INCHIESTA 30 Agosto Ago 2014 0825 30 agosto 2014

Vicenza, militari Usa e italiani: una convivenza difficile

In città 10 mila americani. Per loro la legge italiana non vale.

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La legge è uguale per tutti? A Vicenza mica tanto.
Infatti ci è voluto l’intervento del ministro della Giustizia Andrea Orlando per ribadirlo.
Per chiedere che i due militari americani di stanza nella caserma Ederle e Del Din, di cui uno, Gray Gerelle Lamarcus, recidivo, siano processati per violenza sessuale ai danni di una prostituta romena al sesto mese di gravidanza secondo i dettami della giustizia italiana.
Il fatto risale alla notte tra il 14 e il 15 luglio: dopo una trattiva finita male i due secondo l’accusa hanno abusato per tre ore della donna lasciandola nuda in un campo a all’alba. Per Gerelle Lamarcus Gray questo sarà il suo secondo processo nel nostro Paese. Infatti è anche accusato di aver stuprato una minorenne vicentina lo scorso novembre, caso per cui il giudice ha già disposto il rinvio a giudizio e il 7 ottobre dovrà presentarsi davanti al giudice Dario Morsiani.
USA AL DI SOPRA DELLA LEGGE. Una vera rivoluzione per una città abituata a convivere con la legge militare statunitense, con quei soldati americani che quando succede qualsiasi cosa, da un banale incidente fino a una rissa con risvolti penali, dalla legge italiana non vengono sfiorati, perché soggetti solo alle norme americane.
Come spiega Niccolò Dalla Lucilla, coordinatore provinciale di Sel, a Lettera43.it, «questo avviene nella stragrande maggioranza dei casi, nove volte su 10. Stavolta i riflettori si sono accesi, ma ubriacature moleste quando i soldati tornano dalle missioni, vandalismi, violenze e risse succedono di continuo, e può intervenire solo la polizia militare».
Anche una semplice constatazione amichevole, in caso di lievi incidenti automobilistici, a Vicenza non si può fare se sono coinvolti militari americani.
PER I MARINES NIENTE CONSTATAZIONI AMICHEVOLI. A spiegarlo è Mario Basso, uno degli animatori del presidio permanente No Dal Molin - movimento che ha lottato contro la costruzione della nuova Caserma Ederle (inaugurata un anno fa) e del quale ora è rimasto, su decisione dell’amministrazione comunale, un orto urbano dove si coltivano ortaggi.
«Per un banale tamponamento», interviene Basso – arrivano carabinieri e polizia militare. Il problema è che la loro assicurazione non ha uffici qui e quindi le pratiche vengono istruite in luoghi inaccessibili ai vicentini. In più, in base ad accordi risalenti agli Anni 50 e poi al 1994, a pagare gli indennizzi almeno nell’immediato è il ministero dell’Economia».
Statistiche alla mano non si possono accusare gli statunitensi di fare più incidenti degli italiani, ma la diversità di procedure irrita più di qualche cittadino.
Mario Basso di esperienza in questi anni ne ha maturata, assieme ai No Dal Molin. Il Movimento è nato nel 2006 contro l’ampliamento della base americana in città. Vicenza ospita la 173° Brigata Aviotrasportata, prima divisa tra Vicenza Aviano e la Germania. L’idea fu quella di riunirla, così il governo Berlusconi prima e Prodi poi dissero sì all’ampliamento, alla trasformazione dell’aeroporto Dal Molin nella base Dal Din. Contro l’ampliamento organizzarono fiaccolate, cortei, un presidio permanente e una consultazione popolare di protesta contro il Consiglio di Stato che aveva bocciato un vero referendum consultivo. Andarono a votare 25 mila persone e il 95% disse no alla nuova base. Che però alla fine si fece.

La reazione della città: le associazioni contro la violenza si aggregano

Vicenza: il vicepresidente Usa, Dick Cheney in visita alla caserma Ederle (27 gennaio 2004).

Dalle gare tra auto alle risse fuori dai night club: sono tanti gli episodi che coinvolgono gli americani della base, ma numeri precisi su questi fatti al momento non ce ne sono.
Il quadro descritto da Basso è di una presenza ingombrante, nei numeri – oltre 10 mila americani su 130 mila vicentini – e nella sostanza perché manca l’integrazione.
I militari di stanza in città erano 2.800 nel 2008, ora sono 5 mila, divisi nelle due caserme Camp Ederle e Del Din. La Ederle ospita i miltari attivi nel continente africano: è la United States Army Africa. La Del Din è la casa della 173° Brigata Aviotrasportata. Questi soldati negli ultimi anni sono stati impegnati nelle zone più calde del continente, dall’Afghanistan all’Iraq.
I graduati con le famiglie si sono raccolti nelle 1.250 abitazioni del Villaggio della Pace, e i figli frequentano scuole americane.
DOVIGO: «IL COMUNE È TROPPO DEBOLE». A Vicenza Valentina Dovigo è consigliera di opposizione tra le file di Sel, ed è attiva sul tema della presenza dei militari.
«Il problema è tenere sotto controllo la situazione», spiega, la giustizia deve essere uguale per tutti, in questo modo si ridà dignità ai cittadini».
Secondo Dovigo tra i problemi c’è la debolezza dell’Amministrazione comunale nei confronti degli americani: «Per esempio riteniamo che la rete di scolo del Bacchiglione sia stata danneggiata dalla costruzione della base, quando piove la zona circostante si allaga. Il problema è che ci vorrebbe un’azione congiunta Comune, Regione e ministero della Difesa, perché il Comune da solo non ce la può fare».
Con l’ultimo episodio di cronaca, però, la consigliera sottolinea come si sia risvegliato un movimento di opinione in città.
Donne vicentine di diverse realtà associative stanno unendo le forze: sono Femminile Plurale, We want Sex, le Donne in rete per la pace, e le Donne No Dal Molin.
L’invito a firma di Antonella Cunico di Femminile Plurale di aprire un dibattito con la base è rimbalzato sulle pagine dei giornali locali.
Nella lettera Cunico parla di risse ed episodi di violenza commessi dai militari al ritorno dalle zone di guerra. «Le condizioni traumatiche a cui sono esposti non può essere una giustificazione né un’attenuante dei loro comportamenti», ha scritto, «semmai fa riflettere sui rischi ai quali vengono esposte le persone con cui convivono».
VIOLENZA SULLE DONNE ANCHE INTERNA AL CORPO. No alla cultura dell’impunità, dice Femminile Plurale, interroghiamoci sull’efficacia del gruppo Sharp (Sexual harassment/assault response & prevention) attivato nella base vicentina e soprattutto «apriamo un confronto con amministrazione comunale, Comando dell’Us Army Africa/Setaf su un tema che riguarda noi e loro».
Le associazioni si stanno muovendo per raccogliere dati sugli episodi di violenza. «Il nostro appello è provare a parlarci nel rispetto delle reciproche posizioni, perché quello della violenza sulle donne è un problema che loro hanno all’interno del corpo», ammette Cunico.
E racconta la sua esperienza da docente delle scuole superiori, anche se precisa che in nessun modo quello che ha visto può servire per fare una statistica generale.
«Ho avuto una dozzina di alunni figli di matrimoni tra vicentine e militari della base e devo dire che sono finiti tutti male», svela l'attivista. «I mariti prima o poi tornavano negli Stati Uniti, ma molte mogli rimanevano. Tornati dalla guerra diventavano violenti con la famiglia e le donne sceglievano la separazione. Come docente non ho mai avuto un padre americano a colloquio con me. Il caso peggiore che ho visto è stata un’alunna che grazie a Facebook ha scoperto che suo padre, sparito da tempo, si era risposato negli Stati Uniti. E lei è ovviamente andata in crisi».

Prostituzione e night club: in città sono fuori controllo

Una prostituta per strada.

Tra gli effetti della massiccia presenza di militari c’è il proliferare di night club e prostitute.
Basso testimonia che «oltre una decina di locali sono stati aperti a Vicenza e altrettanti ce ne sono nei Comuni limitrofi. La stessa Prefettura ha detto che sono numeri anomali».
Sulla provincia di Vicenza la onlus Mimosa, che aiuta le prostitute di strada e lotta contro sfruttamento e la tratta di esseri umani, ha contato 304 lucciole lo scorso anno (Vicenza ha 872 mila abitanti), contro le 204 di Treviso (che ha 888 mila abitanti) e le 280 di Padova (935 mila abitanti).
VICENZA CAPITALE DELLE LUCCIONE IN VENETO. La presidente della onlus e della cooperativa sociale Equality Barbara Maculan ammette che «quelli di Vicenza sono numeri alti, e c’è un alto turn over tra le ragazze. È una città di 'primo arrivo', ma qui restano poco perché gli sfruttatori vogliono evitare che noi o le forze dell’ordine le agganciamo».
Mimosa è attiva con un’operazione di sensibilizzazione nei confronti dei clienti. «Per noi sono un’antenna d’allarme, seppur grezza. Poi però cerchiamo anche di agire scoraggiando la domanda di sesso a pagamento», afferma la presidente.
L'associazione ha avviato una serie di progetti nelle scuole superiori del Veneto, e dallo scorso dicembre ha preso contatti anche con i comandi militari di Camp Ederle per avviare un progetto comune. L’obiettivo è di far diminuire la domanda di sesso a pagamento e di sensibilizzare il cliente nella lotta contro lo sfruttamento.
«Ho trovato estrema disponibilità nei vertici della base, dice Maculan, «sono consapevoli del problema della prostituzione e sono interessati al progetto».
BASE EDERLE: «SIAMO APERTI AL DIALOGO». L’Ufficio Community Relations di Camp Ederle ha espresso massima volontà al dialogo con il mondo dell’associazionismo e si è detto pronto a valutare qualsiasi richiesta di progetto comune.
«Quello della violenza sulle donne è un tema importante», spiegano i militari americani, «all’interno della base esiste un’intensa campagna contro la violenza. Del resto il presidente Obama ha sempre ribadito la tolleranza zero nei confronti della violenza domestica».
Lo scorso anno l’Associazione 11 settembre ha organizzato l’incontro Rosa Shocking sul tema, anche se la partecipazione da parte statunitense ha incontrato lo scoglio linguistico in quanto l’incontro è stato tenuto in italiano.
L’Ufficio Community Relations ricorda che sono attivi diversi progetti, per esempio gli scambi con le scuole vicentine: sono state un centinaio le domande presentate lo scorso anno.
Tra gli incontri andati a buon fine ci sono stati quello di un istituto tecnico per geometri che ha visitato la base interessata alla certificazione Leed di edificio ecosostenibile conquistata da Camp Ederle.
O ancora un tecnico interessato alla cucina e alla mensa della base.
Piccoli passi verso, si spera, una integrazione che pare però ancora molto lontana.

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