Claudio Descalzi Nomine 140414210835
PRESUNTA CORRUZIONE 13 Settembre Set 2014 1550 13 settembre 2014

Inchiesta Eni, la difesa punta su vizi procedurali

Secondo i verbali, Descalzi era chiamato «bravo ragazzo».

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Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni.

Puntano sull'insufficienza di prove e su vizi procedurali, gli avvocati dell'ex ministro nigerianio del Petrolio Dan Etete e del mediatore Emeka Obi coinvolti nell'inchiesta sulla presunte tangenti pagate da Eni per una concessione petrolifera in Nigeria. Gli avvocati, attesi all'udienza di lunedì 15 settembre, davanti alla Southwark Crown Court di Londra, sono pronti a chiedere il dissequestro degli 83 milioni di dollari bloccati nei giorni scorsi e che, secondo la Procura di Milano, sono una parte della maxi-tangente da oltre un miliardo che sarebbe stata pagata dalla società italiana.
Da quanto si è saputo, le difese potrebbero puntare sulla insufficienza degli indizi e delle prove alla base del'congelamento' di quel denaro. La Corte londinese, infatti, nei giorni scorsi, su richiesta dei pubblici ministeriFabio De Pasquale e Sergio Spadaro, ha sequestrato 83 milioni di dollari nell'ambito dell'inchiesta milanese che vede indagati per corruzione internazionale anche l'ad di Eni ClaudioDescalzi, l'ex 'numero uno' Paolo Scaroni, Luigi Bisignani e Gianluca Di Nardo.
VALIDITÀ PROVE E PROCEDURE. Da quanto si è saputo, gli avvocati inglesi dell'ex ministro Etete e dell'intermediario nigeriano Obi (a lui sono stati sequestrati nei mesi scorsi 110 milioni di dollari in Svizzera), ossia quelle che sono le parti chiamate più in causa in relazione a quel deposito di dollari, potrebbero in prima battuta sollevare questioni di vizi procedurali legati al sequestro. E poi in discussione, secondo le difese, ci sarà anche la validità delle prove portate dai magistrati milanesi per supportare il provvedimento preso dai magistrati di Londra.
Nell'ipotesi dell'accusa i soldi della maxi-mazzetta sarebbero finiti prima su conti riferibili al governo nigeriano e poisarebbero stati dirottati verso una società la Malabu, riconducibile all'ex ministro Etete per essere, infine, ripartiti tra mediatori italiani, russi e nigeriani e manager dell'Eni.
TEMPI LUNGHI. Non si prevedono, comunque, tempi brevi per la causa davanti alla corte inglese. Il procedimento non ha paragoni nel diritto italiano, anche se potrebbe essere considerato come una sorta di tribunale del Riesame.
Intanto, stando a quanto emerge da un verbale riportato in una rogatoria dell'inchiesta, Bisignani ha raccontato ai pm che lui e l'uomo d'affari Gianluca Di Nardo, quando parlavano dell'ad di Eni Claudio Descalzi, lo chiamavano il «bravo ragazzo».
Nel verbale, Bisignani ha spiegato che nell'ottobre del 2010 Di Nardo era molto preoccupato perché aveva sentito che l'Eni aveva presentato l'offerta per l'acquisto della concessione petrolifera all'ex ministro nigeriano Dan Etete, «trattando direttamente con lui». E quindi, sempre secondo Bisignani, «bypassando» l'intermediario nigeriano Emeka Obi, con il quale erano in contatto sia lui che Di Nardo.
LA DECISIONE DI DESCALZI. Secondo Di Nardo, come ha spiegato sempre Bisignani a verbale (testo riportato in inglese nella rogatoria), «questa era stata una decisione presa non dal numero due, ossia Descalzi,che noi effettivamente chiamavamo 'il bravo ragazzo' ('the goodguy' nella rogatoria, ndr), ma del numero uno, ossia Scaroni». In merito a ciò, Bisignani ha anche raccontato di aver parlato il 13 ottobre del 2010 con Descalzi, il quale «mi ha rassicurato che la negoziazione sarebbe proseguita nel modo che avevamo concordato», ovvero con «l'intermediazione di Obi», il quale, secondo i pm, sarebbe stato uno dei presunti collettori delle mazzette.

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