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EPIDEMIA 10 Settembre Set 2014 1124 10 settembre 2014

Ebola, le sfide di Msf in Africa

Gli ostacoli al lavoro dei cooperanti.

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Da dicembre 2013 ad agosto 2014 l'ebola ha causato 430 decessi solo in Guinea. (Getty)

Nei lazzaretti della Guinea, campi di terra punteggiati da scodelle colme di disinfettante, sussurrano che le anime morte potrebbero tornare: ripresentarsi in famiglia all'ora della sera, bussare alla porta di casa e reclamare la dovuta sepoltura. Il rischio del contagio impedisce di celebrare la festa di passaggio: di un morto d'ebola non si potrebbe piangere la partenza, accarezzarne il corpo, baciarne le guance. Per la verità, non si potrebbe nemmeno guardarlo in viso da vicino. E allora, dicono i parenti in lutto, il suo spirito rischia di rimanere sospeso, errante irrequieto tra il popolo dei morti e quello dei vivi. Nell'Africa occidentale la più grande epidemia di ebola della storia si combatte lottando contro mancanza di strutture e eserciti di spettri.
I SACCHI TRASFORMATI IN TOMBE. Per rendere il dolore appena più digeribile, appena meno straziante, medici, operatori e assistenti sociali consentono di osservare da lontano il volto dei defunti. Fotografarli a due metri di distanza e infilare nel sacco del cadavere quello che metterrebbero nella tomba: oggetti, portafortuna e anche mazzette di soldi, donati per accompagnarlo nell'ultimo viaggio e destinati a finire sepelliti in un involucro a tenuta stagna.
«Il difficile è trovare le parole giuste», racconta Maria Cristina Manca, antropologa dell'équipe di Medici senza frontiere (Msf), appena tornata da due mesi sul campo a Gueckedou, tra le prefetture più colpite dal morbo e già pronta a ripartire.
MANCA IL COORDINAMENTO SUL CAMPO. Il virus uccide un ammalato su due, è diffuso in almeno cinque Stati e secondo l'Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) è destinato a dilagare ancora. Msf è la sola organizzazione non governativa che ha presidi attrezzati per intervenire sull'emergenza. Ma i suoi centri non hanno abbastanza posti letto. E le sue squadre - 56 espatriati e 1.700 locali nei diversi Paesi coinvolti nell'epidemia - non bastano più per far fronte al numero dei malati in esponenziale aumento, con il virus che si propaga portato sulle ruote di un moto taxi o aspettando il prossimo acquirente alle bancarelle dei mercati. «Le grandi organizzazioni spiegano cosa succede, stilano rapporti puntuali, diramano le informazioni», osserva la cooperante, «ma intanto sul campo dobbiamo fare. E manca il coordinamento e mancano le risorse umane».

Quattro medici trasportano il cadavere di una vittima di ebola. (Getty)

Gli ospedali da campo? Sono giardini recintati

Nella struttura di Msf a Gueickedou, 25 cooperanti vivono sotto lo stesso tetto, ma non bevono mai dallo stesso bicchiere e non si stringono nemmeno la mano. Le misure di sicurezza sono altissime, chi arriva in coppia dorme rigorosamente separato e l'aria è pregna dell'odore del cloro.
«Nella prima fase i sintomi del virus non si mostrano, e non possiamo sapere se uno di noi è stato contagiato», spiega la ricercatrice.
MEDICI IN TUTE STAGNE. Le segnalazioni dei nuovi casi passano da un numero verde. Spesso il sospetto malato non ha un telefono e per chiamare deve andare dal capo villaggio o magari percorrere un'ora di strada per arrivare a un centro medico. I sintomi dell'ebola sono simili a quelli della malaria, endemica in queste zone dove è appena terminata la stagione delle piogge. Ma quando viene accertato un nuovo caso di contagio, la forbice del lavoro si allarga immediatamente. Bisogna ricostruire i movimenti dell'ammalato: dove è stato, chi ha visto, evitare che prenda un taxi, dato che nella zona nei primi tempi si è registrata una vera moria di autisti. E poi soccorrerlo con un'ambulanza attrezzata, con medici e infermieri fasciati nelle tute gialle a tenuta stagna capaci di proteggere dal contagio facendo però perdere al corpo litri di liquidi, al punto da costringere a spezzare l'assistenza in turni di 40 minuti in media. Il personale sanitario impiega mezz'ora solo per spogliarsi, vestirsi e disinfettarsi e ogni medico è costretto a entrare e uscire dalle tute protettive circa sette volte al giorno.
NIENTE ASSISTENZA PUBBLICA. Non ci sono del resto altre protezioni. Gli ospedali da campo sono per lo più giardini recintati, divisi in quadranti per ospitare i pazienti nelle diverse fasi dell'accettazione e del ricovero. Non offrono assistenza, né pasti. Il malato deve avere la fortuna di avere a fianco un famigliare, pronto a portargli lenzuola e cura, a comprargli qualche vivanda o, più frequentemente, ad accendere il fuoco e cucinare un piatto caldo sul posto. Mentre l'Occidente segue lo sviluppo dei vaccini e si infiamma per falsi allarmi, la Guinea come altre nazioni epicentro della malattia, non ha nemmeno un sistema di sanità pubblica. «Se non hai i soldi per pagarti i farmaci», avverte Manca, «semplicemente muori».

La mappa dei principali focolai del virus. La dimensione dei cerchi indica il numero di casi registrati tra Sierra Leone, Liberia e Guinea, i tre Paesi maggiormente colpiti. (Oms)

La strumentalizzazione del virus in chiave politica

In Paesi con tassi di alfabetizzazione sotto il 50%, lo scoppio dell'epidemia ha portato con sé nere leggende. Le affabulazioni sono corse alla stessa velocità del contagio, alimentate da scontri etnici o semplicemente da pregiudizi incrociati. E se il compito del medico è oneroso, quello dell'antropologo è altrettanto arduo.
In Guinea, dove l'etnia kissi è minoranza e il governo rappresenta soprattutto il gruppo dei malinké, l'ebola è diventata un complotto ordito dallo Stato in collaborazione con gli stranieri per sopprimere la fazione avversaria. E lo schema si è ripetuto nelle sue varianti anche in altre nazioni. «Nel 2015 l'Africa sarà toccata da numerose competizioni elettorali e la malattia viene usata anche per la strumentalizzazione etnica e politica. Ci hanno accusato di tutto, anche di voler vendere gli organi per i trapianti in Occidente», dice l'esperta, al lavoro tra le campagne di sensibilizzazione, le riunioni e la formazione del personale locale.
UN DOCUMENTARIO CONTRO I PREGIUDIZI. Per combattere i pregiudizi la squadra di Manca ha girato un documentario negli ospedali e nei centri medici e organizzato una rassegna di cinema all'aperto completa di dibattito: un escamotage per accogliere domande, dubbi e inquietudini.
Come quelle di un gruppo di professori che non credevano si potesse guarire dopo aver contratto la malattia e volevano impedire a un ragazzo sopravvissuto al virus di sostenere l'esame di maturità: solo l'intervento diretto dei cooperanti li ha convinti che non fosse un untore.
«La sfida è terribilmente difficile e abbiamo bisogno di persone competenti», conclude Manca. Lei è decisa a tornare al fronte. Anche a queste condizioni. Anche se dovrà entrare nuovamente nelle capanne dei defunti e spiegare con garbo di essere venuta a bruciare quello che è rimasto, per il bene di tutti gli altri.

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