanno trovato nella religione uno strumento utile al loro fine. Purtroppo riescono ad attirare molti giovani perché hanno un pensiero estremista. La cosa positiva è che la popolazione irachena, in maniera molto chiara e netta, non intende sottostare ai crimini dell'Isis.
D. L'Isis combatte in nome del Corano, invoca la guerra santa contro gli infedeli, punta alla costituzione di uno stato teocratico. L'Islam non c'entra nulla?
R. E possibile che i giovani militanti si arruolino abbagliati da un'ideologia religiosa, ma poi scoprono che i loro leader sono solo dei criminali. A quel punto, però, anche scappare o ribellarsi diventa pericoloso, verrebbero uccisi. Ma tutto quello che l'Isis fa e rappresenta è assolutamente contrario all'Islam.
D. Perché?
R. L'islam come pensiero, come teologia, fin dai tempi del profeta Muhammad - «la pace sia con lui» - ha sempre rispettato le altre fedi religiose. Non si può uccidere una persona perché ha un credo diverso o imporle di convertirsi all'Islam con la forza. Il rispetto degli esseri umani, della vita e della dignità è la base di tutto.
D. C'è chi sostiene che la violenza jihadista sia anche frutto dell'intervento angloamericano del 2003, «dell'odio anti-occidentale» alimentato dalla guerra. Condivide questa analisi?
R.
C'è anche questo aspetto nel mosaico di elementi di cui l'Isis si serve per reclutare nuove leve. Hanno messo insieme nella loro propaganda, in maniera anche sottile, in un certo senso intelligente, diversi fattori per fare proseliti. Se andiamo a vedere chi sono i leader di questo gruppo scopriamo una cosa.
D. Cosa?
R. Molti sono ex baahatisti che erano con Saddam Hussein, generali o ex ufficiali. Hanno sfruttato il vuoto politico di questi anni in Iraq e la discriminazione di una parte religiosa verso l'altra per conquistare consenso e organizzarsi.
D. L'autoproclamato califfo al Baghdadi, però, non è un ex baahatista.
R. No, non lo è. Ma non è semplice delineare la sua figura dalle informazioni che abbiamo. È laureato in teologia islamica, è vero, ma a me sembra che questo venga usato dall'Isis solo per farne un capo carismatico.
D. Che responsabilità hanno Paesi come Qatar e Arabia Saudita nel sostegno all'Isis?
R. Personalmente non credo che lo finanzino perché l'Isis lavora contro i loro interessi. In più, tutti gli studiosi musulmani dell'Arabia Saudita, del Qatar e dell'Egitto hanno condannato questo gruppo.
D. Da chi sono appoggiati?
R. C'è un interesse reciproco a tenersi in vita con l'attuale regime siriano e c'era con il governo di al Maliki in Iraq, che ormai sta andandosene.
D. Dice che Assad li ha protetti?
R. Il regime siriano ha sfruttato l'Isis per mantenere il suo potere. L'Isis in Siria non ha mai attaccato Assad, ha attaccato sempre e solo l'opposizione siriana. Così sono riusciti a conquistare armi e basi militari. Con la complicità dei regimi di Damasco e di Baghdad.
D. Ha delle informazioni a riguardo o è la sua interpretazione dei fatti?
R. Noi abbiamo contatti con diverse realtà in Iraq e in Siria e tutti ci dicono che questa complicità c'era e c'è ancora. Crediamo che l'Isis sia uno strumento nelle mani dei servizi siriani e iracheni. Ha conquistato un'area vasta dell'Iraq in pochi giorni, non sarebbe stato possibile se non ci fosse stata la complicità del regime di al Maliki. E non è un caso che Assad abbia proposto ora un'alleanza agli Usa: li usa come un suo strumento per riconquistare legittimità agli occhi del mondo.
D. Obama ha negato che ci siano piani di collaborazione con Damasco. Ma, in caso di raid militari in Siria contro l'Isis, l'Occidente si troverebbe di fatto a essere alleato del suo (ex) nemico.
R. Spero che l'America sia più intelligente e non cada in questa trappola di stare accanto ai regimi. Gli Stati Uniti devono sostenere le opposizioni, solo così si può eliminare sia il regime siriano sia questo gruppo terroristico e criminale.
D. I raid contro le postazioni Isis non sono la risposta giusta?
R. Dubito. Abbiamo visto che questa risposta verso al Qaeda ha prodotto l'Isis. La mia paura è che nuovi attacchi producano qualcosa di peggiore. Credo che dobbiamo aiutare le popolazioni irachene e siriane che chiedono la libertà e la democrazia, farle crescere: solo così scomparirà l'Isis.
D. Anche il papa ha chiesto alla comunità internazionale di fermare i massacri. Se non con i raid, come si può intervenire?
R. Con una forza di interposizione Onu. Una proposta delle Nazioni unite sarebbe più efficace di ogni iniziativa presa da un singolo Paese. Agire insieme può dare risultati migliori che agire da soli. Non bisogna dare ai criminali dell'Isis la legittimità che guadagnerebbero ponendosi come coloro che combattono contro l'invasore, contro l'America che viene a occupare la terra dei musulmani, che sono i discorsi tipici della loro propaganda.
D. Nel frattempo l'Italia ha deciso di inviare armi ai peshmerga curdi. Cosa pensa di questa scelta?
R. Spero che non sia solo propaganda, perché ho letto che si tratterebbe di armi del 1986, che sono già scadute.
D. L'intelligence parla di una cinquantina di cittadini italiani pronti a combattere con i jihadisti. Quanto è esteso e reale il rischio di reclutamento in Italia?
R. In Italia ci sono 1,7 milioni di musulmani. Se sono una cinquantina i possibili potenziali miliziani vuol dire che la comunità islamica in questi 10 anni ha lavorato bene, usando la strategia «meglio prevenire che curare». Non credo ci sia terreno fertile per l'estremismo in Italia. Da quello che leggo sono stati reclutati attraverso internet.
D. Come si contrasta la propaganda in Rete?
R. È molto difficile. Persone che forse non hanno mai neanche frequentato una moschea e si sono convertite attraverso il web, non puoi raggiungerle e discutere con loro. Dobbiamo avere fiducia nel lavoro delle forze dell'ordine.
D. Dall'Europa sarebbero migliaia i cittadini partiti per la Siria e l'Iraq.
R. È vero che c'è un numero di militanti dell'Isis partiti dall'Europa, ma nell'Unione europea ci sono più di 20 milioni di musulmani. Qualche migliaio significa che il tasso di criminalità all'interno della comunità islamica non supera quello medio di altre comunità.
D. In Olanda un mese fa ci sono state manifestazioni spontanee a sostegno dell'Isis.
R. Si è vero, noi abbiamo preso atto di questo episodio e ci impegniamo a lavorare di più in quella realtà per fare più corsi di aggiornamento per gli imam e per parlare di più con la nostra comunità.
D. La Libia è l'altro fronte che preoccupa l'Europa e l'Italia in particolare. Che idea si è fatto della situazione a Tripoli?
R. C'è molta disinformazione sulla Libia e non ci aiuta a capire come agire, a prendere decisioni politiche equilibrate. La Libia è un Paese vicino a noi, abbiamo molti interessi lì, a cominciare dal gas: non dobbiamo appoggiare una parte politica più dell'altra, ma aiutare il processo democratico nel suo complesso.
D. Perché?
R. Non c'è dubbio che in alcune parti del mondo ci sia l'estremismo, ma la logica del sostenere una parte contro l'altra - estremisti contro laici, sunniti contro sciiti - non funziona.

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