SCENARIO 8 Settembre Set 2014 1903 08 settembre 2014

Burundi, violenze e guerre civili

Viaggio nel Paese dove sono state massacrate le suore italiane.

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Una situazione economica disastrosa, una tensione politica latente, una democrazia che ancora appare come una luce lontana, in fondo al tunnel.
IL MASSACRO DELLE TRE SUORE. L’inferno è sempre dietro l’angolo per il Burundi, piccolo Stato dell’Africa australe dove sono state uccise le tre missionarie italiane Olga Raschietti, Lucia Pulici e Bernardetta Boggian.
Le tre saveriane operavano in un quartiere della Capitale Bujumbura, in un centro che promuoveva la riconciliazione tra le diverse etnie di una nazione martoriata, a partire dagli Anni 90, dalla guerra civile.
IL RITORNO DELLA VIOLENZA ENDEMICA. Poi nel 2005 il Burundi sembrò imboccare la via della pace e della democrazia. Ma a nove anni di distanza, l’ombra delle violenze, alimentate da una povertà endemica e da uno Stato repressivo e accusato di corruzione, non ha ancora abbandonato questo piccolo Paese della regione dei Grandi Laghi.

Azione repressiva del governo in vista delle elezioni 2015

Pierre Nkurunziza, presidente del Burundi.

L’assassinio delle tre missionarie non è certo un episodio di violenza isolata a Bujumbura e dintorni. Da mesi il Burundi registra un intensificarsi della criminalità e dell’azione repressiva del governo, che, con l’avvicinarsi delle elezioni del 2015, sembra disposto a tutto pur di assicurarsi una riconferma.
GLI ANNI DELLA GUERRA CIVILE. L’attuale presidente Pierre Nkurunziza è leader (hutu) di un partito dal nome roboante - Consiglio Nazionale per la Difesa della Democrazia, (Cnnd-Fdd) - che fu protagonista della guerra civile che mise a ferro e fuoco il Paese tra il 1993 e il 2005.
SCONTRI HUTU E TUTSI. Una guerra cruenta che, al pari del vicino Ruanda, vide contrapporsi Hutu e Tutsi e provocò oltre 200 mila vittime, andando a colpire un Paese già fiaccato da una serie interminabile di colpi di Stato di matrice militare fin dalla sua indipendenza dal Belgio (nel 1962) e della proclamazione della Repubblica (1966).

L'assassinio di Ndadaye e la miccia degli scontri

Melchior Ndadaye, ex presidente del Buriundi assassinato nel 1993.

Ad accendere la miccia del conflitto interetnico fu l’assassinio di Melchior Ndadaye, primo presidente hutu a ottenere la carica di presidente dall’indipendenza di un Paese dove, benché fosse in larga minoranza (14% contro 85%) l’etnia tutsi era sempre riuscita a mantenere il potere.
Eletto il 27 giugno del 1993, Ndadaye fu ucciso solo quattro mesi dopo. Per il Burundi fu l’inizio della fine.
L'INTERVENTO DI PEACEKEEPING. La guerra civile infuriò per 12 anni, coinvolgendo, tardivamente, anche le Nazioni Unite che dal 2004 inviarono una missione di peace-keeping. Tutti i diversi tentativi di imporre un cessate il fuoco duraturo, in breve tempo sfumarono terminando in un nuovo bagno di sangue.
Fu solo con l’elezione di Nkurunziza, leader del principale gruppo ribelle hutu, nel 2005, che la pace cominciò a intravedersi con chiarezza. Le elezioni si svolsero in un contesto di enorme tensione, ma furono considerate legittime e fu stabilita una equa ripartizione dei poteri nelle istituzioni nazionali tra le due etnie.
L’anno successivo anche l’ultimo gruppo ribelle hutu, Frolina, accettò il cessate il fuoco.

L'arresto dell'attivista Mbonimpa e il Green Friday

L'attivista per i diritti umani Pierre Claver Mbonimpa.

Ma le violenze di matrice politica, a Bujumbura e dintorni non hanno mai avuto fine, nonostante negli anni immediatamente successivi agli accordi di pace il Paese abbia respirato un’aria di inedita fiducia.
La tardiva istituzione di una Commissione della verità e della riconciliazione sulla scia di quella post-apartheid in Sudafrica, il perdurare di violenze e criminalità, la corruzione endemica della classe dirigente (e dalla quale, secondo diversi suoi detrattori, è tutt’altro che estraneo lo stesso presidente) e il crescente atteggiamento repressivo del governo hanno, negli ultimi mesi, ulteriormente peggiorato il clima.
ESECUZIONI EXTRAGIUDIZIALI. Basti pensare alle decine di esecuzioni extragiudiziali che, secondo diverse Ong locali, hanno luogo ogni anno o all’arresto, avvenuto nel maggio scorso con l’accusa di minaccia alla sicurezza nazionale, di Pierre Claver Mbonimpa, uno dei più noti attivisti per i diritti umani e civili burundesi.
Una detenzione, quest’ultima, che ha scatenato una vera e propria ondata di protesta (il cosiddetto Green Friday), zittita con un moltiplicarsi di divieti: nel giugno 2014 il governo ha perfino proibito ai cittadini una delle attività preferite a queste latitudini, il jogging.
IN CARCERE GLI OPPOSITORI. Mentre ormai da mesi decine di oppositori politici, attivisti e giornalisti (con una cifra record di 70 persone nel marzo scorso) sono giudicati e incarcerati senza nemmeno riuscire a ottenere un difensore d’ufficio.
A tutto ciò vanno aggiunti il rischio costante di infiltrazione di guerriglieri e ribelli dalla limitrofa e altrettanto martoriata Repubblica Democratica del Congo e le drammatiche cifre dell’economia nazionale.
POVERTÀ E DENUTRIZIONE. Il Paese è al secondo posto nel mondo, dopo l’Afghanistan, nella diffusione dell’arresto di crescita, patologia tipica delle popolazioni affette da grave malnutrizione, metà della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà e secondo l’Indice globale della fame (che combina la percentuale di denutriti sul totale della popolazione, la prevalenza dei bambini tra 0 e 5 anni sottopeso e il tasso di mortalità infantile) il Burundi occupa il primo (e quindi il peggiore) posto al mondo.
NKURUNZIZA NON MOLLA. Da qui l’aumento della criminalità degli ultimi mesi, accompagnato da una spirale di inflazione che investe cibo e benzina. Dati suscettibili di creare una nuova ondata di violenza, soprattutto se Nkurunziza deciderà di ricandidarsi per un terzo mandato l’anno prossimo, nonostante la Costituzione ne preveda al massimo due. Una polveriera, insomma, con la morte delle tre suore italiane come funesto e raccapricciante segnale.

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