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INTERVISTA 18 Settembre Set 2014 1210 18 settembre 2014

Video Isis, Daniele Salerno: «Usano codici da serie tivù»

Una fiction con montaggi professionali. Salerno: «È un serial dell'orrore».

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Un trailer per preannunciare lo spettacolo della guerra, per confezionare la guerra spettacolo. L'ultimo video diffuso dall'Isis ha ritmi e montaggio da lungometraggio d'azione e effetti speciali e titolo da polpettone hollywoodiano.
L'esito è straniante come quello del trittico delle decapitazioni sempre uguali a se stesse, con il medesimo palcoscenico desertico, l'orizzonte indefinito e gli stessi abiti di scena: la tuta arancione dei detenuti di Guantanamo per l'ostaggio e la veste nera per il suo boia.
IL MECCANISMO SERIALE. In entrambi i casi però la trama prosegue, si profetizzano sviluppi futuri. Nelle riprese dell'esecuzione è cambiato il nome della vittima, questa volta è toccato al cooperante scozzese David Haines. E il prossimo sacrificio è già stato presentato. Il quarto ostaggio dei jihadisti, Alan Henning, è stato mostrato al mondo come il nuovo predestinato a pagare le colpe dei politici inglesi e americani. Nel video appello sulla jihad appare, invece, la scritta 'coming soon' ad avvertire dell'imminente corpo a corpo con l'occidente, lo show di un presunto conflitto globale.
E l'opinione pubblica internazionale si ritrova di nuovo appesa agli schermi, ad aspettare i nuovi intrecci della narrazione del terrore e la reazione dei propri governanti, il prossimo possibile colpo di scena. Un meccanismo seriale, ispirato alle produzioni americane, secondo Daniele Salerno, studioso di Semiotica ed esperto di terrorismo.
«BACKGROUND OCCIDENTALE». «Il video Flames of war è proprio tra il videoclip e il trailer. Chi si occupa della comunicazione nell'Isis è cresciuto guardando blockbuster americani, Mtv e tanta fiction occidentale. Altro che scontro di civiltà», ha spiegato a Lettera43.it il ricercatore del centro studi sulla memoria collettiva e i traumi culturali dell'Università di Bologna. Al punto che «nel video dell'uccisione di Foley, all'inizio appare la scritta 'A Message to America' che ha un font e un layout che richiamano il serial tivù Game of thrones».

  • Il video Flames of war postato su You tube dallo Al Hayat media center, il dipartimento della propaganda dell'Isis.

DOMANDA. Cosa ci dicono le scelte stilistiche fatte dall'Isis nei suoi filmati?
RISPOSTA. Una strategia che l'Isis sta utilizzando per mantenere alta la tensione è quella di costruire video che rinviano continuamente a un seguito. È la costruzione di una narrazione seriale del terrore. Nel trailer è il «coming soon» a svolgere questa funzione di rinvio a un seguito. Nei video delle decapitazioni è la presentazione della vittima successiva a svolgere questo ruolo. Non è di per sé una novità.
D. Cioè è un escamotage già utilizzato dai gruppi terroristi?
R. La serialità è un tipico meccanismo utilizzato dal terrorismo politico per tenere 'sotto minaccia' il pubblico. I video dell'Isis hanno in questo senso la stessa funzione dei comunicati delle Brigate rosse.I comunicati delle Br durante il sequestro Moro avevano questi effetti.
D. Le differenza, dunque, è nel linguaggio.
R. Qui la serialità è costruita con tecniche narrative del cinema e della tivù. È una scelta sorprendente. L'obiettivo, nella sua drammaticità, viene raggiunto nei video delle decapitazioni. Sull'efficacia di questo trailer ho invece qualche dubbio. La spettacolarizzazione, il tasso di finzionalità (l'uso di effetti speciali, ndr) e l'attenzione alla resa estetica lo rendono quasi più esercizio di virtuosismo registico che dimostrazione di forza militare.
D. Quale è il tasso di finzionalità nei video delle decapitazioni?
R. Alla fine dei video c'è una strana dissolvenza, come se la televisione si stesse spegnendo. Questo, come il layout simile a Game of thrones sono elementi che richiamano le tecniche della fiction televisiva come la conosciamo oggi.
D. A cosa servono questi riferimenti?
R. I terroristi non hanno come scopo colpire la vittima, ma piuttosto terrorizzare una platea: hanno bisogno dei media e di un pubblico che dia loro risonanza.
D. E quindi?
R. Quindi usano un codice conosciuto, in modo che il pubblico capisca il messaggio. Usano le tecniche della messa in scena per amplificare nello spettatore gli effetti di un atto di per sé drammatico.
D. Un paradosso, ma a quanto pare sembra efficace.
R. La finzione serve a creare grande impatto emotivo e quindi un maggiore coinvolgimento di chi guarda i filmati.
D. Si può dire che l'Isis è in realtà il regista di una 'serie del terrore'?
R. Sì, nella regia dei video mostrano una competenza professionale. E non è un caso che il terrorista inglese sia presumibilmente un rapper, cioè qualcuno che ha maturato una qualche competenza rispetto ai linguaggi dello spettacolo.
D. Cosa intende?
R. Un ragazzo che ha esperienze nell'ambiente rap britannico ha una certa conoscenza anche del linguaggio video e delle tecniche di montaggio, per esempio.

Nel riquadro, Daniele Salerno, ricercatore in Semiotica del centro di studi interdisciplinare sulla memoria collettiva e i traumi culturali dell'Università di Bologna.

D. Da cosa si capisce che il prodotto è raffinato a livello tecnico?
R. Dalla costruzione della narrazione attraverso il montaggio. All'inizio dei loro video, si vedono sempre Obama o Cameron. Le immagini dei leader occidentali servono a presentare le condanne a morte come la risposta a un'azione. E in tal modo l'Isis si presenta nel ruolo di chi, aggredito, reagisce. Creano un meccanismo di causa ed effetto.
D. E funziona secondo lei?
R. Dal punto di vista mediatico sì. I terroristi hanno bisogno di legittimazione politica e per averla devono trovare interlocutori. La costruzione narrativa dei loro video risponde proprio a questa necessità. I messaggi si aprono con i capi di Stato, nell’ultimo video, Cameron. Poi interviene il membro dell’Isis con l’ostaggio che risponde a quelle dichiarazioni.
D. E poi c'è la messa in Rete...
R. Dopo che il video viene rilanciato, i leader occidentali intervengono con dichiarazioni di reazione. In questo modo, si crea nel discorso pubblico una sequenza di turni di parola, un'interlocuzione a distanza tra Isis e capi di Stato. Un dialogo che rischia di legittimare politicamente una organizzazione terroristica che si autodefinisce «Stato».
D. La stampa ha riconosciuto il killer come il boia delle precedenti esecuzioni e lo chiama anche per nome. Anche il suo ruolo corrisponde alla costruzione di un personaggio?
R. Di certo, il terrorista sta diventando in maniera inquietante familiare al pubblico. Succedeva anche con i brigatisti.
D. David Carr, columist del New York Times ed esperto di media, ha dichiarato che l'Isis veicola contenuti medievali usando i moderni social media. È d'accordo?
R. C'è molta confusione su questo fronte. C'è un riferimento medievale nell'uso del coltello. Al di là del fatto che non sappiamo davvero come avviene la decapitazione, l'arma richiama le lame utilizzate dalla setta degli 'assassini', il primo presunto gruppo politico terrorista della storia, peraltro sciita e non sunnita come l'Isis, e attivo nell'Alto Medioevo in corrispondenza dell'attuale Iran, Libano e Siria. Ma a parte questo i codici sono modernissimi. E poi c'è almeno un altro elemento che dimostra che questo conflitto è diverso da quello che potrebbe sembrare.
D. Quale?
R. Nell'ultimo video il membro dello Stato islamico accusa Cameron di aver seguito gli americani in Iraq «come hanno fatto gli altri nostri primi ministri britannici e il tuo predecessore Tony Blair». Dire «i nostri premier britannici» vuol dire sottolineare la propria identità d'origine europea.
D. Quindi nessun conflitto culturale...
R. Il loro linguaggio mediatico è profondamente radicato nel background culturale europeo e americano. I video rendono evidente che non solo non si tratta di un conflitto tra mondo islamico e Occidente, ma che la sua origine affonda le radici anche nelle nostre società. Di questo i leader occidentali devono tenere conto. Se migliaia di cittadini europei combattono contro le loro nazioni, vuol dire che qualcosa, o forse molto, non ha funzionato in questi decenni. E questo aspetto, culturale e politico, non si risolverà semplicemente con le armi né con la sconfitta militare dell’Isis.

Twitter: @GioFaggionato

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