Totò Riina, ex capo di Cosa Nostra.
MAFIA 2 Settembre Set 2014 1830 02 settembre 2014

Cassaforte Dalla Chiesa, Riina: «Fu svuotata»

Il boss intercettato sul mistero dei documenti scomparsi.

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Totò Riina.

Alla vigilia del 32esimo anniversario dell'assassinio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa si torna a parlare della cassaforte trovata vuota nella residenza di Villa Pajno, dopo l'uccisione del prefetto di Palermo. Ad accennarne è il boss Totò Riina che nelle lunghe passeggiate col compagno d'ora d'aria, il pugliese Alberto Lorusso, ha dedicato a Dalla Chiesa, trucidato insieme alla moglie e all'autista da un commando armato di kalashnikov, ampio spazio. In molte delle migliaia di pagine di intercettazioni, depositate dai magistrati agli atti del processo sulla trattativa Stato-mafia, è spunato il nome del generale. Nelle parole di Riina ci sono pesanti invettive: «Lui gli sembrava che veniva a trovare qua i terroristi. Gli ho detto: qua il culo glielo facciamo a cappello di prete», sono le parole del capomafia.
UN VAGO RIFERIMENTO ALLA CASSAFORTE DEL MAGISTRATO. Ma anche più di un riferimento al mistero della cassaforte. «Questo Dalla Chiesa ci sono andati a trovarlo e gli hanno aperto la cassaforte e gli hanno tolto la chiave. I documenti dalla cassaforte e glieli hanno fottuti», aveva raccontato Riina al suo compagno. «Minchia il figlio faceva ... il folle. Perché dice c'erano cose scritte», aveva spiegato il capomafia alludendo alle numerose denunce che Nando Dalla Chiesa, figlio del prefetto, fece proprio sulla scomparsa di documenti dall'abitazione del padre. Nonostante le domande del co-detenuto Riina però era rimasto sul vago e non aveva indicato chi avrebbe ripulito il forziere.
ACCENNI ANCHE AL FORZIERE DI VIA BERNINI. Al contrario di un anonimo che, mesi fa, ha inviato ai pm uno scritto, da lui stesso definito Protocollo Fantasma, in cui tra l'altro parlava dei documenti fatti sparire dalla valigetta del generale. A differenza di Riina, che non si era soffermato sugli autori del furto, l'anonimo aveva indicato in un sottufficiale dell'Arma il responsabile della scomparsa delle carte. «Ma pure a Dalla Chiesa gli hanno portato i documenti dalla cassaforte?», aveva chiesto Lorusso. «Sì, sì», la risposta del boss che poi aveva accennato alla cassaforte del suo ultimo covo, quello di via Bernini. Anche in quel caso, dopo la cattura del padrino, gli inquirenti non trovarono traccia di scritti. Una cosa non casuale secondo i magistrati che hanno ipotizzato che ai picciotti fu dato il tempo di ripulire il covo in virtù del patto stretto tra chi, in Cosa nostra, aveva consegnato Riina allo Stato e i carabinieri. Ma Riina aveva smentito. «Li tenevo in testa», aveva detto alludendo ai segreti da lui custoditi. «Loro quando fu di questo ... di Dalla Chiesa ... gliel'hanno fatta, minchia, gliel'hanno aperta, gliel'hanno aperta la cassaforte ... tutte cose gli hanno preso».

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