MEDIO ORIENTE 7 Settembre Set 2014 1730 07 settembre 2014

Libano, 180 mila minori siriani sfruttati per il lavoro nero

Sono oltre 180 mila i minori provenienti dalla Siria coinvolti nel lavoro nero a Beirut.

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da Beirut

Gli occhi di Ahmed hanno la luce gentile di chi ha accettato in fretta una nuova vita, ore e ore nel dedalo della periferia beirutina a spingere il carretto nella giungla del traffico.
La sua voce pacata di uomo racconta la propria storia, mentre le ginocchia rotonde di dodicenne dondolano sulla sedia. Attorno, i colori del campo estivo organizzato dalla Ong Dar Amal, nel vecchio e tragicamente noto quartiere di Sabra, tristemente noto per la strage di centinaia di palestinesi compiuta nel 1982 dalla falange libanese cristiano-maronita.
12 ORE DI LAVORO AL GIORNO. «Quando siamo arrivati dalla Siria, un anno e mezzo fa, non avevamo da mangiare», racconta, «siamo sette in famiglia e lavora solo mio padre. Gli altri sono rimasti a Idlib. Lavoro per il mio vicino di casa. Giriamo per Shatila e vendiamo la verdura. Comincio alle otto del mattino e finisco alle 10 di sera. Il padrone paga quattro dollari al giorno. Non fa altro che urlare».
In tutto sono 1 milione e mezzo i rifugiati siriani nel Paese dei cedri. Un terzo dell’intera popolazione libanese.
180 MILA MINORI SIRIANI IN LIBANO. Le stime del ministero del Lavoro parlano di 180 mila minori provenienti dalla Siria coinvolti nel lavoro nero a Beirut (guarda le foto).
Ma il numero reale è di gran lunga superiore.
Miriam Azar, responsabile della comunicazione Unicef per il Libano, conferma le dimensioni del problema: «Spesso rappresentano l’unico reddito familiare e sono preferiti ai genitori, che costano di più nel mercato della manodopera».
«La necessità spinge i profughi a fare qualsiasi cosa. Ho visto infanti di 2 anni chiedere soldi ai semafori. Contraggono malattie, subiscono violenze sessuali. Abbiamo le leggi, ma il governo non è mai stato in grado di applicarle», dice Thèrése Roumieh di Dar Amal, che paga al padrone le giornate di Ahmed per permettergli di frequentare la scuola estiva.

Senza diritti e in balia del caporalato

Nei lunghi rettilinei che collegano Beirut alla Valle della Bekaa non è difficile incrociare camion carichi di bambini.
Con le mani sul reticolo di sbarre osservano l’asfalto in corsa, un gregge di piccole anime sconfitte.
«Siamo arrivate qui da sole, io e le mie quattro figlie. Mio marito è morto. Sono stata costretta a mandarle a lavorare. Così mi sono rivolta allo shawish», racconta a Lettera43.it Mona, 50 anni, lo sguardo chino sul ruvido impiantito della dignitosa capanna nell’insediamento di Saad Nayel, a pochi chilometri da Zahle.
PROTEZIONE IN CAMBIO DI PARTE DELLA PAGA. Lo shawish è un’autorità interna alle comunità dei rifugiati, carica ottenuta in virtù delle relazioni con i datori di lavoro libanesi. È quello che nel Sud Italia viene chiamato 'caporale': stabilisce i prezzi, organizza le squadre di lavoro, i “warsche”, offre protezione in cambio di una percentuale sui salari.
«Un mese fa ho chiesto a mia madre il permesso di abbandonare il campo di lavoro», racconta Asma, 10 anni, la figlia di Mona.
I suoi grandi occhi mesti sono incastonati nella magrezza del corpo. «Lavoravo alla raccolta delle patate dalle otto del mattino alle due del pomeriggio per cinque dollari. Il campo è controllato da siriani che ti sgridano e ti picchiano con un bastone. Erano gli abitanti delle case intorno al campo a darci acqua e cibo».
SE IL FIGLIO MANTIENE LA FAMIGLIA. «Facevo la sarta a Bab Hamer, vicino ad Aleppo», spiega all’ombra del suo soggiorno di legno e plastica Manar. «Mio marito ha perso quattro dita in un incidente e i padroni qui lo escludono dai lavori. È mio figlio Ahmed che mantiene la famiglia. Vorrei solo avere il denaro per aggiustare la macchina da cucire», dice mostrando un vecchio catafalco di produzione cinese.
Ahmed, 14 anni, ha invece la schiena curva e le braccia nerborute del contadino. Lavora a giornata, i soliti 5 dollari. Un campo o un ristorante o i tubi d’acciaio da portare sulle spalle: «A Bab Hamer nuotavo nel fiume. Andavo a scuola, ero il migliore nel calcio», racconta al giornalista di Lettera43.it, e indica una medaglia sul muro, l’unico ornamento della spoglia capanna oltre a un televisore che bisbiglia tristi notizie dalla Siria.

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