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SCENARIO 11 Settembre Set 2014 1836 11 settembre 2014

Isis, l'intervento Usa in tre punti

Attacchi aerei. Governo stabile a Baghdad. Alleanze. L'operazione Obama.

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Barack Obama parla alla nazione.

Annientare. Ecco la parola chiave del discorso di Barack Obama, con la quale il presidente Usa ha voluto fugare ogni dubbio sulle sue intenzioni rispetto all’espansione dell’Isis in Iraq e in Siria. «Li colpiremo ovunque. Li distruggeremo. Non c'è alcun paradiso sicuro per chi minaccia l'America», ha scandito il presidente davanti alla nazione.
RISCHIO DI UNA NUOVA PALUDE. L’intenzione e l’obiettivo sono chiari, molto meno chiari sono però le strategie, la modalità e i tempi di un intervento che potrebbe trascinare gli Stati Uniti in un nuovo, lungo e costosissimo conflitto, anche in termini di vite umane.
Obama lo sa bene e per questo ha più volte ripetuto che non darà il via a una vera e propria guerra ma a una «campagna contro il terrorismo». Insomma, niente a che vedere con l'offensiva messa in campo da George W. Bush 13 anni fa. «L'America non sarà trascinata in una nuovo conflitto come in Iraq o in Afghanistan. Non saranno coinvolte truppe americane sul suolo straniero».
IRAQ: AUMENTA IL CONTINGENTE USA. Anche se non è previsto l'invio di truppe di terra, il contingente Usa in Iraq aumenta. Sono stati inviati, infatti, altri 475 soldati, per un totale 1.600. Il loro compito non è combattere, ma proteggere il personale americano e aiutare i militari iracheni.
Ecco gli obiettivi, le strategie a breve e a lungo termine e le alleanze dell'intervento Usa contro il Califfato.

1. L'obiettivo: smantellare l'Is e creare un governo stabile a Baghdad

L’intervento americano punta a smantellare l’Isis sul piano militare, con attacchi aerei su tutta l’area, escludendo l'intervento di truppe americane di terra ma offrendo supporto logistico ai soldati iracheni e curdi già impegnati negli scontri contro lo Stato islamico.
STOP AI FINANZIAMENTI ESTERNI. Sul piano politico, Obama punta a favorire la creazione di un nuovo governo iracheno che garantisca maggiore stabilità. Washington vuole inoltre attuare concrete misure per chiudere il rubinetto dei finanziamenti esterni all’Isis, puntando sull’appoggio di Qatar e Kuwait; eliminare il flusso di combattenti stranieri che viaggiano verso il Califfato, per lo più residenti in Europa; cooperare con Turchia e Giordania per impedire il contrabbando di petrolio che rappresenta una parte importante delle risorse dei jihadisti.

2. L'intervento: raid aerei sulla Siria, ma per gli analisti servono truppe di terra

Secondo il governo libanese sarebbero 2.500 i miliziani jihadisti penetrati in Libano dalla Siria.


Primo passo, come annunciato, sarà l’intensificazione degli attacchi aerei anche alla Siria.
Secondo alcuni strateghi militari in un secondo momento potrebbe rendersi necessario, nei mesi, l’appoggio di 10, 15 mila soldati. La loro funzione sarebbe prevalentemente quella di addestrare le milizie locali, anche se potrebbero partecipare a un'eventuale operazione di terra uomini delle forze speciali. Molti esperti, infatti, sono convinti che solo una massiccia operazione di terra possa togliere ai jihadisti dell’Isis il controllo del territorio.
SOSTEGNO ALLA POPOLAZIONE SUNNITA. La chiave politica è altrettanto importante, a partire dal ruolo della popolazione sunnita ora in cerca di riscatto. A essa andrebbe garantita la rappresentanza nel nuovo governo di Baghdad per rimuovere la minaccia dell’Isis. E aiuti umanitari.
Successivamente potrebbe profilarsi una coalizione internazionale per tagliare definitivamente i finanziamenti all’Isis e bloccare il flusso di jihadisti dall’Europa.

3. Gli alleati: gli atlantici sono divisi, ma c'è l'appoggio dei Paesi arabi

David Cameron.


Ma chi è pronto a sostenere Obama? Gli alleati storici sono Regno Unito, Francia, Germania, Canada, Australia, Turchia, Italia, Polonia e Danimarca, come previsto dall’accordo (la core coalition) sancito durante il vertice nato di Newport, in Galles.
Nel dettaglio, però, ci sono stati i primi smarcamenti.
CAMERON SMENTISCE HAMMOND. Il premier britannico David Cameron ha affermato di «non escludere nulla» riguardo una azione militare contro l'Isis. Dichiarazione che, però, di fatto contrasta con quanto affermato in precedenza dal ministro degli Esteri, Philip Hammond, che escludeva la partecipazione di Londra ai raid aerei contro l'Isis in Siria.
Chi è disposto a partecipare anche ai raid aerei è invece la Francia: Parigi prenderà parte «se necessario a un'azione militare aerea» sull'Iraq contro lo Stato islamico, ha detto il ministro degli Esteri Laurent Fabius.
ITALIA SOLO INVIO ARMI. L'Italia non è dello stesso avviso: «Gli Usa hanno deciso di fare raid aerei, noi abbiamo scelto un'altra strada», ha spiegato il ministro della Difesa Roberta Pinotti, sottolineando che «l'idea è che dobbiamo sostenere e rafforzare gli attori locali che possono fermare l'Isis all'interno dei loro territori». E a questo proposito il ministro ha citato l'invio di armi ai curdi «in accordo con le autorità irachene», aerei da rifornimento e capacità di addestramento Oltre questo Roma non andrà.
L'INCOGNITA TURCA. E anche la Turchia ha preso le distanze. Per gli Usa, Ankara è l'anello più debole e riluttante ma indispensabile nello schieramento messo in campo contro al-Baghdadi.
La pressione americana sull'alleato turco rimane alta. Finora con pochi risultati concreti. Per il momento il governo ha fatto sapere che non intende partecipare alle operazioni militari, né concedere l'uso della base di Incirlik per i raid. Al massimo darà assistenza umanitaria, forse logistica.
L'ACCORDO DI GEDDA. L’alleanza contro l’Isis non può però essere solo un affare europeo, né occidentale, come Obama ha chiarito più volte. Insieme con François Hollande, il presidente Usa ha sottolineato l’importanza di coinvolgere Paesi dell'area come la Giordania, il cui contributo è considerato vitale sul piano logistico.
E proprio dagli sceicchi sauditi, esattamente a Gedda, l’11 settembre è arrivato in visita il segretario di Stato americano John Kerry, per incontrare - oltre ai rappresentanti di Arabia Saudita e Giordania - anche i capi di Stato di Bahrein, Kuwait, Qatar, Oman, Egitto e Turchia ed Emirati Arabi Uniti. Tutti hanno accettato di partecipare alla vasta coalizione proposta dagli Usa per combattere l'Isis in Iraq e in Siria.

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