GIUSTIZIA 11 Settembre Set 2014 1202 11 settembre 2014

Pistorius in tribunale per la sentenza: «Non ci fu premeditazione»

Il giudice: «Pistorius agì con negligenza».

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Slitta l'ora della verità per l'ex atleta paralimpico Oscar Pistorius. Accusato della morte della fidanzata Reeva Steenkamp, il sudafricano attendeva per l'11 settembre la lettura del verdetto da parte del giudice monocratico Thokozile Masipa, che ha però deciso di aggiornare l'udienza al giorno dopo. I primi indizi sembrano andare dalla parte di Pistorius. Uno su tutti il fatto che secondo il giudice non c'è stata premeditazione nell'omicidio.
L'ex atleta sudafricano è tuttavia colpevole di «negligenza» e di un «uso eccessivo della forza» e per lui si profila come probabile un verdetto che riassume in sé l'omicidio colposo e l'eccesso di difesa.
TESTIMONI DECLASSATI. Il giudice Masipa ha affermato che alcuni testimoni ascoltati durante il processo si sbagliano riguardo alla loro interpretazione degli spari sentiti la notte dell'omicidio. Masipa ha spiegato che hanno fatto confusione tra ciò che sapevano per esperienza diretta, ciò che avevano appreso da altre persone e ciò che avevano sentito attraverso i media.
Così, ha spiegato lo stesso giudice durante la lettura del verdetto, la corte si è affidata alla tecnologia - cioè ai tabulati telefonici - piuttosto che alla memoria dei vicini di casa di Pistorius. E anche questa decisione viene interpretata come un punto a favore della difesa.
NON CALCOLATA LA RELAZIONE. Masipa ha preferito non tenere in considerazione lo stato della relazione tra Oscar Pistorius e Reeva Steenkamp: l'accusa sosteneva che i due non andavano più d'accordo, ma il giudice - nel leggere la sentenza - ha detto che le relazioni sono «dinamiche», preferendo così non dare alcun giudizio sulla questione.
Durante la lettura della sentenza è emerso anche «non è affatto chiaro, a giudicare dalla testimonianza dell'imputato» se l'ex campione paralimpico intendesse sparare o meno.

Il nodo è che secondo il giudice, non si può provare che Pistorius avesse premeditato l'omicidio di Reeva e nemmeno che avesse realmente intenzione di uccidere il fantasma che ai suoi occhi si nascondeva nel bagno quella fatidica notte di San Valentino del 2013. Ma certamente ha sparato, anche se probabilmente senza sapere chi ci fosse dietro la porta del bagno e senza l'intenzione di uccidere.
POLEMICA SUL VERDETTO. La decisione di Thokozile Masipa di leggere il verdetto vero e proprio - che ha già suscitato le prime polemiche prima ancora di essere emesso - la mattina del 12 settembre alle 9.30, ha spiazzato e raggelato tutti quanti, dall'imputato ai familiari, dalle parti fino alla stampa e al pubblico di tutto il Pianeta.
Si profila uno smacco per l'accusa e per il suo rappresentante, il 'mastino' Gerrie Nel, che per tutto il dibattimento ha aggressivamente tentato di demolire la linea difensiva di Pistorius, riuscendo a far cadere in contraddizione più volte l'imputato, che in aula in sei mesi di udienze si è lasciato andare a ogni manifestazione dell'emotività, dal pianto dirotto fino al vomito (tanto che accanto all'imputato è stato piazzato un secchio verde).
PROVE DELL'ACCUSA INSUFFICIENTI. Contraddizioni che hanno messo a nudo la fragilità della versione difensiva, basata sul «tragico errore» di chi ha sparato in modo irrazionale ma in buona fede per difendere se stesso e la sua donna da un intruso senza volto nel cuore della notte. Ma che non hanno, in sostanza, scalfito quella versione.
Malgrado la debolezza della deposizione di Pistorius, ha osservato la giudice, «la procura non ha dimostrato oltre ogni ragionevole dubbio che l'accusato sia colpevole di omicidio con premeditazione».
La giudice, che pure ha fama di essere implacabile nel punire la violenza sulle donne, ha osservato come la finestra del bagno non fosse dotata di antifurto e fosse aperta. Dunque la possibilità che vi fosse un ladro chiuso, magari armato, poteva essere reale. E Pistorius poteva avere ragione nel sentirsi minacciato.

«POTEVA AGIRE DIVERSAMENTE». Tuttavia, ha sottolineato, nello stesso tempo impiegato per impugnare la pistola e dirigersi verso il bagno avrebbe potuto agire diversamente: per esempio chiamare la sicurezza del compound o la polizia e avrebbe potuto affacciarsi al balcone - che era più vicino al letto di quanto non lo fosse il bagno - e gridare per chiamare aiuto.
Inoltre avrebbe potuto chiamare la sicurezza subito dopo, una volta accertatosi dell'errore, invece degli amici. Se avesse visto un'ombra muoversi nella camera, nel buio, non avrebbe avuto il tempo di chiamare aiuto, ma non è questo il caso, ha osservato.
«Non c'è spiegazione del perché non l'abbia fatto (chiedere aiuto) prima di sparare», ha quindi detto in aula Masipa. DOVEVA ESSERE COSCIENTE DEL RISCHIO DI COLPIRE. Avrebbe dovuto essere cosciente che, date le piccole dimensioni del bagno, era assai probabile che i suoi spari, quattro e tutti nelle stessa direzione, avrebbero potuto uccidere. E in questo senso non è passato uno dei punti della difesa: che i suoi spari siano stati una sorta di «riflesso condizionato» imposto da fobie che ne abbiano offuscato la capacità d'intendere e di volere.
Il suo comportamento, ha argomentato la giudice, deve considerarsi «non ragionevole», ma la ragionevolezza è anche «soggettiva» e i caratteri personali di ciascuno creano eccezioni: la sua storia personale, l'ossessione della sua famiglia per la criminalità, la sua paura cronica, il suo handicap fisico rendono il modo in cui Pistorius ha agito non ragionevole, forse «comprensibile», ma non per questo «giustificabile».
«HA AGITO FRETTOLOSAMENTE E USATO FORZA ECCESSIVA». In conclusione: «Non avendo preso le necessarie, ragionevoli precauzioni ha agito frettolosamente e ha usato una forza eccessiva», una «condotta negligente». Quindi l'aggiornamento alla mattina del 12 settembre della lettura del verdetto, che tuttavia appare già delimitato nei suoi elementi essenziali. Pistorius, che per tutta l'estenuante udienza ha alternato un pianto contenuto all'immobilità a occhi chiusi e si è poi profuso in lacrime sulla spalla della sorella Aimée, deve aspettare ancora un'interminabile notte.

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