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GIUSTIZIA 11 Settembre Set 2014 0816 11 settembre 2014

Eni, Descalzi indagato per corruzione internazionale

Ipotesi tangente da 190 milioni in Nigeria. L'azienda: «Estranei».

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Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni.

Terremoto in Eni. Il nuovo amministratore delegato (ad) Claudio Descalzi è stato messo sotto inchiesta dalla procura di Milano, assieme al capo della divisione Esplorazioni, Roberto Casulae all'ex numero uno del gruppo Paolo Sacroni e l'intermediario Luigi Bisignani.
Il reato ipotizzato è di corruzione internazionale di politici e burocrati in Nigeria, Paese dove l'Eni opera attivamente.
L'inchiesta rimbalza anche da Londra e il 10 settembre dalle carte della Southwark Crown court è emerso il sequestro all'intermediario nigeriano Emeka Obi di due depositi anglo-svizzeri di 110 e 80 milioni di dollari. Un quinto della cifra che sarebbe stata pagata dall'Eni nel 2011 (all'epoca l'amministratore delegato era Paolo Scaroni) al governo nigeriano per rilevare dalla società Malabu la concessione chiamata Opl-245: 1 miliardo e 90 milioni di dollari.
TANGENTE DEL 19%. L'indagine in precedenza non aveva preoccupato Eni, la quale aveva rimarcato che l'unico interlocutore nella trattativa era stato il governo nigeriano. Ma, da quanto è emerso, il lavoro della procura si è concentrato su una tangente del 19% versata ai pubblici ufficiali africani attraverso intermediari, che sarebbero il nigeriano Obi, il russo Agaev e gli italiani Gianluca Di Capua e Luigi Bisignani.
Come ha scritto il Corriere della Sera, la trattativa per la concessione si sarebbe svolta in due tempi, nel 2010. Nel primo l'ex ministro nigeriano Etete aveva attivato il suo contatto italiano Di Capua, che a sua volta aveva contattato Bisignani, sapendolo influente su Scaroni. La trattativa, però, non era andata in porto.
OPERAZIONE DA OLTRE 1 MLD DI DOLLARI. Il secondo tempo, invece, sarebbe la trattativa in cui Eni avrebbe versato 1 miliardo e 90 milioni di dollari al governo nigeriano, più 200 milioni versati da Shell.
Secondo quanto specificato da il FattoQuotidiano, l'ipotesi dei pm milanesi è che il prezzo di 1 miliardo e 90 milioni sia stato interamente una sorta di megamazzetta, i cui destinatari finali sono ancora da rintracciare.
LA PROCURA: MLUBU UTILIZZATA COME SOCIETÀ SCHERMO. Secondo l'accusa, dunque, il management di Eni avrebbe versato la cifra su conti londinesi del governo nigeriano, sapendo, però, che parte di quei soldi, circa 800 milioni di dollari, sono stati poi effettivamente versati a Malabu tra la primavera e l'estate del 2011. Secondo le indagini, Malabu è stata utilizzata, in sostanza, come società 'schermo' o 'paravento' per il meccanismo corruttivo e, in particolare, per far arrivare le presunte mazzette a politici nigeriani e ad una serie di intermediari
Per lunedì 15 settembre, è prevista l'udienza a Londra, alla quale può intervenire chi ritiene di avere titolo sui 190 milioni sotto sequestro.
ENI RIBADISCE LA SUA ESTRANEITÀ. Eni si smarca e attraverso Scaroni ha fatto sapere: «Come sempre non abbiamo dato una lira a nessuno, non abbiamo usato intermediari, e abbiamo fatto la transazione solo con lo Stato nigeriano».
Eni, dal canto suo, ha ribadito «la propria estraneità da qualsiasi condotta illecita» e assicurato «massima collaborazione alla magistratura», confidando che «la correttezza del proprio operato emergerà nel corso delle indagini». In relazione «all'indagine preliminare avviata dalla procura di Milano sull'acquisizione del blocco Opl 245 avvenuta nel 2011», si legge nella nota, «Eni sottolinea di aver stipulato gli accordi per l'acquisizione del blocco unicamente con il governo nigeriano e la società Shell. L'intero pagamento per il rilascio a Eni e Shell della relativa licenza è stato eseguito unicamente al governo nigeriano».
BISIGNANI: «NON HO PRESO SOLDI». Anche Luigi Bisignani ha voluto chiarire la sua posizione: «Ho avuto solo modo di segnalare anni fa all'Eni un'opportunità che mi veniva rappresentata e che è stata peraltro accantonata e sono quindi rimasto assolutamente estraneo a ogni trattativa e a qualsiasi tipo di accordo e di remunerazione, così come ho chiarito più volte ai pubblici ministeri di Napoli e Milano».
L'intermediario si è definito «cornuto e mazziato».

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