Thailandia 140905162056
ESTERI 7 Settembre Set 2014 0709 07 settembre 2014

Thailandia, i separatisti Malay e la guerra col governo

Sono musulmani. Hanno cultura e lingua propria. E chiedono l'autonomia da Bangkok.

  • ...

Un soldato thailandese. A terra, un cittadino musulmano morto. © Getty

Molti conoscono la Thailandia soprattutto per le spiagge magiche, la tranquillità tipica del Sud Est asiatico e la vita notturna di Bangkok. Altri per l’ultimo colpo di Stato avvenuto il 22 maggio scorso, il 19esimo – tra riusciti e tentati – dal 1932, anno della nascita della monarchia costituzionale in quello che viene chiamato il «Paese dei sorrisi».
Ma c’è un’altra Thailandia, quella al confine con la Malesia, meno conosciuta e lontana dalle mete dei turisti, fatta di scontri a fuoco e attentati all'ordine del giorno.
È il Sud ribelle delle provincie di Pattani, Narathiwat, Yala, Songkhla e Satun, dove vivono quasi 2 milioni di persone. Qui la minoranza etnica musulmana dei Malay, che ha una propria cultura, una propria tradizione e anche una propria lingua, lo Yawi - molto simile al malese -, rivendica l’autonomia e lo fa imbracciando le armi.
IL MASSACRO DEL 2004. Il conflitto, considerato a «bassa intensità», ha radici antiche. Un tempo queste province, abitate dai Malay, formavano il sultanato di Pattani, poi annesso al Regno del Siam a inizio Novecento. L’attività dei gruppi separatisti nella regione va avanti da decenni ma ha avuto un significativo incremento nel 2004 dopo il «Massacro di Tak Bai».
Era il 25 ottobre di 10 anni fa, e nel piccolo villaggio della provincia di Narathiwat la polizia thailandese iniziò a sparare per disperdere una manifestazione di circa 3 mila persone scese in strada per chiedere la liberazione di sei uomini accusati di aver fornito armi a gruppi di radicali islamici. Il bilancio fu tragico: sei manifestanti rimasero a terra colpiti da armi da fuoco e una settantina di persone arrestate morirono durante il trasporto verso il campo militare di Pattani.
IL PUGNO DURO DEL GOVERNO. Secondo la ricostruzione ufficiale molte persone persero la vita per asfissia all’interno dei camion sovraffollati. Ma secondo altre dichiarazioni, la polizia utilizzò il pugno duro durante tutto il tragitto. Le immagini di quella giornata, che mostravano i corpi senza vita avvolti in sacchi di plastica, fecero il giro del mondo e da più parti fu chiesto di fare piena chiarezza sull’accaduto.
Negli anni il governo di Bangkok, che ha sempre considerato la questione come «criminalità comune», ha cercato di porre fine alle violenze militarizzando il Sud del Paese. Ma il risultato è stato l’opposto di quello auspicato: le violenze sono aumentate.
RIBELLI DIVISI IN 20 GRUPPI. A complicare la situazione c’è il fatto che i ribelli si dividono in vari gruppi e operano autonomamente, senza avere un unico leader. Attualmente, secondo il governo thailandese, sono circa 20 i gruppi separatisti attivi. Tra i più conosciuti troviamo il «Patani Malay National Revolutionary Front» (Brn), fondato nel 1960 e ora diviso in tre diverse fazioni, il «National Liberation Front of Patani» (Bnpp), formato nel 1947 ma riorganizzato nel 1960, il «Patani United Liberation Organization» (Pulo), nato nel 1968, l'«Islamic Mujahidin Movement of Patani» (Gmpi), fondato nel 1995, e il più recente «United Front for the Independence of Patani», conosciuto anche con il nome «Bersatu» che in lingua malese significa «Uniti».

Soldati thailandesi durante gli scontri con i separatisti. © Getty

Il bilancio parla di 6 mila morti

Gli analisti sostengono che in questa situazione è stato sempre complicato per le autorità thailandesi cercare un qualsiasi tipo di negoziato, non individuando un vero e proprio intermediario che potesse parlare per tutti gli indipendentisti.
La maggioranza di questi gruppi richiedono l’autonomia ma una minoranza vorrebbe l’annessione alla Malesia. In questo caso Kuala Lumpur potrebbe avere un ruolo importante per una mediazione indirizzata a far cessare le violenze.
GLI INTERESSI DI BANGKOK. La Thailandia, un Paese quasi esclusivamente buddista, da parte sua vuole mantenere le sue province del Sud, oltre che per un discorso di «orgoglio nazionale», anche per una questione di interessi strategici ed economici. Infatti, nel Kra Istmo, al confine con la Malesia potrebbe nascere un nuovo sbocco tra Oceano Indiano e Pacifico.
Del progetto del «Canale di Kra» si parla da anni e permetterebbe di collegare il Golfo di Thailandia all’Oceano Indiano, formando una valida alternativa allo stretto di Malacca, tra Malesia e Indonesia, un tratto di mare pieno di insidie e di pirati.
Dall’intensificazione degli attacchi dei ribelli Malay e dalla repressione thailandese sono morte quasi 6 mila persone e innumerevoli sono stati i feriti. L’ultima vittima risale a domenica 31 agosto quando l’assistente del capo villaggio di Tambon Yata è stato freddato all’interno di un ristorante da due uomini armati arrivati in moto che si pensa siano collegati a qualche gruppo ribelle.
ESCALATION SENZA FINE. La settimana prima una bomba era esplosa a Khok Pho, nel distretto di Pattani, provocando la morte di un uomo e il ferimento di altri due. E la lista potrebbe continuare. Le pagine interne dei giornali locali riportano quotidianamente – anche se con piccoli trafiletti – notizie di morti e feriti nel Sud del Paese.
È davvero difficile prevedere il futuro del «Paese dei sorrisi», soprattutto in questo momento dove l’obiettivo primario, dopo il colpo di Stato, dovrebbe essere quello di cercare di formare un nuovo governo entro la fine del 2015. Ma la paura concreta è che gli attentati e gli attacchi si possano spostare in quella parte della Thailandia che il turismo di massa conosce molto bene.

Articoli Correlati

Potresti esserti perso