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BATTAGLIE 14 Settembre Set 2014 0600 14 settembre 2014

Cina, Ong contro l'inquinamento

Un'associazione denuncia le aziende poco green.

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da Pechino

Il desterto del Tegger, in Mongolia, inquinato da un parco industriale.

Il Dragone deve fare i conti con l'inquinamento. L'ultimo allarme è stato lanciato nel deserto di Tengger, nella Mongolia interna (cioè quella cinese). L'area è devastata dagli scarichi industriali di alcune aziende chimiche che fanno parte di un parco industriale: uno di quei concentrati di imprese ritenuti di solito il fiore all'occhiello dei governi locali. Secondo il Beijing News, ora sono a rischio le falde del sottosuolo, mentre le immagini diffuse dai media mostrano una spianata ormai nera come la pece.
DENUNCE SENZA EFFETTI. Naturalmente è partita un'inchiesta. Un anonimo funzionario ha denunciato però il fatto che già nel 2012 una precedente indagine aveva portato alla chiusura di 15 stabilimenti. Poi, però, due anni dopo il problema si è ripresentato come se nulla fosse accaduto. «È mancata la supervisione», ha sottolineato la fonte mentenendo comprensibilmente l'anonimato.
Insomma, nonostante le molte norme anti-inquinamento, la Cina non riesce a venire a capo del problema. Se da un lato si fanno le leggi, dall'altro si disattendono.
INCENTIVI «PERVERSI». Ma perché la politica ambientale non decolla? Alla base di tutto c'èuna struttura degli incentivi «perversa», secondo la definizione della professoressa Ran Ran, della Scuola di Studi Internazionali dell'Università del Popolo di Pechino, esperta del settore.
In breve, i funzionari sono incentivati a boicottare le politiche ambientali piuttosto che a realizzarle. Non funzionano gli incentivi politici, perché a oggi i quadri locali non fanno carriera attuando le norme ambientali, bensì, nell'ordine: facendo crescere il Pil; attuando efficacemente le politiche di sicurezza (cioè evitando “incidenti” e atti destabilizzanti) e realizzando misure di carattere sociale (come alloggi ed educazione).
BUROCRAZIA FRAMMENTATA. Le politiche ambientali sono collocate in fondo alla lista. E poi, qualora si trovasse anche un funzionario sensibile al tema, la struttura burocratica frammentata della periferia renderebbe vano ogni sforzo individuale. Così si finisce per procedere per inerzia sulla strada già nota.
Ci sarebbero poi gli incentivi finanziari ma - osserva Ran Ran - il governo centrale ha poco budget per l'ambiente e non rispettare le norme ambientali è più comodo per i funzionari che vogliono riempire le casse dei governi locali, cronicamente in rosso.
POCA SENSIBILITÀ AMBIENTALE. Infine arrivano gli incentivi morali, tipici della tradizione comunista e delle mobilitazioni di massa del passato maoista. Di fatto, secondo la professoressa, a oggi i funzionari locali non si sentono apprezzati se proteggono l'ambiente. E allo stesso modo, non avvertono senso di colpa se contribuiscono a devastarlo.

Serve una maggiore coscienza ambientale

Ma Jun, fondatore dell'Institute of Public and Environmental Affairs.

Dato che il governo, con le sole misure amministrative, non riesce a far cambiare rotta alla Cina che inquina, occorre secondo Ran Ran una maggiore partecipazione da parte delle Ong e della società civile in modo da diffondere una coscienza verde.
L'obiettivo è importare quello che è stato definito «nazionalismo ambientale»: le proteste scoppiate contro le industrie inquinanti giapponesi, taiwanesi, coreane, che però non hanno mai attecchito in Cina.
ESPORTAZIONE DEI VELENI. Va poi detto che è in corso un outsourcing dell'inquinamento che va in parallelo con l'esternalizzazione di industrie cinesi nel sudest asiatico, in Sri Lanka, per esempio. Ma anche in Africa. Il Dragone esporta le produzioni inquinanti, esattamente come il resto del mondo faceva con la Cina 30 anni fa.
L'ambientalista Ma Jun ha spiegato a Lettera43.it come l'Institute of Public and Environmental Affairs (Ipe), l'Ong di cui è fondatore, cerchi di ampliare la partecipazione civile sulle questioni ambientali.
DATABASE PER L'INQUINAMENTO. L'istituto ha creato un database che monitora l'inquinamento (suolo e aria) e che ha già registrato 160 mila violazioni negli ultimi 10 anni. Ad aggiornare i dati è una rete di 21 organizzazioni denominata Green choice initiative. Il lavoro viene fatto attraverso un software che permette di denunciare le violazioni con un solo clic.
Nel 2010, l'Ipe ha cominciato a monitorare le industrie elettroniche e, da allora, molte di queste hanno cambiato le proprie policy soprattutto sui metalli pesanti, che prima venivano scaricati nei fiumi.
Poi è passata all'industria della moda, e al suo indotto, tenendo d'occhio 50 brand.
RISULTATI PUBBLICI. Ipe pubblica poi i record delle maggiori industrie cinesi quotate alle borse domestiche e a Wall Street.
C'è però un problema: i dati presenti nelle sue app vengono dai governi locali e sono in seguito controllati dal governo centrale. Ci sono quindi dubbi sulla loro attendibilità.
Il fatto che siano pubblici e accessibili rappresenta però una parziale vittoria. Ma Jun infatti sostiene che la trasparenza possa danneggiare il brand value delle aziende inquinanti, che avranno quindi interesse a rispettare le leggi fin dall'inizio.
SERVE UNA RIFORMA GIUDIZIARIA. Sia la professoressa Ran Ran sia Ma Jun sono concordi nel ritenere che il passo successivo è la riforma del sistema giudiziario. Una volta che si individuano i colpevoli, è difficile che si finisca a processo. E questo perché i 134 tribunali ambientali esistenti subiscono le pressioni dei potentati locali.

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