Tribunale 131017093023
DIRITTI 29 Agosto Ago 2014 1303 29 agosto 2014

Adozioni gay in Italia, primo sì a una coppia lesbica

Bimba affidata a coppia omosex.

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L'aula di un tribunale.

Storica sentenza in Italia da parte del tribunale per i minori di Roma, che ha riconosciuto l'adozione di una bimba che vive in una coppia omosessuale (composta due donne lesbiche), figlia biologica di una sola delle due conviventi, entrambe libere professioniste.
Si tratta del primo caso di «stepchild adoption» nel nostro Paese, come ha sottolineato Maria Antonia Pili, legale con sede a Pordenone e presidente di Aiaf Friuli.
ETEROLOGA ALL'ESTERO. Le due donne vivono insieme da circa 10 anni e tanto tempo fa hanno maturato la volontà di condividere un progetto di genitorialità condivisa, come quello che poi si è realmente realizzato. La bimba è stata concepita con procreazione assistita in un Paese europeo e ha oggi cinque anni.
Il tribunale ha accolto il ricorso presentato per ottenere l'adozione della figlia da parte della mamma non biologica, la «stepchild adoption», già consentita in altri Paesi.
LA SENTENZA FAVOREVOLE. Le due donne, sposate all'estero, si erano rivolte all'Associazione italiana avvocati famiglia e minori, per procedere con il ricorso per l'adozione.
Il ricorso è stato accolto sulla base dell'articolo 44 della legge sull'adozione del 4 maggio 1983, n. 184, modificata dalla legge 149 del 2001, il quale contempla l'adozione in casi particolari. Secondo l’avvocato Pili «nel superiore e preminente interesse del minore a mantenere anche formalmente con l'adulto, in questo caso genitore 'sociale', quel rapporto affettivo e di convivenza già positivamente consolidatosi nel tempo, a maggior ragione se nell'ambito di un nucleo familiare e indipendentemente dall'orientamento sessuale dei genitori». La norma in questione infatti, ha aggiunto, «non contiene alcuna discriminazione fra coppie conviventi siano esse eterosessuali o omosessuali».
«GIURISPRUDENZA PIÙ AVANTI DELLA POLITICA». Secondo Pili, dunque, il tribunale per i minorenni di Roma «ha correttamente interpretato la norma di apertura» già contenuta nella legge sull'adozione.
Non si è trattato quindi di concedere un diritto ex novo, ovvero di creare una situazione prima inesistente, ma di «garantire nell'interesse di una minore la copertura giuridica a una situazione di fatto già consolidata, riconoscendo così diritti e tutela a quei cambiamenti sociali e di costume che il legislatore ancora fatica a considerare, nonostante», ha concluso, Pili «le sempre più diffuse e pressanti rivendicazioni dei moltissimi soggetti interessati».
PARLA LA COPPIA: «SIAMO FELICI». «Siamo felici, quasi incredule, di questo risultato che era atteso da anni e che rappresenta una vittoria dei bambini», hanno invece dichiarato le due donne. Massimo riserbo su ogni notizia riguardante la vita della coppia, anche perché, hanno fatto sapere, «dobbiamo tutelare la bimba, alla quale dovremo spiegare il significato di questo passaggio per tutta la famiglia».
SENTENZA SIMILE NEL 2013. La decisione del tribunale che ha riconosciuto l'adozione ha una stretta assonanza con quanto stabilito dalla Cassazione, che l'11 gennaio 2013 diede il via libera alla possibilità che i figli siano cresciuti da coppie gay, quando non è a rischio il corretto sviluppo del minore. In quella circostanza, gli ermellini respinsero il ricorso di un immigrato mussulmano: quest'ultimo aveva contestato la decisione con cui la Corte d'Appello di Brescia, nel 2011, aveva affidato in via esclusiva il figlio minore, che lui aveva avuto dalla sua ex compagna, alla donna, la quale nel frattempo aveva iniziato una relazione con una donna e con lei era andata a vivere.
«VIVERE IN UNA FAMIGLIA GAY NON È DANNOSO». Secondo l'uomo era dannoso che il minore fosse educato in un contesto omosessuale. Ma la Cassazione gli diede torto stabilendo che contestare tale decisione senza «certezze scientifiche o dati di esperienza», ma solo avanzando «il mero pregiudizio che sia dannoso per l'equilibrato sviluppo del bambino il fatto di vivere in una famiglia incentrata su una coppia omosessuale» dà «per scontato ciò che invece è da dimostrare, ossia la dannosità di quel contesto famigliare».

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