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LA STORIA 14 Settembre Set 2014 0800 14 settembre 2014

Pippotto e i ragazzi bruciati di Napoli

A 9 anni la prima rapina. Ora è all'ergastolo. La tragedia dei guaglioni di strada.

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Domenico D'Andrea, in arte Pippotto, durante il suo arresto nel 2006.

Nei vicoli, tra i guaglioni in delirio, si è sempre vantato per quelle tre rapine consumate in un’ora. Aveva 16 anni, quel pomeriggio da film e pistole. Ma si sentiva già bello tosto, e scafato. Raccontano che il primo «giochino» illegale lo aveva commesso a cinque anni: un passaporto (falso), nascosto con così tanta cazzimma dietro allo specchio nel salotto di casa, che i poliziotti impazzirono per molte ore prima di riuscire a scovarlo.
A NOVE ANNI LA PRIMA RAPINA. A nove anni, in quarta elementare, consumò la prima rapina armato di una pistola giocattolo brandita con mano da adulto. A 13 anni, durante un’altra rapina, venne ferito alle gambe da un carabiniere in borghese. Poi, l’esplosiva e incredibile carriera di precoce malavitoso. Come un gangster americano. Anzi, come la sua trista caricatura, colorata da troppe guasconate (una volta, a 16 anni, scappò dalla comunità fino a casa della sorella perché aveva voglia di spegnere le candeline). E da troppe fughe senza ritorno (otto le rocambolesche evasioni dagli istituti minorili di mezza Italia).
LA SFILZA DI REATI. Piccolo di statura, il fisico esile e mingherlino, gli occhi vispi sempre puntati in segno di sfida contro l’interlocutore, a 16 anni era uno scricciolo che aveva già accumulato sulle spalle 40 reati uno più grave dell’altro. E costituiva un mito da emulare per i coetanei ad alto rischio di Piscinola, il rione popolare a ridosso di Scampia dove è nato e cresciuto in una famiglia col papà Salvatore in carcere in Francia e la mamma Anna che ha messo al mondo con uomini diversi altri cinque fratelli e una sorella.
L'ERGASTOLO NEL 2006. Domenico D’Andrea, in arte Pippotto («Per colpa di come è fatto il mio naso, signor giudice, la cocaina non c’entra», spiegava serafico ai processi), oggi ha 34 anni e sta scontando la pena dell’ergastolo perché ritenuto colpevole di aver ammazzato a coltellate in via Castellino al Vomero, il 4 settembre 2006, Salvatore Buglione, un dipendente comunale che si trovava per caso nell’edicola di proprietà della moglie.
Pippotto, al processo, aveva ammesso di essere alla guida dell’auto dei rapinatori, negando qualsiasi partecipazione alla rapina finita male. Ma i giudici non gli hanno creduto. E, letto il curriculum giudiziario da vero e proprio enfant prodige del crimine, hanno sancito che non meritasse alcuno sconto di pena. Ergastolo. E amen per Pippotto, che dovrebbe concludere prigioniero tra quattro mura la sua esistenza da ex ragazzino esile ma un po’ matto che nessuno ha mai saputo (o voluto) educare al mondo.
DUBBI SUL PROCESSO. Eppure, sostengono coloro che all’epoca del processo si erano dichiarati innocentisti nei suoi confronti, i dubbi sulla colpevolezza dell’ex mini-rapinatore per l’omicidio Buglione restano molti, forti, consistenti.

Pippotto, il simbolo dei ragazzini bruciati di Napoli

Piscinola è il rione di Scampia in cui è nato Pippotto.

Al di là dei discutibili esiti giudiziari, per chi si occupa di minori la storia di Pippotto rappresenta comunque l’emblema della malasorte che quasi sempre travolge i ragazzi ad alto rischio di Napoli, che finiscono al cimitero perché magari non si fermano all’alt dei carabinieri o perché un altro guaglione del clan rivale spara loro sotto casa. O finiscono in galera, perché - tra una bravata e un crimine - prima o poi lo Stato chiede loro di pagare il conto.
L'AIUTO INUTILE DELLE ASSOCIAZIONI. «Pippotto», conferma un educatore a Lettera43.it, «è l’emblema dei ragazzi sbagliati di Napoli e di quanto sia complicato, e a volte velleitario, aiutarli». E c’è chi, in tribunale, spiega: «Nei confronti del ragazzo di Piscinola la società non si è mai dimostrata distratta o avara di sostegno e consigli. Anzi, dai dirigenti dell’Unicef (che lo hanno difeso anche rispetto alle non rare manipolazioni da parte dei mass media) ai servizi sociali, dalle comunità di recupero ai tribunali per i Minori fino alle associazioni specializzate, i tentativi per far sì che fosse sottratto alle lusinghe della malavita sono stati molteplici e disperati nel corso degli anni. Purtroppo, non è bastato. Anzi, è stato tutto inutile».
IL PONY E LA POLONIA. «Mi piace la play station, rubo per comprare gli sfizi e i videogiochi», ha raccontato Pippotto da bambino ai cronisti che lo assediavano. E poi, sognando una sorte meno disgraziata: «Quando papà uscirà di galera cambieremo vita: ce ne andremo tutti in Polonia, la mia famiglia starà bene, io alleverò i pony e sarò contento».
Giubbotto di pelle, ma troppo largo sui suoi fianchi da bambino denutrito. Gel nei capelli, coltello a serramanico, una passione sfrenata per orologi, braccialetti, collane. E poi la sua voglia carnale, atavica per i soldi. Come una febbre: ingorda, vorace, insaziabile.
Pippotto in Polonia non c’è mai arrivato. Per lui, il sogno è nato già svanito. Raccontano che un giorno gli venne regalato un pony, di cui era innamorato, ma presto fu necessario sottrarglielo perché la povera bestia stava per morire sfiancata per l’uso smodato che il ragazzino - entusiasta - ne stava facendo.
LE PUNIZIONI DEL BOSS. Pippotto orfano di qualsivoglia senso della misura. E di limiti, e di regole. Niente Polonia, per Pippotto il finto mini-gangster. Però, nei vicoli della violenza, aveva imparato a non piangere mai. E non pianse neanche quando quella volta il boss - per punirlo di una rapina tentata contro suo figlio - lo costrinse a infilare le dita nella presa di corrente elettrica.
Suo padre, in carcere in Francia, di lui diceva compiaciuto che si comportava un po’ come Zorro, nel senso che «sì, è vero, mio figlio ruba. Ma poi con i soldi del bottino porta gli amici al ristorante».
Come Zorro. O come Topolino, perché - raccontavano - «è sempre stato bravissimo a rubare le automobili».
Nel furto d’auto Pippotto era davvero un asso. Ma non ne rubava una alla volta: no, lui sapeva rubarne due di seguito, estasiando gli amichetti e il papà suo primo tifoso.
«LA SCONFITTA DEL SISTEMA DI PREVENZIONE». Per i cercatori di folklore, Pippotto era un terno al lotto. Bastava farlo parlare. E regalava titoli per i giornali. Gemma Tuccillo, giudice per i minori che a lungo si è occupata di lui, ha definito la sua vicenda «una straordinaria sconfitta del sistema di prevenzione».
«Non l’ho mai ritenuto capace di compiere il salto di qualità diventando un vero boss», ha sottolineato il giudice. E poi: «Pippotto si sentiva un semplice ragazzino che giocava. Forse, era davvero convinto che a lui non sarebbe mai capitato di diventare grande».

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